per quale motivo dante dice di provare una mirabile letizia

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di S. Carrai (cur.), Dante Alighieri, Vita Nova, Milano, BUR, 2015 (4^ ed.), 126-128.

 

17 [1] Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi né di rispondere a lo suo saluto: e di questi molti, sì come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi no ·llo credesse[1]. [2] Ella coronata e vestita d’umilitade s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia. Diceano molti, poi che passata era: «Questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo». E altri diceano: «Questa è una maraviglia; che benedetto sia lo Segnore, che sì mirabilemente sae adoperare!»[2]. [3] Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri, che quelli che la miravano comprendeano i ·lloro una dolcezza onesta e soave, tanto che ridicere no ·llo sapeano; né alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio nol convenisse sospirare[3]. [4] Queste e più mirabili cose da lei procedeano virtuosamente: onde io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile de la sua loda, propuosi di dicere parole, ne le quali io dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pur coloro che la poteano sensibilemente vedere, ma li altri sappiano di lei quello che per le parole ne posso fare intendere. Allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: Tanto gentile[4].

 

[5] Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscono di guardare[5];

 

[6] ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d’umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare[6].

 

[7] Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ’ntender no ·lla può chi no ·lla prova:

 

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d’amore,

che va dicendo a l’anima: Sospira[7].

 

[8] Questo sonetto è sì piano ad intendere, per quello che narrato è dinanzi, che non abbisogna d’alcuna divisione; e però lassando lui, dico che questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente ella era adorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte[8]. […]

 

 

 

Dante Gabriel Rossetti, The Salutation of Beatrice. Olio e foglia d’oro su tavola di conifera, 1859-1863. Ottawa, National Gallery of Canada.

 

Note:

[1] di cui ragionato è ne le precedenti parole: “di cui si è parlato nei paragrafi che precedono”, a esclusione, ovviamente, della digressione sui poeti antichi. – venne in tanta grazia de le genti: “divenne così benvoluta dalla gente”. – quando passava per via: eco di 10.20 «quando va per via», forse incrociato con il ricordo di Guinizzelli, son. Io vogl’ del ver la mia donna laudare 9 «Passa per via adorna e si gentile…». – correano per vedere lei: “accorrevano (al suo passaggio) per poterla vedere”, come per Cristo (Mc. 3, 8 «multitudo magna, audientes quae faciebat, venerunt ad eum»). – mirabile letizia me ne giungea: “me ne derivava una straordinaria gioia”. – non ardia: “non aveva coraggio”, per effetto del pudore. – levare: “sollevare”. – sì come esperti: “per averne fatto esperienza diretta.

[2] coronata e vestita d’umilitade s’andava: “procedeva come se avesse in testa una corona fatta di umiltà e come se fosse rivestita del medesimo sentimento”; metafora simile in Brunetto, Tesoretto 34-35 «voi corona e manto / portate di franchezza». – nulla gloria: “nessuna compiacenza” (De Robertis) o anche “nessun vanto”. – Questa non è femmina: “Costei non è una donna comune”, cfr. 10.12; parafrasato da Cino, son. Li vostri occhi gentili e pien d’ardore 13 «Questa non è terrena creatura». – che benedetto … sae adoperare: “sia benedetto Dio il quale sa fare tali miracoli”; formula di gusto biblico, per es. Ps. 71, 18 «Benedictus Dominus Deus Israel, qui facit mirabilia».

[3] di tutti li piaceri: “di ogni attrattiva”. – miravano: “guardavano”. – comprendeano i ·lloro: “concepivano dentro di loro” (si noti qui e nel prosieguo del paragrafo il raddoppiamento consonantico per effetto dell’assimilazione in fonosintassi). – nel principio nol convenisse: “immediatamente non fosse costretto a”.

[4] virtuosamente: “grazie alla sua virtù”. – ripigliare lo stilo de la sua loda: riprendere cioè quella maniera elogiativa della donna illustrata nel paragrafo 10 e messa in pratica nei paragrafi 11 e 12; loda è metaplasmo di genere comune nella lingua antica. – propuosi: “mi proposi”. – dessi ad intendere… operazioni: “facessi capire gli effetti miracolosi e sublimi che promanavano da lei”. – sensibilemente: cioè con i propri occhi. – per: strumentale.

[5] gentile: “nobile”. – onesta: latinismo, “piena di decoro”. – pare: “si mostra”. – altrui: indefinito, “qualcuno”. – ch’ogne lingua… muta: l’apparizione della donna fa ammutolire anche in Cavalcanti, son. Chi è questa che ven che fa tremare 3-4 «che parlare / null’omo pote»; tremando indica il tremore della lingua che tenta di parlare e non riesce a farlo per l’emozione.

[6] benignamente e d’umilità vestuta: modificando si va, “con benevolenza e coperta d’umiltà” (vestuta è sicilianismo della lingua poetica); la metafora, di tradizione biblica, era divulgata da Andrea Cappellano, De amore 2, 3 «humilitatis ornatu verstiri». – par che… mostrare: “sembra che sia un essere mandato dall’alto dei cieli sulla terra per farci vedere che cos’è un miracolo”; cfr. Guittone, Lettere 5, 3 «credo che piacesse a Lui di poner vo’ tra noi per fare meravigliare»; vedi 10.20.

[7] Mostrasi: apre la sirma riallacciandosi all’ultima parola della fronte (mostrare) legando fra loro le due parti del sonetto. – mira: “guarda”. – dà per li occhi una dolcezza al core: “inocula nel cuore attraverso gli occhi un senso di dolcezza”, secondo l’immagine consueta che qui parrebbe risentire di Cavalcanti, son. Veder poteste, quando v’iscontrai 9-11 «quando vied uscire / degli occhi vostri un lume di merzede, / che porse dentr’al cor nova dolcezza». – che ’ntender … no ·lla prova: “che chi non la prova non può comprendere”, concetto di ascendenza mistica per cui cfr. Cavalcanti, canz. Donna me prega perch’io deggio dire 53 «imaginar nol pote om che nol prova». – e par che: replica l’inizio del v. 7 accennando ad un movimento anaforico. – della sua labbia si mova: “dal suo viso si parta”, cfr. Cavalcanti, son. Veggio negli occhi de la donna mia 7 «veder mi par de la sua labbia uscire». – va dicendo: “sta dicendo”.

[8] piano: “facile”. – per lei: “grazie a lei”. – molte: “molte altre”.

 

*********

Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana. Ms. Chigiano L VIII 305 (inizi XIV sec. c.), f. 7r. Incipit della Vita Nova di Dante.

 

di G. Contini, Esercizio di interpretazione sopra un sonetto di Dante [1947], in Un’idea di Dante, Torino 1970, 21-26.

 

Passa per il tipo di componimento linguisticamente limpido, che non richiede spiegazioni, che potrebbe «essere stato scritto ieri»; e si può dire invece che non ci sia parola, almeno delle essenziali, che abbia mantenuto nella lingua moderna il valore dell’originale. Si pone dunque, anzitutto, un problema di esegesi letterale, anzi lessicale. […]

Tradurre non significa infatti altro se non determinare il nuovo rapporto dei sinonimi e affini nella cultura rappresentata dalla nostra lingua, la nuova ripartizione, per dir così, in parole della realtà che si considera come oggettiva e costante. […]

Ben tre vocaboli del primo verso stanno in tutt’altra accezione da quella della lingua contemporanea. Gentile è ‘nobile’, termine insomma tecnico del linguaggio cortese; onesta, naturalmente latinismo, è un suo sinonimo, nel senso però del decoro esterno (si ricordi l’onestate di Virgilio compromessa dalla fretta); più importante, essenziale anzi, determinare che pare non vale già ‘sembra’, e neppure soltanto ‘appare’, ma ‘appare chiaramente, è o si manifesta nella sua evidenza’. Questo valore di pare, parola-chiave, ricompare nella seconda quartina e nella seconda terzina, cioè, in posizione strategica, in ognuno dei periodi di cui si compone il discorso del sonetto. Sembra assente nella prima terzina, ma solo perché essa si inizia con l’equivalente Mostrasi, il quale riprende l’ultima parola della seconda quartina; non si scordi che il sonetto è una strofe di canzone, in cui le quartine sono i piedi della fronte, le terzine le volte della sirma; e concluderemo che un tal collegamento tra fronte e sirma è quello medesimo che s’incontra con tanta frequenza tra le strofi della canzone arcaica (coblas capfinidas in provenzale), mettiamo la celeberrima Al cor gentile del Guinizzelli. Questo ci ha permesso di metter la mano sul concetto strutturalmente capitale del componimento. Proseguendo, s’avrà minor occasione di scoperte. Ma è opportuno segnare che donna ha esclusivamente il suo significato primitivo di ‘signora (del cuore)’, è insomma un termine con desinenza femminile puramente grammaticale, in cui il genere non segna opposizione (si pensa alla poesia portoghese del tempo, dove si può apostrofare col maschile senhor l’amata, si pensa al provenzale midons); per ‘donna’ la prosa-commento della Vita Nuova usa, in opposizione ad angeli, femmina. Ma a proposito: non bisogna attribuire a codesta prosa sopraggiunta un soverchio valore esegetico nella direzione che c’interessa: si rischierebbe di riferire (come ‘discreta’) l’onesta del sonetto alla «dolcezza onesta e soave» ricevuta in cuore dai contemplanti, o addirittura all’onestade dell’intimidito guardatore, mentre a rovescio queste ne sono una conseguenza. E così non bisogna limitare la portata del v. 6 con la glossa «nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedea e udia», che invece ne riceve luce come corollario: quell’umiltà, confermata dal benignamente, è al modo cortese l’opposto della crudeltà e fierezza della insensibile, è la benevolenza. La metafora della veste, così frequente in Dante e nello Stil Novo, ci riporta a quella manifestazione visibile d’un sentimento e d’una qualità che s’è vista concentrata nella parola pare. Anche cosa sta in una rete di rapporti tutta diversa dalla moderna: oggi una cosa è sotto il livello ontologico della persona (una donna può diventare per abnegazione la cosa dell’amante, strumento, oggetto senz’autonomia), qui cosa è più largamente un essere in quanto, precisamente, causa di sensazioni e impressioni. Qui l’effetto è un miracol, glossato dalla prosa come maraviglia; e ciò sarebbe equivoco, una volta di più, se non s’aggiungesse una benedizione al Signore, «che sì mirabilmente sae adoperare» (cioè la prosa riceve luce dalla poesia, non viceversa). «Questo sonetto è sì piano ad intendere», aggiunge il commento stesso, e le terzine descrivono il processo della fisica amorosa in termini tanto ordinari, che poco rimane da aggiungere; ma sempre qualcosa. Piacente (che del resto è l’occitano plazen) non significa la semplice gradevolezza soggettiva per il contemplante: come tutto insiste sulla manifestazione delle qualità, sui rapporti delle sostanze, da un punto di vista dinamico e non statico (e per esempio si ha non ‘volto’ ma ‘fisionomia’), così piacente allude a un attributo oggettivo in quanto si palesa, ‘fornita di bellezza’, ‘determinante l’effetto che la bellezza necessariamente produce’. Non per nulla piacere significa nel linguaggio stilnovistico ‘bellezza’, addirittura ‘bel volto’, e la prosa stessa dichiara: «ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li piaceri». […]

Riassumendo in uno schema di parafrasi la nostra esposizione, si ottiene press’a poco: «Tale è l’evidenza della nobiltà e del decoro di colei ch’è la mia signora, nel suo salutare, che ogni lingua trema da ammutolirne, e gli occhi non osano guardarla. Essa procede, mentre sente le parole di lode, esternamente atteggiata alla sua interna benevolenza, e si fa evidente la sua natura di essere venuto di cielo in terra per rappresentare in concreto la potenza divina. Questa rappresentazione è, per chi la contempla, così carica di bellezza che per il canale degli occhi entra in cuore una dolcezza conoscibile solo per diretta esperienza. E dalla sua fisionomia muove, oggettivata e fatta visibile, una soave ispirazione amorosa che non fa se non suggerire all’anima di sospirare».

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