in che modo la religiosità cristiana influisce sulla vita individuale e collettiva

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RELIGIONE E SUPERSTIZIONE
(Accenni sulla Santa Inquisizione)

Nella vita quotidiana durante il Medioevo, la religione regolava
ogni aspetto e dove non arrivava la Chiesa entrava in gioco la magia.
 La religione non era solo una convinzione personale ma stabilì
un punto di partenza e di arrivo per ogni attività sociale.
Nel suo nome si sopportavano fatiche enormi, si sacrificava
quel poco che si aveva come cibo, si combatteva, si castigava…
Il Medioevo fu un periodo molto importante per la Chiesa perché visse
la sua ascesa a livello politico ma anche la sua decadenza
a livello spirituale a causa della mondanizzazione.
Durante l’anno mille poi fu la protagonista dello sconvolgimento
generale nato dal timore della fine del mondo.
La diffusione in quegli anni di grandi calamità, un esempio per tutti
l’epidemia del 997 (il fuoco di Sant’Antonio), fece crescere l’allarmismo
per una prossima catastrofe dove le potenze sataniche si sarebbero scatenate
provocando la disfatta dell’esercito divino e quindi il ritorno al caos.

Dio, che era il signore del mondo, per avvertire le sue creature
prima che si abbattessero su di loro i colpi più terribili,
sosteneva l’importanza della penitenza.
Ne esistevano di tutti i generi: quella collettiva dove per scongiurare
la vendetta divina venivano seguite le regole dei monasteri
e quella individuale dove si spaziava dall’elemosina al digiuno,
che erano le rinunce imposte al cristiano, bisognoso di purificazione.

Il pellegrinaggio era considerato la pratica penitenziale primaria:
il cristiano andava verso i pericoli di un’avventura, verso la terra promessa.
Le principali destinazioni dei pellegrini erano:
la Terrasanta per pregare nei luoghi di Gesù,
dove erano le tombe dei Santi e le loro reliquie;
i luoghi in cui si diceva fosse apparso l’Arcangelo Michele come
Monte S. Angelo nel Gargano, Mont S. Michel in Normandia, ecc.;
Santiago di Compostela nella Galizia (Spagna) dove Alfonso II il Casto
re delle Asturie e della Galizia aveva fatto costruire il tempio
nel luogo in cui era stato identificato il sepolcro dell’apostolo Giacomo.

Proprio quest’ultima destinazione, durante l’XI sec., era la privilegiata,
e lungo il suo percorso, innumerevoli erano gli ospedali e i ricoveri per i pellegrini.
Nel Medioevo esisteva un vero e proprio Rituale della vestizione del pellegrino
che si recava a Santiago e
che culminava con la consegna della bisaccia:
“Ricevi questa bisaccia, che sarà il vestito del tuo pellegrinaggio affinché,
vestito nel modo migliore, sarai degno di arrivare alla porta di San Giacomo
dove hai desiderio di arrivare e, compiuto il tuo viaggio, tornerai da noi sano e salvo
con grande gioia, se così vorrà Dio che vive e regna per tutti i secoli dei secoli”.

Questo percorso, ancor oggi molto affollato, non era facile e adatto a tutti.
C’era bisogno di una lunga preparazione fisica per affrontare i quasi 800 Km di strada.
All’epoca era facile riconoscere la destinazione di ogni pellegrino dal
simbolo che portava:
chi andava a Santiago aveva come simbolo una conchiglia;
chi andava a Roma a pregare sulle tombe di S.Pietro e S.Paolo, portava una
croce;
chi andava in Terrasanta portava la croce o un ramo di palma.
Il motivo per cui la conchiglia è il simbolo principale di chi va a Santiago
va ricercato nei primi secoli del pellegrinaggio.
I pellegrini approfittavano della grande disponibilità di questi crostacei
sulle coste
galiziane
e se ne cibavano correntemente, tenendo per ricordo una conchiglia.
C’è anche una leggenda legata alla conchiglia, secondo la quale
Teodosio e Attanasio, discepoli di Santiago, passato lo stretto di Gibilterra,
per portare il corpo del santo in Galizia, seguendo le coste atlantiche,
giunsero in un luogo chiamato “Bouzas” dove
si stavano celebrando le nozze di una coppia.
Ad un certo punto il cavallo dello sposo inciampò e gli sposi
caddero in acqua sprofondando immediatamente.
La gente già piangeva la loro morte quando sposo e cavallo emersero
all’improvviso, accanto alla barca che trasportava il corpo del santo.
Cavallo e cavaliere uscirono con il corpo interamente tappezzato di conchiglie.
I discepoli dissero che si trattava di un miracolo e che il corpo trasportato
era quello di San Giacomo che aveva predicato il vangelo nelle terre di Spagna.
Riconoscendo nell’accaduto la benevolenza dell’apostolo, da quel momento
si assunse la conchiglia come simbolo del pellegrinaggio.
Il nome scientifico di quella varietà di conchiglia è “pecten jacobeus”;
in Italia viene chiamata “cappa santa”, in Francia “coquille de S. Jacques.

Comunque la più salutare delle penitenze era la professione monastica:
alcuni monaci furono offerti a Dio nell’anno mille
quando erano ancora in fasce e uomini di una certa età
che si preparavano alla morte, indossarono l’abito di San Benedetto.
Oltre alle penitenze, la Chiesa ritenne utile applicare degli atti di purificazione,
perché era necessario separare il popolo di Dio dai corpi estranei.
Il mezzo purificatore per eccellenza era il fuoco,
che venne utilizzato anche per distruggere i libri proibiti.
Tramite il rogo furono giustiziati eretici, stregoni,
ma anche gli ebrei, considerati alleati di Satana.
I roghi iniziarono in modo spontaneo intorno al 1022, per continuare
poi, con sentenze dell’Inquisizione, dal Duecento fino alla metà del Settecento.
Una stima approssimativa calcola che i roghi delle Inquisizioni cattoliche,
siano stati circa 20 mila, mentre le condanne capitali
per eresia in Svizzera e in Inghilterra furono molto minori.
Fu famoso il rogo su cui venne bruciato vivo a Ginevra l’antitrinitario
Michele Serveto (1553) per volontà dello stesso Giovanni Calvino.
Il condannato veniva solitamente legato ad un palo, sotto ed intorno al quale,
venivano posti abbondanti fasci di legname, a cui veniva dato fuoco;
se il fuoco era rapido, la morte del condannato sopraggiungeva
per gravissime ustioni che alla fine, riducevano il corpo in cenere.

Se il fuoco era lento, invece, prima che il medesimo potesse giungere
a dilaniare le carni, si poteva morire per asfissia oppure per arresto cardiocircolatorio.
Questi processi, condotti sulla base di manuali cattolici e protestanti,
avvennero in numero più alto in Germania, Inghilterra e nei Regni scandinavi,
tutti di fede protestante, in minima parte nei Paesi cattolici
come Francia, Polonia, Spagna e Italia.
Quello che colpisce oggi in questa storia è che le sentenze di morte
venivano emesse dai giudici ecclesiastici in nome di Gesù Cristo.
Venivano poi eseguite dalle autorità statali con il rogo, ma talvolta
i condannati venivano strangolati, impiccati, annegati, decapitati.

Il termine inquisizione deriva dal verbo latino inquirere,
che significa investigare, indagare.
Il tribunale dell’Inquisizione, infatti, conduceva le indagini
volte ad accertare l’eresia e, scopertala, aveva il compito di tentare
con tutti i mezzi (compresa la tortura), di convincere l’indagato
ad abiurare, cioè a ritrattare.
Quando non era in grado di ottenere l’abiura, dichiarava la propria incapacità
e rimetteva l’indagato a un tribunale civile.
I tribunali dell’Inquisizione, per definizione, potevano sottoporre
a processo solo i fedeli cristiani e quindi ne erano formalmente esclusi
i non battezzati come gli ebrei e i musulmani.
Questa inquisizione si occupò prevalentemente dell’eresia catara e della valdese
e può considerarsi conclusa alla metà del Trecento.
Fu Papa Lucio III con il decreto “Ad abolendam (1184), a stabilire il principio
– sconosciuto al diritto romano – che si potesse formulare
un’accusa di eresia e iniziare un processo a carico di qualcuno
anche in assenza di testimoni attendibili.

In questo decreto il Papa dichiarava, tra l’altro:
“Alle precedenti disposizioni […] aggiungiamo che ciascun arcivescovo o vescovo,
da solo o attraverso un arcidiacono o altre persone oneste e idonee,
una o due volte l’anno, ispezioni le parrocchie nelle quali si sospetta
che abitino eretici e lì obblighi tre o più persone di buona fama,
o, se sia necessario, tutta la comunità a che, dietro giuramento,
indichino al vescovo o all’arcidiacono se conoscano lì degli eretici,
o qualcuno che celebri riunioni segrete o si isoli dalla vita,
dai costumi o dal modo comune dei fedeli”.
La prima fase dell’indagine era l’inchiesta:
l’inquisitore, giunto in un luogo in cui si sospettava abitassero eretici,
si presentava al vescovo locale e con il permesso di quest’ultimo
convocava il popolo, davanti al quale teneva una predica, in cui esponeva
il punto di vista della Chiesa sui contenuti della fede ritenuti confusi in quell’ambiente
e quindi passava a mostrare la falsità delle proposizioni eretiche lì sostenute.
A questo punto pubblicava due diversi editti: l’editto di grazia
con cui si concedeva, appunto, la grazia a chi si fosse spontaneamente denunciato
all’inquisitore entro un determinato lasso di tempo (in genere dai 15 ai 30 giorni)
e l’editto di fede con cui si obbligava chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza
di un eretico a denunciarlo all’inquisitore pena essere considerato correo.
Chi era sospettato di eresia, ma non si presentava all’inquisitore, era oggetto
di una citazione individuale per il tramite del curato del luogo
che costituiva l’inizio del processo a suo carico.
Chi si rifiutava di comparire veniva scomunicato.
La seconda fase era costituita dal processo
L’imputato veniva arrestato, ma non necessariamente trascorreva
in prigione tutto il tempo del processo, in quanto poteva
essere rilasciato sulla parola, su cauzione o presentare dei testimoni
a garanzia che si sarebbe presentato all’inquisitore.
L’imputato non aveva il diritto di conoscere né i capi d’accusa
né i testimoni contro di lui fino a processo iniziato, tuttavia
aveva il diritto di stilare un elenco di nomi di persone che,
secondo lui, avrebbero potuto volere il suo male.
Se sulla lista così compilata comparivano gli accusatori, il processo
veniva sospeso, l’imputato rilasciato e all’accusatore veniva inflitta
la pena prevista per quella tipologia di reato.
A dibattimento iniziato gli imputati potevano ancora ricusare i testimoni,
se avessero dimostrato che questi avevano motivo di essere malevoli nei loro confronti.
A sua volta l’inquisitore non poteva giudicare un imputato
se costui in passato gli avesse nociuto.
All’accusato venivano sequestrati tutti i beni, sia per provvedere alle spese del processo,
sia per l’eventuale mantenimento in carcere dello stesso accusato.
Il processo si componeva di una serie di interrogatori in cui l’imputato
si limitava a rispondere alle domande del giudice; non esistevano controinterrogatori.
Chi si presentava all’inquisitore entro il termine previsto
dall’editto di grazia, veniva in genere condannato a un pellegrinaggio.
Per chi invece arrivava al processo si profilavano due strade diverse:
se confessava durante gli interrogatori, veniva perdonato e gli si infliggevano
penitenze, in genere recite di preghiere, pellegrinaggi, offerte per i poveri
oppure l’obbligo di portare signa super vestem
(cioè dei simboli di stoffa cuciti sopra i vestiti):
gli eretici mitre e rose gialle, i sacrileghi delle ostie, i falsi accusatori
due lingue di panno rosso, simbolo della doppiezza.
Quando invece l’eretico persisteva nella sua posizione, allora l’inquisitore
dichiarava la propria incapacità e lo affidava ai giudici dei tribunali civili.
In questo caso la condanna poteva essere la privazione della libertà
per un certo periodo di tempo, la fustigazione pubblica, la confisca
dei beni o, nei casi più gravi, la pena di morte.

La prigione era di due tipi: il muro largo, da scontare a casa propria
o all’interno di un monastero o di un convento e il muro stretto,
cioè la reclusione nel senso moderno del termine.
I prigionieri potevano ricevere visite, ma il muro stretto poteva
essere mutato in “carcer strictissimus” (carcere duro), il condannato messo in pace,
espressione ché significava che veniva messo in catene a pane e acqua e privato di ogni contatto.
Le penitenze potevano essere mitigate o annullate in seguito.
Alcuni condannati furono, ad esempio, liberati per assistere
parenti malati fino alla loro guarigione o alla loro morte.
Al contrario, pene più severe erano previste per i relapsi;
coloro che erano ricaduti nell’errore.
Per quanto riguarda l’utilizzo della pena di morte, non esistono
studi accurati sulla totalità dei documenti.
È stato però osservato che nella seconda metà del XIII secolo, a Tolosa,
le condanne a morte furono in ragione dell’1% delle sentenze emesse.
Bisogna precisare, che a rigore, l’Inquisizione non poteva condannare
né al carcere né, tantomeno, a morte, dato che le punizioni corporali
erano di competenza della magistratura civile e venivano decise
sulla base delle legislazioni dei singoli stati e non del diritto canonico.
Tuttavia il rapporto fra potere spirituale e potere temporale era così stretto
che una condanna dell’inquisitore si sarebbe certamente tramutata
nella corrispettiva condanna civile.
La terza fase era quella della Pronuncia del giudizio
La punizione dell’eresia non era un fatto privato, ma un avvenimento pubblico.
Le sentenze dell’Inquisizione erano pronunciate in una cerimonia ufficiale,
alla presenza delle autorità civili e religiose.
Questa cerimonia aveva la funzione di evidenziare, simbolicamente, la restaurazione
dell’equilibrio sociale e religioso e il ritorno dell’eretico in seno alla Chiesa.
Era dunque un atto di fede pubblico, cioè il significato letterale dell’espressione autodafé.
La cerimonia prevedeva un sermone dell’inquisitore, chiamato sermo generalis
(sermone generale) e il giuramento delle autorità civili presenti
di fedeltà alla Chiesa e dell’impegno nella lotta contro l’eresia.
Subito dopo c’era la lettura del verdetto.

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