cosa significa per te insegnare

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Che cosa significa insegnare

di Carmela Russo

 

Don Milani scrive:

<<Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena.

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Leggendo queste parole ci si accorge che la Lettera ad una Professoressa di Don Milani, dopo più di mezzo secolo, ci serve ancora.

Semplicemente perché nella Scuola di Barbiana, lontano dai sentieri esperti della pedagogia, accaddero cose degne del nostro ricordo, cose che invitano tuttora a riflettere.

Da quegli anni la scuola è profondamente cambiata e ancora adesso vive un processo di grandi trasformazioni, nel quale le novità si susseguono con grande velocità.

In questo processo, che continuamente cambia, non solo le nostre conoscenze, ma il modo stesso di scoprirle e di usarle, il messaggio di Don Milani resta comunque sempre attuale.

La scuola, ufficialmente luogo privilegiato per la formazione degli individui come uomini e come cittadini, si prefigge di fornire ai propri utenti, non solo strumenti conoscitivi, ma anche valori umani e capacità relazionali.

Attraverso l’acquisizione delle competenze, che tengono legati i vari aspetti della persona (dai saperi alle capacità, agli atteggiamenti), funzionali al bene personale e al bene della società di appartenenza, la scuola mira a rendere ciascun soggetto capace di muoversi nella vita in modo autonomo, razionale, etico e responsabile.

In tale processo formativo, l’insegnante riveste un ruolo privilegiato, poiché è chiamato a mediare tra l’individuo singolo e la società.

E questo non è un compito facile.

È un compito fatto di impegno, pazienza, ricerca, sperimentazione.

Un lavoro difficile, se affrontato con serietà, e soprattutto pieno di responsabilità.

Prima fra tutte, la responsabilità di influenzare in maniera positiva delle personalità, di contribuire a formare quelli che saranno le donne e gli uomini di domani.

L’insegnante non è assimilabile ad un comune impiegato, da inquadrare soltanto più o meno decentemente in un organico.

Non è un funzionario da graduare secondo i titoli e il servizio, anche se i titoli e l’esperienza servono per l’evoluzione della professionalità, per la valorizzazione e il riconoscimento dei meriti.

È molto di più.

È un educatore, un regista del processo di costruzione dell’apprendimento e di formazione delle competenze, uno stratega dell’attività educativa in classe che ha effetti lungo tutta la vita dell’allievo.

Come una luce che il tempo non spegne, tutti noi abbiamo sempre vivo nel nostro animo il ricordo dell’insegnante che guidò la nostra infanzia.

Quale genitore non ha udito pronunziare la frase che non ammette replica: “ L’ha detto il maestro” oppure: “L’ha detto la maestra”?

Ciò che dice l’insegnante per il bambino non può che essere vero, giusto, buono.

E questo accade nei primi ordini di scuola, quella scuola che costituisce il fondamento educativo della società.

La psicologia dello studente, invece, è diversa da quella dell’alunno e anche la figura del professore è diversa dalla figura del maestro (nonostante oggi i percorsi di studi si equivalgano), tuttavia la funzione docente è identica, perché identico è il significato dell’azione didattico-educativa svolta.

L’insegnante è, dunque, una figura di grande valore nell’immaginario collettivo, perché di grande valore è la funzione che svolge quotidianamente in classe.

Ma i docenti sono coscienti della loro importanza sociale?

Ci rendiamo conto di tutto il bene e di tutto il male che può fare un buono o un cattivo insegnante?

Nella sua scuola l’insegnante non ha clienti e utenti, ma persone che hanno bisogno di cura nel senso più largo.

Egli deve guidare le esperienze degli alunni con grande competenza e responsbailità.

Per far questo deve creare le condizioni appropriate affinché tutti gli alunni possano sviluppare le diverse intelligenze che ciascuno di essi possiede, in misura diversa e in modi diversi.

Fare il docente significa saper far posto ai pensieri degli allievi, ai loro sentimenti, alle loro attività.

Significa saper assumere come punto di partenza la “loro” esperienza.

Significa creare un contesto, progettare e costruire l’apprendimento con ruoli definiti e scambiabili e tenerne le chiavi.

È lui a garantire, come fine dell’educazione, l’ampliamento delle possibilità per ciascuno di scegliersi una vita cui dare valore.

Il suo compito è orientare questa scelta in ogni momento dell’attività didattica e formativa.

È compito dell’insegnante adoperarsi perché gli allievi diventino persone libere e responsabili, capaci di acquisire le conoscenze, le abilità e gli atteggiamenti necessari a vivere autonomamente la loro vita.

È per questo che chi aspira a diventare insegnante, se ne comprende veramente il senso, deve operare una scelta che continua, giorno dopo giorno, fermamente e infaticabilmente.

Docente si diventa giorno dopo giorno, senza sosta, sempre.

Non esiste il docente ideale e perfetto: insegnanti si diventa, costruendosi un ruolo che tenga sempre presente l’umanità della persona e che faccia degli errori uno stimolo per la sua crescita professionale.

Per questo il docente, sia durante la formazione iniziale,sia durante l’esercizio della professione, deve imparare ad utilizzare la capacità di fare continui bilanci, di fare il monitor di se stesso, abbinando l’elasticità mentale e la flessibilità personale al rigore metodologico.

Solo così si diventa insegnanti colti, attenti alle esigenze formative, consapevoli dei processi di apprendimento e di crescita, capaci di porsi obiettivi, di operare e di valutare i risultati, disponibili alla ricerca e al cambiamento.

Non dimenticando mai che di fronte non ha dei “libri bianchi” su cui lasciare traccia, ma delle persone che apprendono a diventare autonome.

Insegnare è qualcosa di più di una semplice professione.

Richiede specifica e solida competenza disciplinare, capacità di interagire con gli altri e capacità didattica e di comunicazione.

Ma è, soprattutto, qualcosa che si sente dentro, perché se la professionalità, seppure indispensabile, la si può apprendere, la motivazione, l’entusiasmo, l’amore per l’altro no.

Non è facile fare “il maestro”.

È un scelta che si deve fare col cuore, prima che con la mente.



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