cosa uccide il covid

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ROMA – Secondo l’ultimo bollettino del ministero della Salute (9 novembre 2020) il numero di persone decedute per Coronavirus in Italia dall’inizio della pandemia è di 41.750. Ma per scoprire come il virus porti poi alla morte, uno strumento importantissimo sono le autopsie sui cadaveri. Attraverso un’analisi attenta dei pazienti deceduti per Covid, è stato possibile osservare quadri clinici mai visionati prima in nessuna patologia al mondo, che spiegherebbero come il Coronavirus possa portare in breve tempo alla morte di una persona. Ma non è finita qui, perchè dall’autopsia sui cadaveri è possibile anche scoprire quali sono i meccanismi responsabili delle difficoltà che hanno moltissimi soggetti considerati “guariti” a tornare ad una normalità respiratoria e che permangono in affanno perché di fatto restano affetti da quella che viene chiamata “Sindrome del Covid lungo”.

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Coronavirus, lo studio sui cadaveri

Uno studio del King’s College London, eseguito in parallelo con l’Università di Trieste e pubblicato su Lancet eBio Medicine ha portato alla luce lo spaventoso danno respiratorio di fronte al quale si sono trovati i medici Anatomopatologi mentre esaminavano quel che era rimasto dei polmoni dei cadaveri in esame (600), i quali si mostravano ridotti e rimpiccioliti, non più morbidi e spugnosi, ma irrigiditi da lesioni molto estese e profonde, con una vera e propria sostituzione del tessuto respiratorio polmonare con tessuto cicatriziale e fibroso che li deformava, un danno patologico gravissimo devastante e con caratteristiche mia viste prima. Nel 90% delle salme esaminate inoltre, è stata riscontrata una vasta presenza di trombi nelle grandi e piccole arterie e vene polmonari, causati dalla anomala attivazione del sistema della coagulazione del sangue favorita dall’infezione virale, ovvero piccole e medie tromboembolie polmonari che, tappando i vasi sanguigni ed interrompendone il flusso, compromettevano ulteriormente la possibilità dello scambio di ossigeno negli alveoli, come avevano rivelato gli indicatori dei saturimetri digitali in vita.

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Coronavirus, ecco i danni ai polmoni

È stato possibile anche visionare la presenza nel tessuto polmonare di una serie di cellule anormali, molto grandi e con molti nuclei, mai osservate prima in nessun tessuto vivente, che derivavano dall’azione della proteina Spike del Covid (quella che conferisce al virus la caratteristica forma a corona) di stimolare le cellule infettate ad inglobare e fondersi con quelle sane vicine in un’unica mostruosa cellula gigante plurinucleata, come una sorta di metastasi infettiva ed invasiva senza scampo, cosa che spiega il perché del ritrovamento di tali cellule anormali nell’escreato dei pazienti affetti dalla “Sindrome del Covid lungo” anche dopo 30-40 giorni dal ricovero in ospedale. Inoltre i pazienti deceduti per l’infezione virale mostravano quasi tutti una miocardite, una infiammazione ed ingrossamento del cuore con microtrombosi dei suoi vasi, le quali giustificavano e chiarivano l’alta incidenza delle aritmie maligne osservate durante la degenza agonica dei soggetti nelle terapie intensive. Volendo spiegare il tutto in termini più semplici, i reperti descritti sono la dimostrazione istologica che il virus, in chi ha sviluppato la polmonite, persiste attivo per tempi molto lunghi dopo la fase iniziale dell’infezione, e la persistenza di queste cellule fuse, che in medicina si chiamano “sincizi”, ovvero cellule infettate dal virus che inghiottono le cellule sane vicine per trasmettere loro l’infezione, indicano che il Covid-19 non è soltanto una malattia causata dalla morte delle cellule colpite dal Virus, come per le altre polmoniti, ma anche dalla lunga vita che hanno queste cellule anormali infettate nei polmoni, che riescono a distruggerne il tessuto, in pratica a corroderlo e mangiarlo vivo, determinando poi, quando in loco termina l’ossigeno, quegli esiti di cicatrici e fibrosi suddescritti nei polmoni e le manifestazioni aritmiche del cuore che compaiono anche a distanza durante la convalescenza.

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