in che modo la regolazione del dna è collegata alle emozioni

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Cos’è l’epigenetica, di cui ultimamente si parla così tanto, in relazione all’alimentazione e non solo? Provo a spiegarla facile.

Epigenetica è la branca della scienza che studia le mutazioni genetiche di superficie, cioè quelle che non alterano la composizione del dna vero e proprio, ma condizionano l’espressione dei geni.

In termini più scientifici, si definisce segnale epigenetico un cambiamento che non modifica la sequenza nucleotidica di un gene, cioè quella che contiene le informazioni di base, ma ne altera l’attività. Riguarda tutti i mammiferi. Cioè?

Con una similitudine efficace di Robert Waterland, ricercatore del Baylor College of Medicine di Houston, Texas:

Se paragoniamo il DNA all’hardware di un computer, l’epigenetica è il software, che stabilisce ciò che il computer può e deve fare.

Epigenetica: il dna non è il tuo destino
Copertina di Time, 18 gennaio 2010. Cover Credit: © Kevin Van Aelst for Time.

Nel corso della vita di ciascuno, l’espressione genica può restare potenziale o rendersi manifesta a seconda che i geni vengano silenziati o attivati, proprio come i tasti di uno strumento.

Queste regolazioni epigenetiche (che potremmo intendere come una sorta di modulazioni), pur non alterando il genotipo, possono tuttavia essere ereditate ed ereditabili, cioè transgenerazionali; ma sono al contempo reversibili (e questa è un’ottima notizia).

Cito da Francesco Bottaccioli, direttore della Scuola Internazionale di Medicina Avanzata e Integrata e di Scienze della Salute:

Il nostro patrimonio genetico può produrre risultati relativamente diversi a seconda del tipo di regolazione epigenetica che si realizza, la quale segue stimoli ambientali e interni.

Alimentarsi in un certo modo, fare o non fare attività fisica, essere amati da piccolissimi (e da adulti!), vivere in un ambiente inquinato, avere una malattia cronica, in definitiva la regolazione della nostra vita da fattori esterni e interni, si traduce in una regolazione epigenetica del genoma.

«Ma il dato più sconvolgente di queste nuovissime ricerche», continua Bottaccioli, «anche se il loro padre, l’inglese Conrad H. Wattington, cominciò a lavorarci negli anni ’40 del secolo scorso, è che esperimenti su piante e animali dimostrano che le modificazioni epigenetiche possono essere trasmesse alla generazione successiva.

«Il che, se confermato, avrebbe conseguenze importanti sulla medicina dal punto di vista diagnostico (mappa epigenetica del cancro, per esempio) e terapeutico (possibile relativa semplicità di influenzamento dei meccanismi di metilazione [cioè modifica, ndr] rispetto alle fantasiose “terapie geniche”). Ma avrebbe eccezionali conseguenze anche sulla nostra idea di evoluzione. L’odiato Lamarck si prenderebbe una rivincita verso il neo-darwinismo oggi imperante».

A questo proposito, sul web circolano alcune simpatiche vignette.

La cosa che più mi colpisce non è tanto sapere che il dna non è quella tegola ereditata che predetermina tutta la nostra vita – cosa che si era già abbondantemente evidenziata nello studio dei gemelli omozigoti –, ma che la scienza arrivi ad acclarare che le alterazioni epigenetiche sono condizionate da fattori ambientali, emotivi e alimentari, così come dal complesso equilibrio tra tutte queste cose.

 

Ricavo questa vignetta dall’articolo Salute: cibo, nuove prospettive per contrastare invecchiamento, malattie degenerative e tumori, pubblicato su Enea, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Fonte immagine.

La traduco in modo semplice: la carta d’identità dei nostri geni non produce, come output, la totalità di ciò che il corpo manifesta; contano molto anche le esperienze, lo stile di vita e l’ambiente, cioè malattie, educazione familiare, dieta alimentare, esposizione ad agenti tossici e allo stress, rapporto con i genitori, traumi in età infantile ecc. Tutti questi fattori influenzano così tanto il nostro organismo, che incidono persino sull’espressione superficiale (epi-) dei geni stessi.

Inutile dire che il cibo e lo stile di vita rappresentano una leva di salute fortissima.

Tutto quello che vivo e scelgo di vivere incide sul mio corpo e il mio stato di salute.

Trovo questo genere di scoperta molto liberante e responsabilizzante nello stesso tempo. Liberante, perché il patrimonio genetico con cui nasco non è la gabbia stringente con cui devo fare i conti. Responsabilizzante, perché tutto quello che vivo, e in una certa misura scelgo di vivere, incide sul mio corpo e il mio stato di salute e persino su quello delle generazioni successive alla mia.

Lo avevo già intuito – dirlo sembra quasi banale – ma ora che anche la scienza lo ha acclarato, l’approccio medico ne dovrà tener conto.

I primi che suggerisco di consultare a questo proposito sono i biologi nutrizionisti, alcuni dei quali sono da tempo attenti a questo tipo di ricerche e le hanno ufficialmente integrate nel proprio approccio terapeutico e nutrizionale.

Ricordo ancora l’incontro cui assistetti della dottoressa Laura Garnerone,* lo scorso dicembre, alla Biblioteca Passerini Landi di Piacenza, sul legame tra alimentazione, (epi)genetica ed emozioni. Ne riporto qui qualche passaggio, a mo’ di sintesi e conclusione.

Epigenetica è lo studio di come ambiente, pensieri ed emozioni possono influenzare i nostri geni nel loro strato più superficiale (e fortunatamente reversibile).

Dunque non è solo l’ereditarietà a condizionare la nostra salute, ma anche una serie di altri fattori esterni e interni, molto più governabili, capaci di fungere da silenziatori o attivatori della nostra ‘espressione genica’.

In un «mondo obesògeno» [espressione che mi è piaciuta molto, ndr], imparare a riconoscere cosa può danneggiarci e nello stesso tempo capire come funziona la nostra complessa unitarietà psicofisica, sono due facce della stessa responsabilità.

Che ne pensate?



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