cosa vogliono le ragazze di oggi

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Nell’ultimo film della serie X-Men, Dark Phoenix, la superdotata Jean Grey dice che forse gli X-Men dovrebbero chiamarsi, X-Women, visto che sono le ragazze a correre i rischi maggiori, tipo salvare una navicella spaziale alla deriva. È una battuta, certo, ma rende conto di un clima che il cinema fantastico ha già intercettato con Captain Marvel (la supereroina più potente anche di Thor), con l’Aladdin disneyano dove la principessa diventa sultano e con l’amazzone Wonder Woman.

Questo immaginario corrisponde bene agli studi sulle nuove adolescenti raccolti del saggio Le ragazze sono cambiate a cura di Gustavo Pietropolli Charmet, Elena Paracchini, Roberta Spiniello e Aurora Rossetti (Franco Angeli, in libreria dal 28 giugno). Un identikit ottenuto dopo oltre 25.000 ore di colloqui individuali con una quindicina di psicologi dell’Istituto Minotauro a Milano dal 2012 a oggi. Dai racconti, sinceri e spesso sconvolgenti (digiuni, tagli, ritiro sociale, sessualità), è emerso un mutamento epocale.

Ma come sono fatte queste nuove ragazze? Amano essere belle, ma per sé. Si fidanzano online ma senza impegno: prima viene la loro realizzazione, che sempre meno tiene conto del rapporto con i maschi. Il vincolo di coppia è considerato spesso un impedimento. La verginità non ha un gran valore, e nella “to do list” è quasi un fardello del quale sbarazzarsi al più presto per entrare nel mondo degli adulti. Praticano il sexting (telefono e video sono un prolungamento del corpo) e fanno sesso occasionale con disinvoltura. Esplorano le proprie inclinazioni («Per ora sono lesbica, poi vediamo»), sperimentano, si dichiarano bisex, gay, genderfluid o non si dichiarano affatto (come in letteratura: nel romanzo di Cristina Tognazzi Zucchero Filato, Camilla, chiusa la storia con Giovanni, si innamora di Matilde con felice leggerezza, senza particolari interrogativi esistenziali).

La maternità è una nebulosa lontana, spostata/spostabile. Si confrontano tra pari (in genere tra amiche) e hanno l’ansia della popolarità. A scuola sono brave perché il buon risultato fa parte del “pacchetto autostima”. Spiega Charmet: “La sensazione è che dal culto della dea madre e da quello patriarcale della madre santa, che ha imperversato fino al femminismo, si stia passando al culto delle amazzoni, giovani donne guerriere, forti, a volte crudeli, del tutto indipendenti dal maschio che è da loro sottomesso e utilizzato al bisogno”.

Indipendenza a 360 gradi significa anche controllo del corpo. Durante un colloquio, Laura riferisce seria che le cosce perfette non si devono sfiorare. È necessario intravedere un varco, il “thigh gap”. “Migliaia di thigh gap vengono fotografati e diffusi da ragazzine esilissime su Tumblr, Instagram, Facebook”, segnalano Roberta Spiniello, Aurora Rossetti e Francesco Manzitti nel loro intervento Bella anche online, “e non importa se per ottenerlo servono regimi dietetici severissimi e allenamenti massacranti in molti casi neanche sufficienti, perché il thigh gap dipende dalla conformazione del bacino, che non è modificabile”. I maschi, spiegano, non sono interessati alla questione. “Per alcune adolescenti, invece, è un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, e questo conferma l’idea che dimagriscano per rincorrere il mito dell’indipendenza. Essere esile come segno della propria immunità dal bisogno dell’altro”.

Il corpo modellato dalle diete e dalla palestra va esibito, e per la I-generation non c’è differenza tra la pista da ballo e la bacheca dei social. In rete, costruiscono contenuti e culture affettive, sentono di appartenere a un gruppo o un’ideologia, o ne prendono le distanze. Saturano il loro bisogno di ammirazione mostrandosi a milioni di sguardi. Internet e i social rappresentano sia una cassetta degli attrezzi sia una risorsa per la vetrinizzazione di sé.

Viste da fuori sembrano uguali alle studentesse di sempre, con lo zaino sulle spalle. Ma non è così. Le nuove ragazze vedono la scuola anche come spazio per esprimersi, cercare il successo personale e sociale. Secondo lo studio dell’Ocse-PISA del 2012, le italiane dedicano ai compiti a casa 3 ore a settimana in più rispetto ai maschi e sono maggiormente interessate all’università. Incarnano il modello di una donna acrobata e in parte post-moderna, multitasking e multi-identità.

E i prof? Devono essere non solo portatori di sapere, ma alleati in un progetto di affermazione personale. “Ci chiedono troppo”, ammette Arianna Massenza, insegnante di italiano. “Se serve, dobbiamo offrire ascolto, improvvisarci psicologhe, nutrizioniste o mediatrici culturali, ma soprattutto dobbiamo credere nel successo, nelle potenzialità, e se non sono visibili, dobbiamo scovarli. Dobbiamo legittimarci e suscitare interesse. La nuova autorità non siamo noi”. E chi allora?

La nuova autorità sono le ragazze popolari. “Abbiamo chiesto alle adolescenti di raccontarcele”, scrivono Roberta Spiniello e Andrea Cavazzoni: “Le regine della scuola sono attraenti, anche se non bellissime. Il martedì pomeriggio vanno a hip pop e il sabato mattina in palestra. Mai sole. Attorniate da maschi e femmine, inserite in gruppi a loro volta popolari. Parlano con disinvoltura. Il loro sabato sera non finisce mai. Il loro trucco è originale. Trascorrono ore allo specchio alla ricerca di un dettaglio che le distingua. Vogliono essere guardate. Intelligenti. Hanno letto davvero Il gattopardo assegnato dal prof, ma non sono secchione”.

I genitori assistono, alleati/complici/disorientati. All’avviso proforma: “Io esco, forse rimango a dormire fuori”, restano perplessi ma si rendono conto che le loro obiezioni sarebbero anacronistiche, incomprensibili. Forse la loro è una forma di ribellione “non rumorosa”, commenta Charmet: “In effetti cosa insegna loro la scuola sul futuro, l’amore, la bellezza, la solitudine e la violenza della competizione fra femmine e fra maschi e femmine? E cosa trasmettono la madre o il padre sul valore del legame di gruppo? Cosa dicono dell’amicizia virtuale, per non parlare dell’amore o del sesso virtuale che per le attuali adolescenti tanto virtuale non è? Forse per questo è diventato così difficile intercettare i loro valori di riferimento”.

Marta Della Seta, madre di due teen di 15 e 17 anni, sospira: “Arranco. Cerco di capire. Le mie figlie vivono tra il cellulare, il computer e il branco delle amiche. Per carità, hanno ottimi voti. Ma non ho voce in capitolo sulle loro scelte estetiche, i selfie col broncio, i vestiti, i sentimenti, ammesso che si tratti di sentimenti. Hanno fatto la loro rivoluzione, hanno riscritto le priorità. Prima vengono loro, e dopo tutto il resto. I loro profili sono un po’ veri e un po’ falsi, on line si inventano e si trasformano. Da un lato le ammiro, affascinata, dall’altro, confesso, mi fanno un po’ paura”.

Protagoniste al cinema

Non controllare il corpo. Fare sesso perché le altre lo hanno già fatto. Provare estraneità nei confronti della famiglia. Andare in giro con una squadra di amiche dalle quali vuoi essere accettata, perciò ti metti a fumare, a bere, a rubare nei negozi. È la storia di Mia, raccontata da Lisa Brühlmann nel film Blue my mind, che arriva dal mondo delle nuove ragazze, disinibite eppure angosciate dai mutamenti che provoca l’ingresso nell’età adulta. La quindicenne Mia si trasforma in una sirena: le crescono branchie e scaglie. E la venatura fantasy dà, letteralmente, un colpo di coda al dramma adolescenziale.

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