in che modo viene limitata la soggettività del valutatore dei rischi sul luogo di lavoro

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Ospitiamo il riassunto di una tesi di laurea che ha affrontato l’argomento relativo alla “Percezione soggettiva del rischio” di Francesco Gianoboli, Psicologo del lavoro e del benessere nelle  Organizzazioni, RSPP e formatore per la sicurezza. 

La soggettività nella percezione del rischio

Lunch atop a Skyscraper, “pranzo in cima a un grattacielo”, la famosa fotografia che Charles C. Ebbets scattò nel 1932 durante la costruzione del GE Building del Rockefeller Center, mostra undici muratori seduti su una trave di acciaio a centinaia di metri sopra New York City che stanno mangiando, come se nulla fosse.

Già nel 1932 questa foto suscitò molto scalpore, infatti fu pubblicata sull’Herald Tribune insieme a un articolo in cui si contestava la totale mancanza di adozione di dispositivi di protezione o misure di sicurezza.

Poiché dunque tali concetti di sicurezza sul lavoro non erano del tutto sconosciuti a quell’epoca, è lecito chiedersi il motivo per cui quegli uomini mostrassero tanta tranquillità in un contesto visibilmente pericoloso: con ogni probabilità essi non ritenevano pericolosa la situazione in cui si trovavano e di conseguenza avevano un’errata percezione del rischio a cui erano esposti.   

Il lavoro che segue tratterà proprio della percezione del rischio sul posto di lavoro, cercando di enfatizzare l’idea di “soggettività” nei processi di percezione e valutazione della realtà, che orientano e sostengono le decisioni del singolo e dell’organizzazione.

Prima di entrare nell’argomento occorre far chiarezza sul concetto di “presa di decisione”, passo fondamentale durante la percezione di un rischio.

Tale processo è dominante nella quotidianità di ciascun individuo, infatti in ogni tipo di situazione siamo costretti a scegliere tra più alternative d’azione, ognuna delle quali porterà con sé conseguenze diverse.

 

Ogni decisione però viene presa in funzione degli elementi che l’individuo percepisce in una determinata situazione, occorre pertanto prendere in considerazione vari fattori e variabili che condizionano l’attrattività verso un’alternativa rispetto a un’altra; influenze che porteranno a giudicare e scegliere la “migliore” soluzione per quell’occasione.

 

Tra queste:

  • le condizioni ambientali in cui l’individuo è inserito al momento della scelta, cosa a dir poco ardua, in quanto l’ambiente è caratterizzato da un elevato grado di complessità e incertezza.
  • la propria storia personale,
  • le proprie esperienze o la propria economia

 

La circolarità di questo processo di decisione è dunque immediatamente evidente: non esiste stabilità, né un inizio né una fine, ma una continua rilettura personale della situazione. “È tutto un’influenza reciproca”: ogni rilettura porterà a una decisione che l’individuo prenderà, da questa ne scaturirà un’azione che produrrà delle conseguenze, le quali a loro volta andranno a influenzare le percezioni future, i meccanismi di raccolta, immagazzinamento, combinazione e valutazione, innescando un processo continuo di dotazione di senso che coinvolgerà le nostre esperienze passate e future.  In altre parole, la percezione e l’elaborazione della realtà variano da soggetto a soggetto in base ai singoli bisogni, valori, emozioni e conoscenze.

Fattori che, senza dubbio, condurranno alla messa in atto di scelte individuali.

E’ facile quindi intuire come la soggettività di questo processo si ripercuota soprattutto durante la fase di percezione e valutazione del rischio, che viene infatti inteso come un “giudizio”, come una scelta in base alla quale, si giudica se la situazione in cui ci si trova e gli elementi che si percepiscono rappresentino o no un pericolo.

 

Quest’ultimo infatti, grazie al contributo offerto dalla teoria psicologica della percezione si è arricchito dei concetti di pericolo (ciò che ha un potenziale dannoso) e gravità (cioè la magnitudo dell’evento); fattori che pongono l’accento sul ruolo dell’individualità nella percezione del rischio, il quale, configurandosi come un giudizio dato, sarà influenzato da innumerevoli fattori, come le esperienze del singolo e quelle altrui, le emozioni, le abitudini e altri fattori circostanziali.

In base a tali contributi psicologici sappiamo dunque che il nostro comportamento e le nostre azioni non dipendono dalla realtà oggettiva, ma dall’interpretazione soggettiva di una determinata situazione da parte di ciascun individuo.

 

Risulta pertanto chiaro quanto il concetto di rischio sia legato a quelli di individualità o soggettività: queste determinano sostanziali differenze comportamentali nelle stesse situazioni di pericolo, che può essere deliberatamente evitato o affrontato.

 

La rappresentazione mentale del rischio infatti è caratterizzata da vari fattori che ne contraddistinguono la valutazione, tra i quali si possono menzionare:

  • il controllo personale,
  • la catastroficità o la cronicità dell’evento,
  • l’immediatezza,
  • l’implicazione di generazioni future,
  • l’assunzione volontaria o non volontaria,
  • la gravità delle conseguenze,
  • la conoscenza scientifica o non scientifica,
  • l’esposizione individuale o collettiva,
  • il senso di autoefficacia,
  • la soglia di accettabilità.

 

Oltre alle caratteristiche elencate, essendo il rischio presente in ogni fase lavorativa, bisognerà prendere in considerazione anche tutte le influenze generali che ne orientano la valutazione.

Tali condizionamenti possono essere dettati da:

  • norme culturali,
  • dall’età e dal genere dell’individuo,
  • dall’influenza sociale,
  • dalla tipologia contrattuale,
  • dalla cultura della sicurezza avvertita nell’organizzazione.

 

Pertanto il Rischio non solo dovrà essere percepito, ma anche valutato correttamente, poiché da tale giudizio dipenderanno l’azione, i comportamenti, gli atteggiamenti, le decisioni e le valutazioni riguardanti una situazione potenzialmente pericolosa e le probabilità che questa possa essere accettata o meno.

 

La percezione del rischio, intesa quindi come capacità individuale di percepire un pericolo nell’ambiente nel minor tempo possibile, riveste un ruolo chiave in ogni contesto quotidiano, soprattutto in ambito lavorativo, dove i comportamenti considerati sicuri influenzano ogni aspetto all’interno di un’organizzazione.

 

Durante lo svolgimento della propria attività lavorativa, infatti, ogni individuo si troverà a sovrastimare o sottostimare il rischio a cui è esposto.

 

Nello specifico si è evidenziata l’attitudine a sovrastimare il rischio di eventi con conseguenze molto gravi ma con basse probabilità di accadimento, e a sottostimare invece i rischi meno gravi ma con alta probabilità di accadimento.

 

Un caso particolare da tenere in grande considerazione in fase di valutazione è rappresentato infatti da chi ha già subito in precedenza un’esperienza negativa, comunemente nota come incidente. Tale eventualità tenderà a favorire una maggiore accuratezza nella percezione dei pericoli nel proprio ambiente (percezione soggettiva), determinando anche un calo di gradimento verso le misure di prevenzione adottate.

 

Le suddette caratteristiche rappresentano dunque i fattori principali su cui la valutazione del rischio in ambito lavorativo dovrebbe concentrarsi, evidenziando, durante le fasi obbligatorie di formazione, informazione e addestramento del personale, l’importanza di tutti quei concetti legati alla percezione soggettiva del rischio, che deve essere considerata come il punto di partenza di ogni intervento di prevenzione sia in ambito aziendale che nella vita quotidiana.

Essere consapevole della portata del processo di percezione del rischio permetterà al singolo lavoratore di orientare le successive fasi di intervento, consentendogli di mirare allo sviluppo delle relative capacità e a una più profonda valutazione soggettiva dei rischi, al fine di modificare e correggere i comportamenti ritenuti non sicuri.

 

Un intervento di prevenzione efficiente ed efficace deve dunque considerare il carattere individuale di tale processo, e, piuttosto che puntare sulla semplice trasmissione di nozioni e concetti, dovrebbe fornire un modo di concepire e attuare i comportamenti sicuri, senza trascurare le componenti motivazionali, valoriali ed emotive.

 

Mediante tali misure, si dovrà insomma promuovere in maniera sempre più consistente una “cultura della percezione del rischio”, in particolare, risulta necessario sensibilizzare i lavoratori ai processi di percezione e valutazione colti nel dettaglio, insieme a tutti quegli elementi che li caratterizzano come tali, ponendo l’accento in particolar modo sulla falsa sicurezza di controllo data da abitudini ed esperienze pregresse, sull’influenza che il gruppo esercita sui comportamenti individuali, sull’influenza delle norme culturali e soprattutto sul concetto di “consapevolezza situazionale”.

 

Utili strumenti potrebbero provenire dall’introduzione di check-list, dalla minimizzazione di fonti di distrazione e interruzioni durante lo svolgimento di compiti, dalla riduzione del carico di lavoro, dalla gestione della salute psicofisica dell’individuo e dall’introduzione di briefing preliminari pre-svolgimento; dalla promozione di un cosiddetto “benessere organizzativo”.

 

Non bisogna dimenticare tuttavia che una corretta consapevolezza situazionale passa, in primis, attraverso un adeguato bagaglio di conoscenze e competenze del lavoratore, che dovrà pertanto essere istruito su ogni fase lavorativa, rimarcando il concetto di corretta procedura al momento dell’esecuzione di mansioni ad alta probabilità di rischio, attraverso un’adeguata informazione e formazione.

 

 

 

Francesco Gianoboli

Psicologo del lavoro e del benessere nelle organizzazioni

 

 

 

 

Ajzen, I. (1991). The theory of planned behaviour. Organizational behaviour and human decision  processes, 50 (2), 179–211.

Endsley, M. R. (1997). The role of situation awareness in naturalistic decision making. Naturalistic decision making (C. E. Zsambok, G. Klein), 269-283.

Slovic, P. (1987). Perception of risk. Science, 236, 280-285.

Slovic, P., Fischoff, B., e Lichtenstein S. (1985). Characterizing perceived risk. Perilous progress: managing the hazards of technology (R. W. Kates, C. Hohenemser, J. X. Kasperson), 91-125.

 

 

 

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