cosa pensate degli hikikomori

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Da quando ne ho sentito parlare per la prima volta ormai un bel po’ di anni fa, è un argomento che ho sentito sempre molto vicino.

Non perché io sia socialmente isolato o mi rifiuti di uscire di casa, ma perché credo di sapere esattamente cosa significa sentirsi minacciati da tutto quello che c’è nel mondo esterno, ed avere la sensazione che solamente nella tua stanza, al buio, con il tuo computer sulle ginocchia, tu sia al sicuro da quello che c’è la fuori e che tu pensi potrebbe farti del male.

Responsabilità, realizzazione personale, confronti, competizione, lavoro, corteggiamento: sono sono alcune delle tante parole da cui probabilmente queste persone si sentono terrorizzate. Il desiderio disperato di rinchiudersi in casa, di fare solo quello che si ha voglia di fare senza dover rendere conto a nessuno delle proprie azioni e delle proprie scelte, è una sensazione che conosco fin troppo bene.

Ho letto più di un libro su questo argomento, anche se purtroppo attualmente la bibliografia italiana sull’hikikomori è piuttosto scadente: si trovano giusto 3 0 4 libri, di cui almeno 2 molto poco approfonditi. Guardo da parecchio tempo i video di Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, e vi ho trovato molti spunti interessanti. A volte mi è capitato di rivedermi almeno in parte nei racconti di alcuni ragazzi isolati.

Ho conosciuto di persona anche un ragazzo, il fratello maggiore della mia migliore amica, che possiede molte delle caratteristiche attribuibili all’hikikomori: esce di casa per lavorare, ma oltre a questo non credo abbia contatti con nessuno al di fuori del suo nucleo familiare: niente amici, partner neanche a parlarne, un carattere scontroso ed infantile malgrado i 30 anni ampiamente superati, un fisico decadente segnato da una malattia congenita, che sicuramente ha contribuito in gran parte alla sua reclusione. Ho sempre provato un’enorme pena per questa persona, soprattutto perché i suoi familiari non sono assolutamente in grado di aiutarlo, essendo in condizioni mentali e fisiche non molto diverse da quelle del figlio. In un certo senso, non sarebbe completamente scorretto affermare che la mia amica viene da una famiglia di hikikomori.

A parte la storia della famiglia della mia amica, che considero un caso un po’ a se stante, credo di non poter nemmeno immaginare cosa debba significare vivere con un parente kikikomori, soprattutto se si tratta di un parente stretto, come ad esempio un figlio o un fratello. In questo caso, credo che la condizione di hikikomori sia altrettanto dura per chi la subisce indirettamente quanto per chi la vive in prima persona, ed in certi casi addirittura di più. Mi auguro con tutto me stesso di non trovarmi mai in una situazione del genere.

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