in che modo il veglio ottiene la fedeltà dei suoi adepti

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Veglio della montagna. – Capo della setta eretica musulmana degli ” assassini “, ramo di quella degli ismailiti, figura in Fiore II 11 Ed i’ risposi: ” I’ sì son tutto presto / di farvi pura e fina fedeltate, / più ch’Assessino al Veglio o a Dio il Presto ” (v. PRESTO), e anche in Detto 260 Unque Assessino al Veglio / non fu già mai sì presto, / né a Dio mai il Presto, / com’io a servir amante. In entrambi gli esempi risulta una costante della poesia trovadorica francese e italiana, che ha i suoi echi in D. (If XIX 50; v. ASSESSINO) e in Novellino C: la dipendenza dell’ ‛ assassino ‘ dal suo capo politico e religioso viene assunta come metafora per la fedeltà assoluta dell’amante alla donna. L’arco delle citazioni potrebbe andare da Aimeric de Peguilhan (Puois descobrir 28-32) e da Guido delle Colonne (Gioiosamente canto 24) a Chiaro (Di grazze far 7) al Mare Amoroso (v. 30), a Betto Mettefuoco e ad altri. Ovunque, però, il riferimento esotico, a parte la diversa levatura stilistica degli autori, si presenta stereotipato e privo di quella risonanza di cui è dotato il capitolo XXXI del Milione di Marco Polo (e poi il riferimento del Boccaccio: cfr. Dec. III 8 31), dove l’insolita ricchezza e la sistemazione dei dati raccolti si fondono col tono favoloso in un ampio sviluppo documentario-narrativo, nel quadro organico di una presentazione che trova la sua coerenza non solo sul piano geografico e culturale, ma anche storico, se si pensa che la potenza ismailitica venne abbattuta da una spedizione mongola.

L’epiteto di V. compete per primo al fondatore della setta, il persiano Hassan-ibn-Sabbah (1090), agente dei Fatimidi di Egitto in Oriente; combatte i musulmani ortodossi e specialmente i Selgiuchidi. Il centro della potenza ismailitica va posto in un massiccio montagnoso iraniano a sud del Caspio, a Ne di Qazwin, nella fortezza di Alamut, donde si diffonde in altre parti della Persia, nella Mesopotamia e nella Siria. L’opera politico-teologica del fondatore non ci è pervenuta ed è conosciuta solo attraverso citazioni di testi polemici ortodossi; sembra tuttavia che fondesse le dottrine musulmane con credenze indiane sulla trasmigrazione delle anime. Il V. si serviva dei suoi fedeli, fatti crescere in un giardino di delizie (paradiso) e inebriati dall’hashis (donde ” assassini “) per compiere delitti ai fini della lotta e dell’espansione politico-religiosa, secondo metodi efferati, ma che erano giustificati dalla loro dottrina. Il titolo si trasmette a tutti i successori di Hassan-ibn-Sabbah fino al personaggio descritto dal Polo, Ala-uddin Mohammed (1220-1255), e al figlio di lui Rukn-uddin, vinto e ucciso (1265) dal fratello del Gran Cane, Hulaghu, poi primo Khan dei Mongoli di Persia, che mette fine così all’attività della setta. Nel periodo delle crociate gli ” assassini ” parteggiano di volta in volta o per i cristiani o per i musulmani: in Siria uccidono Corrado di Monferrato, Raimondo I conte di Tripoli; lo stesso Saladino sfugge per caso a un attentato.

Sul V. esistono fonti arabe, persiane e cinesi; in Europa la sua storia e la sua leggenda cominciano a circolare nel sec. XII, a partire dalla Francia (cfr., tra l’altro, Recueil des bistoriens des croisades, Parigi 1859).

Oltre alla tradizione poetica cortese largamente intesa, anche l’autore del Novellino, passando sotto silenzio l’efferatezza degli omicidi politici, sembra vedere nel V. e nei suoi ” assassini ” i protagonisti di un aneddoto esemplare sulla virtù della fedeltà (cfr. Segre-Marti, Prosa 880-881); all’inizio del breve episodio è evidente un accostamento all’ideale cavalleresco: ” Lo ‘mperadore Federigo andò una volta fino alla montagna del Veglio, e fulli fatto grande onore ” . Anche nel Milione potrebbero trovarsi spunti del genere (” Il Veglio tiene bella corte e ricca… “: cfr. Prosa, cit., 347-348), ma essi vanno ricondotti a una ben più salda orditura di dati, tra i quali il Boccaccio sfrutta unicamente, piegandolo alla temperie della novella erotica, come beffa ed inganno appunto, il motivo della ” polvere di maravigliosa virtù ” dagli effetti soporiferi (l’ ” oppio ” di Marco Polo).

Bibl. – G. De Hammer Purgstall, Origine, potenza e caduta degli Assassini, traduz. ital., Padova 1838; H. Yule, The Book of Ser Marco Polo, Londra 1921; G. Levi Della Vida, Assassini, in Enc. Ital. IV 984-985; L. Olschki, L’Asia di Marco Polo, Firenze 1957; P. Filippani-Ronconi, Ismaeliti e ‛ Assassini ‘, Milano 1973.

Per i riferimenti più propriamente letterari rimane fondamentale Pagliaro, Ulisse 266 ss. Si veda inoltre: G. Contini, in ” Boll. Centro Studi Filol. Ling. Siciliani ” II (1954) 182.

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