in che modo il mito di enea nobilita le origini di roma

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Le matrici omeriche

Fuggito dalla sua città in fiamme, l’eroe troiano Enea intraprende un lungo viaggio che lo porterà a toccare diverse sponde del Mediterraneo; sbarcherà in Sicilia, poi sarà sbattuto da una tempesta in Africa, e qui intreccerà una storia d’amore con la regina fenicia Didone, anch’essa esule, anch’essa impegnata a costruire nuove mura per i suoi compagni; spinto dagli dèi a riprendere nuovamente il mare, giungerà infine sulle coste del Lazio, dove lo attende una sposa di stirpe regale, la dolcissima Lavinia, ma anche una guerra per accedere alla sua mano; infine, dall’unione dell’eroe troiano e della principessa italica discenderà una stirpe destinata a raggiungere il proprio culmine, di lì a molti anni, nei due gemelli Romolo e Remo, fondatori della città che il fato chiama a governare su tutto il mondo conosciuto.
Questa è, all’incirca da due millenni a questa parte, la storia di Enea e dell’origine di Roma. Lo è da quando il più grande poeta latino di tutti i tempi, Virgilio, la fissò nella sua opera maggiore, l’Eneide: un’opera che non era ancora compiuta quando il suo autore scomparve – per questo Virgilio morente avrebbe voluto darla alle fiamme –, ma che Augusto decise di pubblicare ugualmente, con i suoi versi lasciati a metà e le sue incongruenze ancora bisognose di un’ultima revisione, che non ci fu mai.
In realtà, quella di Virgilio non era che l’ennesima variante di un mito enormemente complesso, che aveva alle spalle già un millennio di vita e che nel corso dei secoli aveva continuato ad arricchirsi e modificarsi, in una stratificazione di versioni che hanno servito di volta in volta strategie politiche, interessi di città desiderose di accreditarsi un fondatore prestigioso, bisogni identitari variamente declinati, scelte letterarie. Una sola cosa era stata chiara sin dall’inizio: da quel crogiolo di storie che è la guerra di Troia, da quel vero e proprio big bang dell’universo mitologico greco-romano, Enea era destinato a salvarsi: a differenza di altri eroi come Achille o Ettore, il suo destino non era circoscritto al presente, sia pure al presente luminoso della prodezza guerriera e della bella morte sul campo di battaglia. A preannunciarlo era stato un dio, Posidone, in un passaggio chiave del ventesimo libro dell’Iliade: allorché, intervenendo per sottrarre Enea ad uno scontro con Achille dal quale l’eroe troiano sarebbe uscito soccombente, egli spiega come Zeus abbia ormai ritirato il suo favore a Priamo e alla sua stirpe, votandoli alla cancellazione, e abbia destinato il governo di Troia ad Enea, ai suoi figli e ai figli dei suoi figli per molte generazioni.
È difficile capire che cosa avesse in mente il poeta che compose quella sezione dell’Iliade: si è fondatamente supposto che lavorasse al servizio di dinasti locali, compiaciuti di ricondurre la propria stirpe a uno dei più prestigiosi fra gli eroi omerici. Di certo poche parti del poema sono state altrettanto ricche di futuro: per secoli, poeti, mitografi e storici hanno instancabilmente lavorato su quei versi, interpretandoli, talora modificandoli, sondandone significati e implicazioni, spremendone sviluppi narrativi. All’idea di un Enea che rimane nella Troade, trasmettendo ai suoi discendenti il dominio sulla città rinata, si è sostituita progressivamente quella dell’eroe viaggiatore: lungo un tragitto che si snoda dalle coste settentrionali della Grecia sino alla Sicilia e poi all’Italia, nei secoli successivi saranno molte le città che si attribuiranno un’origine troiana, o i templi che si pretenderanno fondati dagli esuli frigi, così come si moltiplicheranno le tombe di Anchise e gli stessi sepolcri di Enea.

Nati dalla terra o venuti da lontano?

Noi non sappiamo in quale momento il mito di Enea venne connesso a quello di Romolo e Remo, anche se ciò avvenne sicuramente in una fase arcaica della storia di Roma. Altrettanto difficile è capire perché i romani decidessero di legare le proprie origini alla figura di un esule sconfitto, pur in presenza di altre versioni che riconducevano la fondazione della città ad un eroe prestigioso come Odisseo. Di certo quella scelta dice forse qualcosa su un’attitudine all’apertura, all’accoglienza dello straniero, all’ibridazione etnica che si ritrova non solo in altri momenti del mito romano, ma anche nelle concrete prassi adottate dalla città in età storica. Di Romolo, per esempio, si diceva che aveva considerato moltissimi popoli, nella stessa giornata, prima nemici e poi concittadini, o che avesse istituito subito dopo la fondazione della città un asilo nel quale potevano confluire anche uomini dal passato oscuro e dalla reputazione torbida, allo scopo di accrescere rapidamente la popolazione del nuovo centro. Secoli dopo, l’imperatore Claudio si rifarà proprio al precedente mitico di Romolo per legittimare la sua richiesta di accogliere all’interno del Senato i notabili della Gallia Comata, conquistata cent’anni prima da Cesare, mentre il suo contemporaneo Seneca, tracciando un quadro di Roma come metropoli multietnica e pluriculturale, ricorderà come questa vocazione al meticciamento sia inscritta nell’origine stessa della città, fondata da un esule venuto dall’Asia Minore. Così, il mito finiva per esprimere un tratto forte dell’identità romana, anche in contrapposizione alla cultura greca: se gli ateniesi si percepivano come “nati dalla terra”, figli dello stesso suolo dell’Attica che abitavano indisturbati da sempre, e in nome di questa purezza etnica giustificavano le proprie pretese di egemonia sugli altri greci, i romani elaborano una percezione di sé meno rigida, più accogliente e dinamica. E come nel caso di Atene quel mito delle origini si traduceva in una precisa politica della cittadinanza – concessa, nella legge voluta da Pericle alla metà del V secolo a.C., solo a chi avesse sia padre che madre ateniese –, allo stesso modo l’idea che i romani avevano della propria fondazione come di un percorso corale e plurale trovava riscontro in un’idea a maglie larghe della cittadinanza, che finirà in ultimo per essere estesa a tutti gli abitanti dell’impero.

Enea il rinnegato: controstoria di un eroe

Ma nella storia del mito di Enea non mancano riletture decisamente eterodosse. Già l’Iliade accenna occasionalmente a dissapori fra l’eroe e la famiglia regnante di Troia; la tradizione successiva lavora su questo spunto sino a fare di Enea un traditore pronto a consegnare la sua città nelle mani dei nemici: nell’ultima notte di Troia sarà lui, insieme al padre Anchise e ad Antenore, ad aprire le porte agli achei consentendo loro l’accesso all’interno delle mura. Paradossalmente, il contro-mito di Enea traditore viene recepito non solo dagli autori cristiani, ansiosi di demolire uno dei simboli della detestata cultura pagana, ma anche da due falsi tardo-antichi, il Diario della guerra di Troia e la Storia della distruzione di Troia, che si spacciano per altrettante cronache di testimoni oculari della celebre guerra. Così, quando nel Medioevo l’Iliade cessa di circolare in Occidente, questi due falsi saranno accolti per quello che sostenevano di essere, descrizioni autoptiche della guerra troiana: con la conseguenza che il motivo del tradimento di Enea e Antenore penetrerà a fondo nella tradizione letteraria, pur senza mai giungere a sopraffare la variante virgiliana e “augustea” del mito.

Medioevo e mito troiano

Intanto, nello stesso Medioevo e poi ancora nell’età moderna i grandi regni che si erano insediati sul territorio appartenuto un tempo all’Impero romano d’Occidente ereditano da quest’ultimo il motivo nobilitante della discendenza troiana: ad eroi scampati dalla città frigia riconnettono le proprie origini i franchi come gli inglesi, gli scandinavi come i normanni, oltre che una miriade di città piccole e grandi disseminate ovunque in Europa. Né manca chi ad una matrice troiana riconduce persino i turchi, che stanno costituendo in Oriente un impero in espansione sempre più preoccupante verso ovest: così, quando nel 1453 Maometto II conquista Costantinopoli, ponendo fine per sempre all’esperienza dell’impero bizantino, qualcuno potrà interpretare quell’evento epocale affermando che i discendenti dei troiani hanno riconquistato le terre in cui erano stanziati tre millenni prima, strappandole ai discendenti dei greci e vendicando così la sconfitta nella guerra raccontata da Omero.

L’Enea dei moderni

In tempi più vicini a noi la storia di Enea si è spogliata di queste valenze dinastiche, che ne avevano fatto per eccellenza un mito di legittimazione politica, ma non per questo ha smesso di essere “buona da pensare”: la figura dell’esule, del vinto, del senza patria, si è prestata ad esprimere la condizione dell’uomo sopravvissuto alla barbarie del secondo conflitto mondiale, privo di passato e brancolante verso un incerto futuro, o, in tempi ancora più recenti, quella del migrante, «ignoto Enea, che mica lo si canta»1; e se i poeti inglesi del Medioevo facevano di “Nuova Troia” il nome originario della città di Londra, nel Novecento la nuova fondazione di Enea si è spostata sulle rive del fiume Potomac, novella terra promessa di un eroe che ha smarrito il senso del proprio destino.2 Giacché è questa, e non altra, la gran bontà dei miti antichi: essere storie straordinariamente capaci di tenuta, tanto da durare nei secoli, e al tempo stesso abbastanza flessibili da ospitare i significati che ogni nuova epoca è capace di cogliere in essi.

Note

1. Tiziano Rossi, Gente di corsa, Garzanti, Milano 2000.
2. Allen Tate, Poems 1922-1947, Scribner’s, New York 1949.



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