cosa vogliono i jihadisti

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Nota di DP: Questo capitolo, basato su un mio intervento a un convegno sull’antiterrorismo organizzato dall’India Foundation nel febbraio 2016, è stato redatto per la pubblicazione senza il mio aiuto. Ho apportato lievi modifiche al testo. Il titolo originale è “Il califfato, al-Qaeda e il jihad globale”.

Una domanda che ricorre spesso è la seguente: “Cosa vogliono i [mujaheddin] jihadisti?” La risposta è incredibilmente vaga, visto che la maggior parte degli attacchi non è accompagnata da rivendicazioni chiare.

Gli orribili attacchi di Mumbai nel novembre 2008 e Parigi nel novembre 2015 sono stati compiuti da commando suicidi, con uomini armati che hanno perpetrato stragi. Altrove, i jihadisti sono ricorsi ad assalti, decapitazioni, attentati, dirottamenti aerei etc. Dopo che gli aggressori vengono neutralizzati dalle forze dell’ordine, si valutano i danni causati e gli investigatori tentano di stabilire le identità dei perpetratori e di esaminare i possibili moventi. Successivamente, siti web nebulosi forniscono indicazioni inaccurate, che continuano a non rispondere alla domanda: “Cosa vogliono i jihadisti?”

Le motivazioni degli attacchi jihadisti

Perché le motivazioni sono inesplicabili? Dopo gli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, gli analisti continuano a speculare ancora sui possibili motivi. Tuttavia, in termini generali, possiamo affermare che sono due le categorie generali o le motivazioni degli attacchi.

La prima è quella di cambiare specifiche politiche del paese che viene colpito. Ad esempio, questo potrebbe riguardare l’obiettivo di indurre al ritiro delle truppe straniere dall’Iraq e dall’Afghanistan o di ottenere che Riad espella le truppe straniere dal suo territorio. Un’altra motivazione potrebbe anche essere quella di esercitare pressioni sui governi affinché smettano di appoggiare Israele o su Nuova Delhi perché ceda il controllo del Kashmir.

La seconda categoria è più generalizzata ed è volta a indebolire i non musulmani in genere, minare la loro economia, creare paura nella mente della popolazione e tentare di stabilire la superiorità musulmana. Ma entrambe le categorie puntano a qualcosa di ancora più grande. I jihadisti cercano di creare un mondo dominato dai musulmani, dall’Islam, dalla Sharia e dal califfato.

Va rilevato che il jihad assume due forme, in base alla forza relativa della popolazione musulmana in una zona. Dove governano i non musulmani, i jihadisti tentano di assumere il potere. L’obiettivo è quello di rovesciare il dominio dei kafir – gli infedeli. Non vi è alcun tentativo diretto di conversione, ma la guerra è una guerra di territorio. Dove governano i musulmani, l’obiettivo è quello di applicare integralmente la Sharia. Il risultato perseguito è un governante pio e giusto che possa rendere i musulmani forti e ricchi e metta fine alle loro divisioni. In entrambi i casi, il risultato finale sarà la creazione di un califfato mondiale dove il califfo governa su tutti i popoli del pianeta e applica integralmente la Sharia.

Un breve excursus storico

La successione di Maometto produsse nell’Islam divisioni profonde tuttora esistenti. Al centro della disputa c’era la questione relativa a chi dovesse occupare il posto del Profeta a capo della comunità musulmana, una questione che ancora oggi crea una divisione fra sciiti e sunniti. Ad ogni modo, i successori di Maometto realizzarono le grandi conquiste islamiche nei tre secoli successivi. Il potere del califfato crollò intorno al 940 e anche se il titolo fu trasmesso, era nominale. L’ultimo califfato abbaside si concluse nel 1258 a Baghdad, dopo il sacco della città compiuto dalle truppe mongole. Durante la seconda metà del regno abbaside, i governanti musulmani avevano però iniziato a usare altri titoli, come quello di sultano. Atatürk pose fine al califfato il 3 marzo 1924, ma l’idea sopravvisse, come accadde nel movimento [indiano] Khilafat dal 1919 al 1926.

È stato Osama bin Laden a parlare di califfato in epoca più recente. [Il leader di al-Qaeda] voleva un “pio califfato che inizierà dall’Afghanistan”. Il suo successore, Ayman al-Zawahiri, ha immaginato un califfato attraverso il quale la “storia cambierebbe corso”. Secondo Fazlur Rehman Khalil, un altro leader di al-Qaeda: “Grazie alle benedizioni del jihad è iniziato il conto alla rovescia dell’America. Essa subirà presto la disfatta”, a cui farà seguito la creazione di un califfato. Nel 2005, al-Qaeda ha dato vita alla stazione radiofonica Sawt al-Khalifa.

Il califfato

Fatih Alev, imam del Dansk Islamisk Center di Copenaghen

Le dichiarazioni di certi leader e una sensazione generale diffusa fra la popolazione hanno dato l’impressione dell’imminente arrivo di un califfato. Nel corso di un meeting organizzato dall’Hizb ut-Tahrir a Copenaghen, il suo imam, Muziz Abdullah, in una sala gremita di gente ha affermato: “Dieci anni fa, quando ho iniziato, era del tutto irrealistico pensare che potesse nascere un califfato. Ma ora, la gente crede che potrebbe accadere nel giro di pochi anni”. E Fatih Alev, un imam di Copenaghen, si è espresso così: “Al momento, il califfato è del tutto irrilevante. Da domani, potrebbe non essere più così. Non lo escluderei”.

Anche tra la gente comune era diffusa l’impressione di un imminente avvento di un califfato. Nelle parole di Kerem Acar, un sarto del centro di Istanbul: “Sarò già morto quando accadrà, ma un giorno forse i figli dei miei figli vedranno qualcuno proclamarsi califfo, come il Papa, e avere influenza”. Ertuğul Örel, il proprietario di un caffè a Istanbul, ha auspicato l’avvento del califfato, ma si è detto scettico a riguardo, perché “un califfato implica che ci sarebbe una sola voce”, egli ha chiosato. “Ma so che gli americani e gli europei non potranno mai permetterlo.” Ali Bulaç, un autorevole intellettuale turco, è stato molto esplicito quando ha asserito: “Il concetto di califfato è molto vivo nella memoria collettiva della società”.

Un’opinione molto simile è stata espressa da Zeyno Baran, esperta dell’organizzazione Hizb ut-Tahrir. “Qualche anno fa, la gente rideva all’idea. Ma ora che bin Laden, Zarqawi e altri dicono di voler ricreare il califfato la gente li prende sul serio”. In molte strade di Sidone si possono vedere manifesti con grandi lettere rosso fuoco che chiedono la creazione di un califfato islamico in Libano, affissi da membri del movimento Hizb ut-Tahrir. I manifesti invocano la “restaurazione di uno Stato islamico califfato dopo che i nemici dell’Occidente coloniale e perfido hanno sottovalutato la nostra forza spirituale. Non potremo che essere forti con uno Stato islamico”.

Nel Christian Science Monitor, James Brandon ha scritto: “Hizb ut-Tahrir promette che il ritorno del califfato porrà fine alla corruzione e porterà prosperità. (…) Questo permetterà ai musulmani di sfidare e alla fine conquistare l’Occidente”. Brandon cita Abdullah Shakr, un membro giordano del gruppo: “Il mondo musulmano possiede delle risorse come il petrolio, ma manca di una leadership che ci governi applicando la legge islamica e faccia in modo che il jihad terrorizzi il mondo intero”. Shakr afferma che il successo del califfato produrrà più conversioni all’Islam e trasformerà l’intero mondo musulmano. Ma se per Hizb ut-Tahrir la strada verso il califfato è graduale e soprattutto pacifica, per al-Qaeda invece è violenta e rivoluzionaria.

Opinioni non musulmane

Dick Cheney ha capito il califfato meglio di molti docenti di studi islamici.

Al di fuori del mondo musulmano, la visione era del tutto diversa. Nel 2004, Dick Cheney, parlando di Osama bin Laden, ha dichiarato esplicitamente: “Parlano di voler ristabilire ciò che si potrebbe descrivere come il califfato del settimo secolo, governato dalla legge della Sharia, l’interpretazione più rigida del Corano”. Molti altri membri dell’amministrazione di George W. Bush hanno seguito il suo esempio e nel 2005 The Daily Telegraph ha suonato il campanello d’allarme affermando: “I fanatici di tutto il mondo sognano il ritorno del califfo”.

L’idea sembrava impossibile all’epoca e la sinistra anti-Bush, compresi gli esperti di Islam (Kenneth M. Pollack, John L. Esposito, Shibley Telhami), ha preso alla leggera l’argomento. Il giornalista investigativo Robert Dreyfuss si è rifiutato di accettare l’idea di un’aspirazione al califfato. Ha definito “assurda” l’ipotesi che le forze islamiste volessero stabilire un califfato dal Nord Africa al Sud-Est asiatico. “Si tratta di un’assurdità”, egli ha detto. “Sta accadendo questo perché quelli dell’amministrazione che fanno dichiarazioni del genere basate su ciò che leggono sui siti web di al-Qaeda e di altri gruppi jihadisti”. E ha aggiunto: “Queste minacce sono pure fantasie e dovrebbero essere considerate come tali”.

Un califfato esiste

È stata una sorpresa, quando il 29 giugno 2014, è apparso all’improvviso un califfato annunciato da uno “Stato islamico” e guidato dal califfo Ibrahim. Alla proclamazione hanno fatto seguito spettacolari vittorie militari, soprattutto a Mosul, che gli hanno conferito uno straordinario lustro mondiale. Gruppi come Boko Haram gli hanno reso omaggio e il suo effetto sui musulmani sunniti è stato elettrizzante. Come califfato, lo Stato islamico ha l’impatto potenziale di rafforzare il sogno di un governo unico in tutto “l’Islamdom” e oltre, incitare gli altri a fare lo stesso e radicalizzare i movimenti islamisti.



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