cosa e un zingaro

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L’origine della paola è nel greco medievale (A)tsinganoi dal nome di una tribu dell’Asia Minore. Gli Atsingani (“intoccabili”) avevano fama di essere maghi e indovini. Confrontando le definizioni di due vocabolari, lo zingaro sarebbe una persona “appartenente a un popolo nomade originario dell’India nord-occidentale, diffusosi nel corso dei secoli in molti paesi asiatici, in Europa, in Egitto e in altri luoghi dell’Africa mediterranea, caratterizzato da tratti somatici quali il colorito bruno-olivastri e i capelli e gli occhi particolarmente scuri, e da ricche tradizioni culturali, che si esprimono soprattutto nella musica e nella danza”. Per il secondo dizionario è “l’appartenente al gruppo etnico degli Zingari”, che si è diffuso in Europa, “conservando le tradizioni di vita nomade in carri e accampamenti, e di attività non fisse come il commercio di cavalli, la lavorazione e riparazione di oggetti di rame, la musica ambulante, la chiromanzia e l’accattonaggio”. L’accezione negativa legata a questo termine si vede subito dal fatto che entrambi i vocabolari concordano sull’uso figurato della parola per indicare “una persona dall’aspetto assai trasandato e sudicio (pare una zingara, è vestita come una zingara).” E ancora: “con riferimento alla loro vita nomade, senza dimora né casa fissa e in condizioni di scarsa igiene, o al modo di vestire e di curare la persona considerato trascurato e sporco, si usa spesso come termine di confronto o di identificazione in espressioni di tono spregiativo o polemico, come fare una vita da zingaro, vivere come zingari”.

Al contrario di quanto affermato da uno dei due dizionari, non esiste un gruppo etnico degli Zingari. Questa parola è solo il modo in cui storicamente le popolazioni Rom e Sinti sono state chiamate dai non Rom con uno stigma negativo. A loro volta, i Rom chiamano tutti gli altri, i non Rom, con l’appellativo gagé (in lingua romanes) o, con la grafia italiana, gagió.

 In tutte le lingue europee è presente un termine più o meno equivalente a questo: tsiganes, gypsies, gitanos, cigani), “anche se è evidente che le persone così denominate non sono le stesse da un paese all’altro”, spiega ancora Piasere nel volume “I rom d’Europa”.

 

Secondo l’Ordine nazionale dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa è una parola stigmatizzante, che è consigliato evitare sui media.Questa indicazione prende atto della posizione dei diretti interessati, cioè di molte voci autorevoli di origine Rom, ma anche di associazioni che operano nel campo e di studiosi non Rom. “La parola zingaroè diventata offensiva, per cui essi stessi e i loro amici evitano di pronunciarla. Una volta non lo era…”, scrive Predrag Matvejevic, professore di letterature slave alla Sorbona di Parigi e all’Università La Sapienza di Roma. Esperti come Luca Cefisi, autore del libro “Bambini ladri” che decostruisce molti stereotipi sui Rom, non vogliono rinunciare “a un vocabolo della lingua italiana che in canzoni, libri e nell’uso comune, è attestato da molto tempo, per lo più con accezione positiva, dimostrando così che non si riferisce a persone estranee alla nostra tradizione”.

Commentando con un pizzico di polemica l’esortazione contenuta nelle linee guida della Carta di Roma, Corrado Giustiniani nel suo blog “I nuovi italiani” sul Messaggero.it, ricorda che la parola era “diffusamente impiegata un tempo, senza accezioni negative, persino nelle canzonette (Iva Zanicchi: “Prendi questa mano, zingara”; Nicola Di Bari: “Il cuore è uno zingaro e va”)”. In realtà anche la visione romanzata dello zingaro “tutto passione e libertà” come Esmeralda di Victor Hugo è l’altra faccia dell’atteggiamento negativo diffuso nel senso comune. Secondo Nazzareno Guarnieri, Rom abruzzese presidente della Federazione Romanì, “ci sono molti Rom che vivono il termine zingaro molto male e si offendono perché viene usato in modo negativo. E hanno ragione. La comunità Rom in Abruzzo lo rifiuta, anche se non lo vive così negativamente”.

La parola zingaro è discriminatoria in sé, al di là dell’uso che se ne fa, ed è equiparabile a un insulto razziale come negro per la comunità nera. Il motivo è che si tratta di una parola imposta dalla società maggioritaria a un gruppo che non si autodefinisce così. È di questo avviso Eva Rizzin, dell’Osservatorio sulle discriminazioni Articolo 3. “In romanes non esiste un modo per tradurre zingaro – dice l’attivista Sinta – non è il termine che gli stessi appartenenti alla comunità utilizzano quando parlano tra di loro”.

Un Rom non direbbe mai zingaro a un altro. Capita però che gli appartenenti alla comunità usino questa parola quando parlano con un non rom, con un gagé. Succede frequentemente nei campi Rom, dove le persone hanno un più basso livello di istruzione a causa dell’isolamento e dell’esclusione sociale in cui vivono e hanno interiorizzato questo termine dall’esterno, nelle loro relazioni con i residenti del quartiere. Ma il significato non è meno dispregiativo. “I miei coetanei non mi vedono come un italiano, ancora mi vedono come uno zingaro perché anch’io non lavoro e qua non c’è integrazione con altre persone”, ci racconta Claudio Hamidovic in un’intervista al campo di Castel Romano, in cui vivono oltre mille Rom all’estrema periferia sud della Capitale. Claudio è nato a Roma, ha 19 anni ed è cittadino italiano. Luca Bravi, docente dell’Università di Firenze, chiede di “eliminare la parola zingari dalle cronache perché ha assunto una connotazione negativa”. Secondo lo studioso, la parola è figlia degli stessi stereotipi che portarono al Porrajmos, l’olocausto dei rom nei lager nazisti. “Quelli che ancora oggi vengono chiamati zingari in maniera spregiativa restano nell’accezione comune degli stranieri, caratterizzati dal nomadismo, dall’asocialità e dal furto come stile di vita – spiega Bravi – C’è sempre stata la necessità di descrivere persone diverse da quelle maggioritarie adatte a fornire un capro espiatorio”. Il suo intervento è contenuto nel vademecum per i giornalisti “Ho visto anche degli zingari felici” realizzato dall’Associazione Stampa Romana, con l’Associazione giornalisti Scuola di Perugia, la Comunità di Sant’Egidio e la Regione Lazio.   

Eva Rizzin conferma come il termine sia legato a un passato di sterminio: “Mio nonno mi ha insegnato a non usarlo. È una brutta parola – mi diceva – Era quella che usavano i tedeschi quando ci avevano internato in Germania”. Rizzin infatti fa parte di una famiglia di Sinti di origine tedesca emigrata per sfuggire alle persecuzioni e ai pogrom, violente sommosse popolari contro ebrei e Rom (il termine significa devastazione).  Risalente al XV secolo, l’antiziganismo italiano ed europeo ha raggiunto il suo acme con i campi di sterminio nazisti. Porrajmos (il grande divoramento), l’olocausto negato dei Rom, fece circa 500 mila vittime tra campi di concentramento ed esecuzioni sommarie. All’interno del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau c’era il “campo Zingaro”, dove furono deportati Rom e Sinti, sulla base di teorie pseudo-scientifiche che stabilivano una loro propensione genetica al crimine e alla devianza sociale. L’etichetta di asociali e la persistenza degli stereotipi sono vivi ancora oggi. La conseguenza di questo antiziganismo è la grande difficoltà nel convincere l’opinione pubblica che anche i Rom sono stati vittime di un genocidio. I Rom sono stati esclusi dalla riparazione per i crimini di guerra e il Tribunale di Norimberga nemmeno li menzionò. Riconoscere l’olocausto degli ebrei è servito a cambiare profondamente l’attitudine europea nel dopoguerra nei loro confronti e verso i pericoli dell’antisemitismo. Questo non è accaduto per i Rom, che oggi subiscono pratiche discriminatorie molto simili a quelle perpetrate ben prima dell’avvento di Hitler. In Francia, un primo censimento per identificare Rom e girovaghi, venne fatto nel 1895. A partire dal 1912, gli furono prese le impronte digitali e furono identificati attraverso fotografie. Nel 1899 a Monaco di Baviera venne adottato un “Registro Centrale per la Lotta alla Piaga degli Zingari”, con squadre speciali all’interno dei commissariati. Dal 1933, i Rom in Germania furono confinati in campi speciali.
In memoria di questo, gli esponenti delle comunità Rom hanno chiesto di non utilizzare il termine “zingari”. Alla politica ha fatto spesso comodo richiamare la minaccia dell’invasione ai fini del consenso. Per l’uso dell’espressione “zingaropoli” durante la campagna elettorale per il sindaco di Milano, il tribunale ha condannato per discriminazione a giugno 2012, per la prima volta in Italia, due partiti politici, Lega Nord e Pdl, dopo un ricorso presentato dall’associazione Naga.

 

L’uso del termine zingaro è sempre scorretto quando si sta parlando delle popolazioni Rom, anche quando le notizie sono inserite in una cornice positiva, come nei due esempi sulla zingara cassiera e dell’udienza del Papa. Questo rimane vero anche se l’Ordine dei giornalisti del Veneto la pensa diversamente. Nel caso di una notizia su un incidente stradale con morti e feriti che sarebbe stato causato da un giovane Rom senza patente, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni (Unar) si era rivolto all’Ordine segnalando una sfilza di articoli di cronaca locale che usavano tutti il termine “zingaro”, nonostante il forte connotato negativo della parola e il rischio in un caso come questo di “cadere nello stereotipo dello zingaro che vive al di fuori della legalità”. L’organo disciplinare dei giornalisti veneti ha stabilito nel 2011 che questo non comportava una violazione della Carta di Roma perché non è sufficiente l’utilizzo del termine zingaro a configurare un’offesa o un atteggiamento discriminante, in quanto negli articoli in questione, che riportano un fatto di sicuro interesse pubblico, non ci sono commenti negativi. Il Consiglio regionale dell’Ordine arriva a queste conclusioni dopo aver esaminato una delle definizioni di un dizionario italiano, la prima che abbiamo riportato sulla “popolazione dal colorito bruno-olivastro”. Al contrario, sempre nel 2011, l’Ordine di Milano ha deciso la sanzione della censura per il giornalista che ha scritto una serie di articoli, di cui riportiamo solo due esempi: Quei bravi zingari con sette tonnellate di rame rubato e Piano anti zingari l’unico errore è la marcia indietro. Il Consiglio ha deciso, d’ufficio, di intraprendere un ulteriore provvedimento disciplinare nei confronti del direttore della testata per omesso controllo e lo ha punito con un più lieve “avvertimento” ha segnalato d’ufficio il fascicolo alla Procura di Milano, ravvisando la violazione della legge Mancino per incitamento all’odio razziale.   

Passando al calcio, la frase di un quotidiano nazionale sulla vittoria della coppa Uefa 2009, Lucescu, 64enne zingaro romeno della panca ha provocato una lettera di proteste ufficiali da parte dell’Ambasciata di Romania in Italia, “per il fatto che un importante successo calcistico di un club, formato, così come la maggior parte delle squadre italiane, da giocatori di diverse nazionalità e in questo caso allenata da un cittadino romeno, ha determinato un giornale percepito come formatore di opinione a presentare il risultato di una partita di calcio in termini razziali e con tendenze xenofobe”. Nel 2012 ritornano titoli sulla banda dello zingaro a proposito del calcioscommesse e delle partite truccate. A questo proposito, i deputati Touadi (Pd) e Mecacci (Radicali) hanno scritto a uno dei giornali che ha pubblicato notizie su lo zingaro che fa tremare la serie A (riprendendo il termine dalle ordinanze giudiziarie), per protestare contro lo stereotipo di un gruppo etnico associato a una condotta criminale. L’Unar nel 2011 ha aperto un’istruttoria anche nei confronti di una trasmissione radiofonica nazionale molto nota, in cui il conduttore interpretava un personaggio di nome “Zlatan” che svolgeva attività delinquenziali, proveniente dalla “Zingaria, Romania o Albania” e nel quale venivano condensati tutti gli stereotipi e i peggiori pregiudizi attribuiti alle comunità Rom e rumena.

 Dalle parole alle azioni il passo è breve. Gli stereotipi nati dall’antiziganismo hanno portato a bruciare campi Rom come nel pogrom di Ponticelli, un quartiere di Napoli.  “Nell’immaginario collettivo zingaro equivale a ladro e accattone, ma anche a mago (o strega) e rapitore”, scrivono Burgio e Gabrielli. Di qui il falso mito ampiamente diffuso della zingara rapitrice di bambini.

  

Dati tratti da STRATEGIA NAZIONALE D’INCLUSIONE DEI ROM, DEI SINTI E DEI CAMINANTI 2012-2020 redatta dall’Unar:

Si stima che sul territorio nazionale vi siano 120 mila/180 mila Rom, Sinti e Camminanti, la  metà dei quali è italiana e l’ altra metà, pur essendo straniera, è per lo più insediata stabilmente.

Il Consiglio d’Europa stima intorno alle 11.155.000 persone Rom, Sinti e Camminanti. Allo stato attuale, la Romania è il Paese con la maggiore presenza di queste (1 milione e 800 mila persone). Dati rilevanti si registrano in Spagna, dove sono circa 800 mila; in Ungheria e Bulgaria vi sono tra le 700 mila e le 750 mila persone. In confronto, il numero di Rom e Sinti in Italia è molto più basso. Secondo  il Consiglio d’Europa il Consiglio d‟Europa stimava, nel settembre 2010,  la presenza media di circa 140.000 Rom, dato da intendersi come indicativo di una presenza tra le 110.000 e le 180.000 unità, corrispondenti allo 0.23% della popolazione totale. Tale dato risulta  peraltro confermato dall‟indagine condotta dalla Commissione Straordinaria del Senato per la tutela  e la promozione dei diritti umani.  Nel 2010, secondo il Ministero del Lavoro erano presenti in  Italia circa 130.000/150.000 Rom e Sinti, di cui all’incirca 70.000 italiani

Secondo un recente  studio, dall’analisi comparata dei dati a disposizione nel 2010, risulta che:

  • I Rom, Sinti e Caminanti di tutte le età corrispondano allo 0.22  – 0.25% del totale della

popolazione italiana;

  • La percentuale dei minori al di sotto dei 16 anni (45%) è tre volte superiore rispetto  alla media nazionale (15%) per lo stesso gruppo di età;
  •  La percentuale dei RSC ultrasessantenni (0,3%) corrisponde a circa un decimo della media nazionale per lo stesso gruppo di età (25%).

 

Le popolazioni Rom, originarie dell‟India, sono presenti in Italia da più di seicento anni.  Fra i più antichi documenti storici che ne testimoniano l’arrivo, vi sono quelli riguardanti il  passaggio per Forlì (anno 1422) e per Fermo (1430) di un gruppo di circa duecento “indiani” diretti  a Roma per ottenere indulgenza e protezione dal Papa, ma è probabile che altri gruppi avessero già  raggiunto le coste del Sud, dalla Grecia.

Possono essere distinti in tre gruppi principali in relazione alla cittadinanza ed al  periodo di immigrazione:

  • un primo gruppo è composto da circa 70 mila persone (cittadini italiani) presenti in Italia da

oltre 600 anni e distribuito su tutto il territorio nazionale;

  • un secondo gruppo è costituito da circa 90 mila Rom balcanici (non comunitari) arrivati

negli anni ‟90, in seguito soprattutto alla disgregazione della ex-Jugoslavia e stabilitisi

principalmente nel Nord Italia;

  • un gruppo di migrazione più recente composto di Rom di nazionalità romena e bulgara

(cittadini europei) e presenti prevalentemente nelle grandi città (Milano, Torino, Roma,

Napoli, Bologna, Bari, Genova).

Quei bravi zingari con sette tonnellate di rame rubato

Fossimo in Calabria, verrebbe affrontata coi bastoni da chi ha la sfiga di abitargli vicino subendone il degrado, i furti e gli scippi.

(quotidiano nazionale, 23 giugno 2010)

 

Piano anti zingari l’unico errore è la marcia indietro

La gente non ne può più dei rom e l’unica cosa che vuole dai suoi politici è che la città se ne liberi in ogni modo: con le buone (gli incentivi per l’integrazione) o con le cattive (i manganelli).

(stesso quotidiano, stesso autore, 15 maggio 2010)

 

La sfrontatezza degli zingari non ha confini

Stesso quotidiano, stesso autore, altro editoriale (20 giugno 2010)

Alcuni stralci:

Si sono presi interi pezzi di città, sistemandoci le loro roulotte e le loro baracche, in barba a qualunque autorizzazione e forma di civile convivenza coi vicini. Rubano, truffano (preferibilmente gli anziani e i più deboli). Costringono i figli a vivere in condizioni igieniche e ambientali vergognose spesso privandoli della possibilità di andare a scuola e affrancarsi, un giorno, da quella miseria. Quando non li comprano e vendono, quei bambini, per poi sfruttarli come scippatori dalle mani fatate o mendicanti agli incroci. Mica li sbattiamo per strada punto e basta (come sarebbe peraltro giusto fare) (riferito agli sgomberi dei campi rom a Milano).

L’articolo conclude riaffermando “gli interessi legittimi della città” Che nulla hanno a che fare con gli abusi e i reati compiuti quotidianamente dai nomadi.

 

Per queste gravi affermazioni, il giornalista autore dei tre articoli qui citati è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia con la censura, provvedimento disciplinare applicato “nei casi di abusi o mancanze di grave entità”. La sanzione è arrivata dopo un esposto presentato dall’Osservatorio contro le discriminazioni di Padova. Anche il direttore del giornale è stato punito per omesso controllo a causa di questi editoriali con un più lieve avvertimento.

Allegato: Decisione del Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Il Consiglio ritiene che il giornalista non abbia compreso a pieno la gravità della propria condotta e le ragioni per le quali essa non può che essere censurata.
Il giornalista… ha, infatti, preso spunto da fatti di cronaca per pubblicare l’intero repertorio dei luoghi comuni attraverso i quali i nomadi sono da sempre discriminati e perseguitati. Le affermazioni contenute negli articoli trascendono, sia la cronaca, sia il diritto di formulare un proprio pensiero – anche critico – nei confronti di un fenomeno sociale. Si tratta, viceversa, di generalizzazioni basate sulla convinzione che l’intera etnia degli zingari e dei rom sia dannosa, criminale e nociva. Secondo quanto si legge negli articoli, infatti, tutti gli zingari, in quanto tali, sono ladri e truffatori. Essi vivono nello sporco e tengono i loro figli in condizioni igieniche vergognose. 
Tutti i vecchi cliché dell’intolleranza nei confronti degli zingari vengono rispolverati. Addirittura viene riportata la “notizia” secondo la quale gli zingari comprano e vendono i bambini per poi sfruttarli. Si tratta di una affermazione destituita di fondamento e che non si ricollega ad alcun fatto di cronaca. Tuttavia, essa, per il solo fatto di essere pubblicata su un giornale, è destinata ad acquistare credibilità presso il pubblico e, dunque, a fomentare il clima di ostilità nei confronti dell’etnia rom e zingara. 
Secondo quanto si legge negli articoli di … tutti gli zingari, in quanto tali, sono “parassiti” dei quali è necessario liberarsi “con le buone o con le cattive”. Non solo, in tali articoli si legge anche che gli zingari possono ringraziare la pazienza dei milanesi perchè in altri luoghi, come la Calabria, la gente li avrebbe già affrontati a bastonate. Affermazioni di questo tenore non possono trovare spazio su di un giornale perchè sono permeate da intolleranza e violenza ed incitano all’odio e alla persecuzione nei confronti di soggetti che vanno trattati come persone e non come fardelli dei quali disfarsi con qualunque mezzo (pur se fra di essi, come ovunque, si possono trovare delinquenti e sfruttatori). Quanto all’uso dei manganelli che …. auspica come strumento per liberarsi dei rom, la difesa del giornalista, secondo la quale il riferimento ai manganelli era rivolto ai manganelli della polizia e, quindi, ad un intervento della forza pubblica e non ad ipotetici interventi di privati cittadini armati di manganello, è debole e non modifica la prospettiva.Il giornalista  infatti, considera gli zingari e i rom – tutti in quanto tali – come degni destinatari di interventi violenti della forze dell’ordine per il solo fatto di essere presenti sul territorio e di non voler liberare la cittadinanza della loro dannosa e sgradita presenza. 
Insomma, e per concludere, gli articoli di ….non considerano i rom e gli zingari come persone ma come “parassiti” di cui disfarsi. 
E’ dunque palese la violazione dell’art. 9 del Codice deontologico sul trattamento dei dati personali secondo il quale “nell’esercitare il diritto dovere di cronaca il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, ecc.” 
Con la propria condotta, inoltre,….. ha leso il decoro e la dignità professionale utilizzando il proprio ruolo di cronista e di commentatore per realizzare, di fatto, una campagna di discriminazione etnica e razziale. In questo modo egli ha violato gli articoli 2 e 48 della legge professionale (legge 69 del 1963).
Il Consiglio, infine, ritiene opportuno segnalare – affinché il collega … comprenda la gravità dei fatti oggetto del presente procedimento – che gli articoli a sua firma potrebbero integrare il reato di cui all’art. 1 della legge 205 del 1993 (legge Mancino) che punisce con la reclusione fino a tre anni “chi diffonde in qualunque modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette qualsiasi atto di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Si tratta dunque di violazione della legge Mancino per incitamento all’odio razziale.

 

Inchiesta. Calcioscommesse, nel covo dello Zingaro “Con 30 giocatori ho truccato i campionati”

(quotidiano nazionale online, 11 marzo 2012)

 

Zingara cassiera. Uno su mille ce la fa

La storia Mihaela, part-time al supermarket l’unica del campo di via Candoni con un lavoro.

(quotidiano nazionale, edizione locale online, 10 febbraio 2011)

 

Il Papa ha ricevuto in udienza circa duemila zingari provenienti da tutta Europa

(Tg nazionale, 11 giugno 2011)

 

“Mi impegnerò contro Pisapia, perché rischia di trasformare Milano in una zingaropoli”

(Umberto Bossi, 19 maggio 2011)

 

“Milano non può alla vigilia dell’Expo 2015 diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri”

(Silvio Berlusconi, 20 maggio 2011)

 

Coppa Uefa Lucescu porta lo Shaktar alla prima vittoria europea

(quotidiano nazionale, edizione online,21/05/2009)

Mircea Lucescu, 64enne zingaro romeno della panca, porta a casa la coppa: lo Shakhtar Donetsk vince l’ultima coppa Uefa battendo 2-1 il Werder Brema. Prima ucraina al successo, conquistato nei tempi supplementari. Tempi regolamentari sull’1-1. Una papera di Pyatov permette a Naldo, su punizione, di vanificare il vantaggio di Luiz Adriano. Partita gradevole, Shakhtar con idee più chiare. Werder senza Diego che ha annunciato l’addio alla squadra tedesca. Poi Jadson sorprende ancora Wiese.

Qui di seguito una lettera di proteste inviata dall’Ambasciata di Romania in Italia e pubblicata dalla testata 

‘Al riguardo dell’articolo Coppa Uefa Lucescu porta lo Shaktar alla prima vittoria europea pubblicato nell’edizione elettronica del 21 maggio 2009 di ….., l’Ambasciata di Romania in Italia esprime la sua indignazione circa l’etichettatura dell’allenatore romeno Mircea Lucescu come ‘zingaro romeno’.

Esprimiamo le nostre perplessità per il fatto che un importante successo calcistico di un club, formato, così come la maggior parte delle squadre italiane, da giocatori di diverse nazionalità e in questo caso allenata da un cittadino romeno, ha determinato un giornale percepito come formatore di opinione a presentare il risultato di una partita di calcio in termini razziali e con tendenze xenofobe.

Tramite il riferimento tendenzioso alla presupposta etnia dell’allenatore romeno, Mircea Lucescu, avete portato un’offesa tanto al calcio quanto ai milioni di tifosi romeni e stranieri, inclusi cittadini italiani, che hanno sostenuto la squadra vincitrice della Coppa UEFA durante il percorso europeo nella stagione 2008-2009.

Nel attuale contesto calcistico internazionale globalizzato, consideriamo che gli atteggiamenti razzisti indirizzati a giocatori o allenatori da parte di una pubblicazione come …… possono soltanto alimentare atti di intolleranza e reazioni violenti tra i tifosi. Nel contesto dell’attenzione manifestata dalle autorità italiane per combattere la violenza nel calcio, il riferimento di natura razzista contenuto nell’articolo del vostro quotidiano è contrario alle buone intenzioni menzionate.

Inoltre, esprimiamo le nostre perplessità per il momento scelto, nelle condizioni in cui, nel corso della prossima settimana, Roma ospiterà la finale della più importante competizione europea al livello dei club, i riferimenti xenofobi pubblicati da …… gettando un’ombra su quest’evento.

Considerando il fatto che siete un giornale europeo formatore di opinione e che non è la prima volta che vengono pubblicati riferimenti tendenziosi ai romeni, vi chiediamo cortesemente di correggere il passaggio sovramenzionato e di far sì che, nel futuro, questi atteggiamenti contrari ai principi della tolleranza e del fairplay promosso nel calcio non si registrino più’.


Ecco qui di seguito la reazione della testata. 

“Allenatore zingaro”? Non si può più dire

(testata quotidiana nazionale, 22 maggio 2009)

Siccome in ogni organizzazione terroristica (e noi del ….. siamo un’organizzazione terroristica: di stampo razzista-xenofobo, ha detto ieri in pratica l’Ambasciata romena con un comunicato ufficiale) c’è sempre un infame che tradisce, e siccome l’infame del ….. è il sottoscritto, come tutti gli infami tradisco e faccio i nomi dei complici, sperando in un trattamento di clemenza quando sarà il momento del processo. Ci sarà pure una legge sui pentiti anche per noi, spero. Dunque, cari accusatori dell’Ambasciata romena, e cari sinceri democratici di tutta Italia che ieri vi siete indignati perché sul nostro sito web abbiamo chiamato Mircea Lucescu «un allenatore zingaro», ecco qua non solo una completa confessione, ma una delazione in piena regola con la quale vi faccio nomi e cognomi, come dicevo, dei complici. Anzi, pure quelli dei nostri ispiratori, presenti e passati: dei Grandi Vecchi che da tempo immemore hanno contribuito a formare l’odiosa subcultura che ha portato a marchiare qualcuno con quell’insulto lì, «zingaro». Intanto vi debbo dire che il bravo Mircea Lucescu i nemici ce li ha pure in casa propria. Intendo: fra i colleghi. Sul sito ufficiale dell’Associazione italiana allenatori calcio si può leggere infatti una panoramica dei tecnici della serie A, con un po’ di storia dei maestri della panchina. A un certo punto si parla degli allenatori stranieri e si scrive testualmente: «A vincere sono stati in tre: i già ricordati svedesi Eriksson e Liedholm e quello straordinario zingaro della panchina che è stato Vujadin Boskov». Prendete nota, signori della Corte. Tanto più che Boskov veniva dai Balcani, e quindi, insomma, il collegamento con l’etnia è forte. Ma l’odio razziale è stato preparato con cura. Già il 24 settembre 1995, infatti, sull’insospettabile …… un grande giornalista sportivo come Mario Gherarducci scriveva: «Ineffabile zingaro del pallone, Boskov è un serbo di Novi Sad». Il buon Gherarducci era recidivo perché già un anno prima, il 31 ottobre del 1994, aveva scritto di Boskov: «Questione di allegria, spiega l’impareggiabile zingaro della panchina». Chi l’avrebbe mai detto che anche il ….. è razzista come noi? Ma guardatevi bene, amici dell’Ambasciata e signori della Corte, da coloro che fanno professione di anti-razzismo. Avete presente Repubblica? Voi la credete al riparo da espressioni come quelle che abbiamo usato noi ieri, incitando all’odio, su Lucescu. E invece, su ….. dell’11 febbraio 1999 ancora sul povero Boskov, in un pezzo dell’inviato da Perugia Mattia Chiusano, si leggeva: «Lo zingaro si è adattato». Ma anche a Repubblica il vizio è antico: «Lo chiamano zingaro giramondo», era scritto sempre di Boskov già il 3 novembre 1987. Brutto ambiente, quello del calcio. In un articolo della Gazzetta dello Sport dell’11 ottobre 2006 si spiegava perché Ronaldinho non era in forma e si indicava il colpevole: «la stanchezza del precampionato zingaro». Insomma non solo le persone, ma anche le cose negative, come un precampionato, sono «zingare». E Materazzi, sapete che cosa ha detto nel 2007 a …..? «I compagni con cui mi capisco di più sono gli zingari. Io mi ci sento, zingaro. E con me i vari Recoba, Ibrahimovic, Stankovic, lo stesso Dacourt». Ibra, poi, è un perseguitato. Quando era ancora una giovane promessa, nel 2001, così era titolata la scheda dedicatagli dal sito TuttoMercatoWeb.com: «Zlatan Ibrahimovic, lo zingaro cresciuto fra i ghiacci». Ma non solo il calcio. È tutto lo sport che ha l’ossessione degli zingari. Il ciclista Ivan Fanelli così ha detto alla …. il 7 gennaio 2008: «Questa vita da zingaro purtroppo mi piace». Sempre alla Gazzetta, il 9 novembre 2008 il suo collega Paolo Bettini confessava: «Dopo vent’anni da zingaro, smettere all’improvviso mi farebbe ammalare». E il tennis? Non parliamone. Anche uno dei più grandi giornalisti sportivi – Candido Cannavò, purtroppo recentemente scomparso – aveva ceduto all’odio razziale. Il 29 settembre 2000 la ….. pubblicò un articolo a sua firma intitolato: «Ecco Tiriac, zingaro del tennis». C’è una vera e propria multinazionale xenofoba, cari signori dell’Ambasciata: pensate che sul sito Msn.com, che è nientemeno che della Microsoft del noto razzista Bill Gates, alla voce «Nastase Ilie», grande tennista romeno, si legge che era «soprannominato lo zingaro». Ma vi avevo promesso che avrei fatto anche i nomi dei Grandi Vecchi. I maître-à-penser che hanno preparato il campo plasmando le coscienze degli italiani. Eccoli qua: Iva Zanicchi e Bobby Solo, che già nel 1969 si presentarono a Sanremo con una canzone intitolata «Zingara», dove la zingara era quella che legge la mano, una che abbindola la gente insomma. Pensate che trent’anni dopo anche un insospettabile progressista della canzone come Francesco de Gregori s’è fatto contagiare e ha scritto una canzone intitolata come l’incipit di quella del duo Zanicchi-Solo: «Prendi questa mano zingara». E che dire poi del meridionale Nicola di Bari, che nel 1971, per giustificare l’infedeltà, cantava «Il cuore è uno zingaro». E va: come andavano quei citrulli di Amici miei, che per esorcizzare la paura della vecchiaia e della morte s’inventarono «la zingarata». Un termine, peraltro, che appartiene al dialetto fiorentino, e che indica una beffa, uno scherzo, una goliardata: niente di male insomma, così come per nulla offensivo è il termine «zingaro» rivolto ai simpatici giramondo come Lucescu. Basterebbe sapere un po’ di più l’italiano, cari amici dell’Ambasciata romena, per evitare figuracce come quelle che ieri non noi, ma voi avete fatto, con il vostro comunicato diffuso alle agenzie. Vi consiglio, come prima cosa, un buon vocabolario che spieghi significato e uso traslato di ogni termine. Il migliore? Lo Zingarelli, naturalmente.

 

Rifiuti tossici fatti «smaltire» agli zingari

(quotidiano locale,28 aprile 2011)

Sequestro preventivo per le Cromature Sarti, azienda ormai inattiva da circa un anno e mezzo con sede in un capannone a San Giorgio delle Pertiche in via del Santo 95, di cui sono proprietari i fratelli Diego e Daniele Sarti. Il provvedimento è stato eseguito ieri dalla squadra di polizia giudiziaria-sezione ambiente della procura padovana, guidata dal luogotenente Giulio Stoppa, al termine di un blitz che ha bloccato lo smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, formati da residui contenenti cromo, nickel e altri metalli cancerogeni per la salute. E proprio il sottufficiale, affiancato dal tecnico dell’Arpav Amedeo Borile, ha sorpreso due italiani (zingari di origine bosniaca che svolgono lavori di giardinaggio e raccolgono ferro) mentre stavano caricando a bordo di un furgone il materiale sotto accusa, circa 300 chili di rifiuti solidi e 7-8 contenitori da 30 chili ciascuno di liquidi secondo le indicazioni di uno dei proprietari, Diego Sarti. Alla vista della polizia giudiziaria, i due hanno tentato di fingere di trasferire quei rifiuti all’interno del capannone. Una mossa assurda. Già perché non aveva alcun senso caricare sul furgone (intestato alla moglie di uno dei due) il materiale accatastato nel cortile dell’azienda e poi trasportarlo nel magazzino.[…]

Pur riportando molti stereotipi e statistiche erronee, paradossalmente attraverso le voci degli stessi rom, e veicolando sempre il messaggio che i rom che lavorano e vivono nelle case sono delle eccezioni, “le mosche bianche” della comunità, l’articolo che riportiamo qui sotto ha il merito di dare voce a delle famiglie rom e di raccontare le storie e il vissuto di persone che sono lontane dal classico racconto mediatico, avvicinando il lettore a una realtà che non conosce, anche attraverso un background storico

Quelli che sono riusciti a trovare un lavoro e a mandare i figli a scuola
Da Milano a Roma passando per Fano. Ma solo il dieci per cento degli zingari ce la fa
Le danze di Belykize e i camion di Arif Storie di ordinaria integrazione

La storia di Vintila, rom romeno titolare di impresa edile e judicator nel suo campo Il paradosso di Walter, sinti, italiano, quattro figli, paga le tasse ma non riesce ad avere una casa

(inchiesta sulla cronaca locale online di una testata quotidiana nazionale, 22 maggio 2007)

ROMA – “Mi chiamo Belykize, nella mia lingua era il nome della regina di Saba. Ho 19 anni, sono zingara e ne sono fiera. E questa, l’Italia, è la mia terra”. Belykize è una rom kosovara nata in Italia, a Napoli, dove la sua famiglia è arrivata nel 1985 da Mitrovica, città ora sotto il controllo delle Nazioni Unite, uno di quei distretti simbolo dei furori etnici scoppiati nei Balcani. Belykise è sempre andata a scuola, fin dall’asilo, e ora frequenta l’ultimo anno dell’istituto tecnico “Adriano Olivetti” di Fano. “So cucire, modifico i vestiti, so ballare, mi porto dietro tutti i colori e i suoni della cultura della mia gente e il mio sogno è aprire un negozio oppure lavorare come commessa”. Poi le voci di Arif Thairi, il padre di Belykise; di Costantin Marin Vintila, rom romeno, un judicator a capo del cris, il tribunale della sua comunità che è il campo nomadi vicino al Cimitero Maggiore a Milano. E di Walter Tanoni, un sinti italiano, giostraio figlio di una famiglia di giostrai da quattro generazioni e ora preoccupato di segnare le differenze: “I sinti italiani sono zingari ma più nomadi: siamo cittadini italiani in tutti i sensi e paghiamo le tasse. Il problema sono gli altri zingari, gli slavi e adesso i romeni, che rischiano di avere più diritti di noi”. Sono quelli che ce l’hanno fatta. Che si sono integrati senza omologarsi, senza rinunciare a ciò per cui i popoli e le culture zigane sono riuscite nel tempo – ma sempre meno – ad affascinare: quel misto di anarchia mescolato alla capacità di fare festa, di gioire e di convivere con le tragedie quotidiane. Secondo il presidente dell’Opera Nomadi Massimo Converso “in Italia solo il 10 per cento dei 160 mila rom ufficiali si sono integrati”. Forse una percentuale ottimista. Di sicuro minima. Ognuno di loro ce l’ha fatta in un modo diverso. Belykize, 19 anni, fiera di essere zingara – La voce di Belykize arriva squillante via cellulare. E’ domenica sera ed è appena tornata dal mare con gli amici “…e col mio fidanzato”. Italiano? “No, rom kosovaro come me, della mia stessa città…”. E le scappa da ridere. La prima cosa che impressiona è la qualità dell’italiano. “Per forza, sono nata qui, sono andata a scuola da sempre, fin dall’asilo. Comunque, oltre all’italiano, so parlare cinque lingue: romanì (l’idioma dei rom ndr), inglese, serbo, croato, bosniaco. Con i miei cugini però parliamo sempre italiano”. Belykize abita a Fano, nella Marche. “Io e la mia famiglia viviamo in una casa, ho appena finito di cucire delle tende che a me piacciono molto, piene di colori, mi sono fatta dare degli scampoli nei negozi, li buttavano via e me li hanno regalati. Essere sempre vissuta in una casa è stata, forse, la cosa più importante, non mi sarebbe piaciuto vivere in una roulotte. Quando andavo a trovare mio nonno a Napoli, al campo, non mi piaceva. Ora vive in Francia, in un casa, anche lui” . Belikyze trasmette normalità e leggerezza. “Non mi sono mai vergognata di essere una rom. Anche a scuola, non ho mai avuto problemi. Io parlo, sono una aperta, se qualche volta qualcuno mi ha detto “tu sei una zingara” non l’ho mai rinnegato, anzi, me ne vanto. Lo so cosa vuoi sapere, te lo dico subito: mi vesto come una qualsiasi ragazza italiana, sono pulita e in casa mia nessuno è mai andato a rubare. Quindi nulla di cui vergognarmi. Quest’anno mi diplomo, ho già fatto degli stage di due settimane in un supermercato e in un negozio. Il preside è stato molto contento”. La giornata tipo di Belykize è la mattina a scuola, “il pomeriggio aiuto un po’ mia mamma in casa dove viviamo in otto e faccio i compiti” Le piace ballare, anzi è una apprezzata ballerina di cocek, tipo danza del ventre, e di oro, un ballo di gruppo gitano. “Appena posso guardo la tv, soprattutto i telefilm che mi piacciono tanto. Seguo molto anche i telegiornali per capire in che mondo mi trovo”. La questione nomadi nelle ultime settimane è spesso nei tg. “Io non posso dare la mia mente e il mio cuore agli altri – dice Belykize – se questi rom trovano normale uccidere, rubare, bere, vivere con i soldi degli altri e non fare nulla, restare sporchi e incivili, io posso dire che sbagliano, che stanno sbagliando tutto. Lo dico, sempre, anche a scuola. Ma poi loro sono loro e io sono io. Voglio dire che noi zingari non siamo tutti uguali, non andiamo tutti a rubare e non siamo dei mostri”.

Zingaro deriva dal nome del monte Athinganos con cui i greci indicavano una setta eretica di intoccabili. Gitano e zigano deriva da egiziano. Rom vuol dire fango. Ma uno dei primi nomi degli zingari è stato anche bohèmien, chi vive in miseria della propria arte e delle proprie passioni, glielo aveva dato il re di Bohemia. La condanna, ma anche le contraddizioni, delle gente rom comincia dall’inizio, dal nome. E si nutre di secoli di ruberie, furti, violenze, maltrattamenti. Cervantes nel ‘500 così raccontava la vita con gli zingari in Spagna: “Sembra che gitani e gitane non siano sulla terra che per essere ladri; nascono da padri ladri, sono educati al furto, s’istruiscono nel furto e finiscono ladri belli e buoni al centro per cento”. E l’inventore di Don Quixote era certamente un sognatore democratico. Belykize ne è consapevole. “Quasi comprendo il disprezzo per la mia gente. Molti rubano, sono sporchi. Ma qualcuno ce la può fare, se il padre lavora il figlio andrà a scuola, se la donna è rispettata anche la figlia lo sarà, se avranno un lavoro potranno avere una casa, pagare affitto e bollette e tenerla pulita. Da qualche parte bisogna cominciare”. La prima cosa che farebbe Belykize è “riscattare le donne, toglierle dalla rassegnazione che devono subìre”. “Nella nostra società – ammette – il capofamiglia è e sarà sempre un uomo ma questo non vuol dire che le donne debbano accettare un marito ubriaco che le picchia o fa altro”. Arif, tre nazioni in una sola casa – Belykize non è un “miracolo”. E quindi può non essere un’eccezione. Se lei ce l’ha fatta – e senza nemmeno troppo faticare – dietro di lei ci sono un padre e una madre che invece di fatica ne hanno fatta molta. Arif Thairi, il padre, oggi ha la sua partita Iva e una ditta di autotrasporti e facchinaggio a Fano. Prima, per 14 anni, ha lavorato nei cantieri navali. Prima ancora ha lottato con le unghie e con i denti nei campi rom di Napoli e Messina. E’ originario di Mitrovica ed è arrivato in Italia nel 1985. Ha 45 anni ma se lo ascolti sembra che abbia già fatto sette vite. “Da Mitrovica negli anni è scappato un intero quartiere, 180 mila persone, prima per le persecuzioni poi per la guerre. La mia famiglia è di origine rom, zigana, ma noi a Mitrovica avevamo la nostra casa e quando ci passavano davanti quelli con le roulotte dicevamo che non avremmo mai voluto fare quella fine. Poi siamo dovuti scappare e adesso non abbiamo più documenti di nulla, nè della casa, nè del casellario giudiziario, nè del comune perchè Mitrovica non si sa più di chi è. Così, io che potrei avere la carta di soggiorno e chiedere la cittadinanza, non posso avere nulla perchè l’Italia non sa se sono serbo, kosovaro o croato”. Non avendo un paese di origine, Arif e tanti altri come lui non possono neppure avere un paese che li accoglie. Un po’ come Tom Hanks nel film di Spielberg The Terminal . Come Tom Hanks, Harif si è arrangiato. “Quando con mia moglie e due figli vivevo nel campo nomadi di Napoli, ho trovato lavoro nei cantieri navali di Fano. Ero abbastanza disperato, mi sono fatto coraggio, sono andato dal sindaco e gli ho detto che volevo trasformare la mia famiglia in persone tranquille e normali. Mi ha ascoltato e ha avuto fiducia”. Nel 1987 Arif ha avuto il primo permesso di soggiorno. Dal 1990 ha vissuto per undici anni in una casa comunale. Ora in una casa popolare di cui paga affitto, bollette e tutto il resto. “Siamo in otto e tre paesi diversi: io e mia moglie kosovari, due figli croati, due figli e una nipotina di otto mesi italiani”. Arif non ha dubbi su quella che può essere la via dell’integrazione: “La prima cosa che l’Italia deve fare è un censimento vero, reale, di tutti i rom dividendoli però per etnia. Poi ci deve essere una verifica altrettanto reale di chi ha la volontà di cambiare, di faticare e di inserirsi. A quel punto dare i documenti e la possibilità di un lavoro qualsiasi per responsabilizzare le persone. Vivere nel campo può andare bene all’inizio, appena arrivi, ma poi te ne devi andare perchè, se non ci sono controlli molto severi, il campo serve solo a moltiplicare chi ruba e chi si ubriaca. Chi sbaglia, chi delinque, deve essere fuori per sempre, dall’Italia e dalla comunità rom. Come quello di Napoli, quello che ha rubato la macchina e ha ucciso la donna: quello faceva meglio a buttarsi già da un ponte quel giorno”. Arif mette in guardia da un rischio che si chiama rom romeni: “Loro adesso stanno arrivando in massa, senza controlli perchè sono cittadini europei e avranno molti più diritti di me che invece sono qui da più di vent’anni. L’Italia deve stare attenta perchè rischia di fare molti errori con questi nuovi arrivi”. Vintila, il rom romeno – Una barbona bianca folta, 54 anni, venti nipoti, capo-famiglia di un clan di 50-60 persone: Costantin Marin Vintila è proprio lo zingaro dell’immaginario romantico, per quel poco che può sopravvivere in qualcuno di noi. “Sono anche judicator – racconta – sono l’anziano che giudica le liti interne e familiari, convoco il cris e decido chi ha torto e chi no”. Una giustizia parallela a quella italiana? “No per carità, sto parlando di questioni interne, liti di famiglia. Per il resto posso dire che siamo l’occhio della polizia dentro il campo”. Vintila è in Italia dal 1991, vive a Milano nel campo vicino al cimitero Maggiore che ospita 7-800 persone. Non è certo uno dell’ultimo flusso dalla Romania. Però si dichiara con grande orgoglio “cittadino europeo, sono come un francese e un tedesco”. Non ha una casa, (“e come potrei se non ce l’hanno neppure gli italiani”) ma ha una ditta edile e la sua partita Iva. “I miei figli lavorano con me, uno fa il benzinaio, qualcuno ha trovato casa, in affitto, ma non ha detto di essere rom”. Vintila è per la tolleranza zero:”Servono più controlli e pene rigorose per i genitori che non mandano i bambini a scuola e li mandano a chiedere l’elemosina. Pene ancora più dure per gli adulti che rubano. Deve restare qui solo chi rispetta le regole. Gli altri fuori, altrimenti danneggiano tutti noi che siamo venuti per lavorare”. Walter, il giostraio – In questo viaggio tra i rom che ce l’hanno fatta, la storia di Walter Tanoni è forse la anomala – è un sinti italiano, quindi cittadino italiano – e la più incredibile. E anche la più simile a un vecchio film. “Ho 38 anni, sono figlio e nipote di giostrai, veniamo dal nord Italia ma ho sempre vissuto nel Lazio. Mio nonno, per dirne una, lavorava con Moira Orfei che abitava nella roulotte davanti a noi. Quando ero ragazzino eravano ancora nomadi, giravamo di paese in paese e la gente ci veniva incontro felice perchè portavamo la festa, la musica e l’allegria. Avevo una ragazzina in ogni paese e mia moglie, che è italiana di borgata, è diventata la mamma dei miei quattro figli anche perché è stata l’unica che ha voluto seguirmi sulla roulotte”. Da quando, nel 1998, è stato abolito il Dipartimento dello Spettacolo viaggiante e i giostrai hanno perso un interlocutore istituzionale vero e unico: “La nostra attività sta scomparendo. I giostrai sono sempre meno, restiamo sulle roulotte e non abbiamo una casa. Sono molto preoccupato”. Il problema sono quelli che ottengono, per mille altri motivi, le licenze per i parchi giochi e simili. “Ci levano il lavoro e partono troppo avvantaggiati perchè hanno il terreno e i mezzi” spiega Walter. La sua è una battaglia per la sopravvivenza. Di un favola e di un sogno, come le giostre. “I giostrai hanno la fama di rapire i bambini? Guai a generalizzare. Anche i pastori sardi hanno questa fama…”. Walter si è arrangiato così: “Grazie al comitato di quartiere mi hanno affidato un’area verde in zona Torraccia. Qui ho montato le giostre fisse, tengo pulito e sono un po’ il custode del giardino pubblico della zona. Sono anche l’unico punto di aggregazione sociale in questa zona”. Walter è amico di tutti nel rione. Ma preferisce non dire che è zingaro di etnia sinti e che vive con la famiglia in una roulotte a Casal Bertone, un piccolo campo di circa sessanta persone, tutte italiane. “Dico che sto in una casa popolare. Ho quattro figli dai quindici ai tre anni che vanno tutti a scuola, perfettamente integrati, bravi, pago le tasse ma quando chiedo la casa mi dicono che ho solo otto punti. E restiamo nella roulotte. Non capisco e non so più a chi chiedere”. Far vivere il mondo delle giostre e dei giostrai. La via dell’integrazione dei popoli rom passa anche da qui. 

 

Qualche esempio positivo di informazione corretta da testate estere: 

IF YOU MUST KNOW
Who Are Gypsies, and Why Is France Deporting Them?

(Time,26 agosto 2010)

It’s like something out of a bad Cher song. French President Nicolas Sarkozy’s conservative government continued its planned deportation of 700 Roma — otherwise known as Gypsies — on Aug. 26 by sending two additional airplanes full of them back to Romania. Police have been dismantling Roma camps and offering 300 euros ($382) to anyone willing to leave voluntarily. French polls show that the nation is divided by the expulsion tactics, while both human rights groups and religious leaders, including Pope Benedict XVI, have spoken out against the move. But who are these Gypsies? And why does everyone seem to hate them?

(Read “Anger as Sarkozy Targets Roma in Crime Crackdown.”)

The term Gypsy is short for Egyptian, although ethnically, Gypsies actually originally came from India. They left their homeland sometime during the 11th century, probably as a result of Muslim invasions, and have never returned. By the 14th century, they’d entered Eastern Europe, whose residents somehow got the impression that they came from Egypt (hence the nickname). Although they rarely show up on official censuses, today’s Gypsy population is estimated to be between 2 million and 5 million. Most of them live in Slavic-speaking countries such as the Czech Republic, Bulgaria and Romania. Yet despite centuries of Gypsy presence, Europe has never accepted this oft nomadic ethnic group and has enacted systematic purges of varying severity since they first arrived on the continent. Evidence of discrimination can be found just by looking at our language: when we cheat someone out of money, we “gyp” them. Gypsy moths are parasitic, and gypsy cabs operate illegally. And though many Roma still use the slang term — Britain’s Gypsy Council is a self-organized association of so-called travelers — others regard gypsy as an insult despite its wide use and prefer Roma, or sometimes Romani. Because Gypsies bounced around from country to country, they found it difficult to build permanent settlements or find jobs. So they traveled in caravans and made livings as entertainers and seasonal workers and by selling merchandise from faraway lands. Some of them told fortunes. Gypsies are also very good dancers; they developed the flamenco. Over the years, the itinerant lifestyle came to be part of the Gypsy culture, and though it is easy to romanticize (camaraderie! freedom! hoop earrings!), the true Gypsy experience is one of poverty, distrust and the ever nagging feeling of not belonging. Their continued persecution fostered a strong us.-vs.-them mentality, and they have strict laws against marrying “gadje” (nongypsies). European laws against Gypsies can be traced back to the early 1400s, when cities such as Lucerne in Switzerland and Freiburg in Germany began systematically removing them. Gypsies have endured almost every form of discrimination. During World War II, Nazis murdered roughly 400,000 Gypsies alongside Jews, homosexuals and other minorities. Some were rounded up and shot in their own villages, while others were shipped off to concentration camps. While relations between France and its Roma population have always been tense — last year, 10,000 Roma were shipped “home” to Romania and Bulgaria, according to the French government — this recent crackdown comes on the heels of a July 16 scuffle in which 22-year-old Luigi Duquenet, a Gypsy, was shot by police after he drove through a roadblock and allegedly hit an officer. Duquenet’s death sparked a small riot in the town of Saint-Aignan, which in turn prompted a government spokesman to call Gypsies “sources of illegal trafficking, of profoundly shocking living standards, of exploitation of children for begging, of prostitution and crime.” On July 28, Sarkozy announced that Roma encampments would be dismantled and their inhabitants “systematically evacuated.” Aside from drawing allegations of racism and bigotry, Sarkozy’s actions border on the illegal: most of France’s Gypsies arrived by way of Romania or Bulgaria, both of which are now members of the European Union. E.U. citizens are allowed to move freely through other E.U. countries, although French law limits their stay to three months unless they find employment. And while it’s true that most Gypsies are in the country unlawfully, France can’t prove that it’s expelling the right people unless it checks the paperwork of every single person it deports. The Aug. 26 exodus brings the number of Roma kicked out of France this year to 8,300 (80% of whom took the 300 euros and left voluntarily). Of course, many of them will probably come right back.

 

 

 

 

 

 

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