per quale motivo è importante il rapporto brundtland

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Il rapporto Brundtland è un documento rilasciato nel 1987 dalla World Commission on Environment and Development (WCED) [1], istituita nel 1983, in cui viene introdotto per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, definito come “quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. In tale definizione, non si parla esclusivamente dell’ambiente in quanto tale, ma al necessario mantenimento di un’alta qualità ambientale per garantire il benessere delle persone, mettendo in luce il principio etico della responsabilità intergenerazionale, cioè delle responsabilità della generazione attuale nei confronti di quelle future.

Il documento ha importanza fondamentale perché pose le basi della seconda fase dello sviluppo del diritto internazionale ambientale, iniziata a Stoccolma e caratterizzata dalla conclusione di trattati soprattutto di natura settoriale e basati sulla prevenzione del danno e sull’inquinamento transfrontaliero. Il rapporto Brundtland portò al primo Summit della Terra, la Conferenza ONU di Rio de Janeiro del 1992, a partire dalla quale il processo di giustizia ambientale internazionale sarà contraddistinto dall’esigenza di rendere compatibili lo sviluppo economico e la tutela ambientale con l’istituzione di convezioni a vocazione universale fondate sul principio precauzionale, di cui l’esempio più famoso e conosciuto è il Protocollo di Kyoto.

G H BrundtlandIl nome viene dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, presidentessa del WCED. Laureata in medicina, è una donna politica norvegese da sempre impegnata sul fronte ambientalista. Precedentemente al rapporto che porta il suo nome, entrò nella storia della Norvegia diventando, nel 1981, la prima donna e contemporaneamente la persona più giovane ad aver mai ricoperto la carica di Primo Ministro norvegese, detenendo poi tale carica per quasi dieci anni in tre mandati, fino al 1996. Nel 1983 fu nominata presidentessa della WCED dal Segretario Generale delle Nazioni Unite di allora, il peruviano Javier Pérez de Cuéllar. Dopo il rapporto sullo sviluppo sostenibile, dal 1998 al 2003 ricoprì la carica di direttore generale della World Health Organisation (WHO) [2], mentre nel 2004 il Financial Times, l’ha classificata al quarto posto tra i politici europei più influenti degli ultimi 25 anni.

Il rapporto Brundtland è conosciuto anche come “Our Common Future” o “Il futuro di tutti noi” ed è un saggio acquistabile in libreria. Il rapporto venne redatto in tre sezioni nelle quali furono descritte preoccupazioni, sfide e sforzi che attendevano l’umanità, di cui:
Parte 1 – Preoccupazioni comuni (un futuro minacciato; verso uno sviluppo sostenibile; il ruolo dell’economia internazionale);
Parte 2 – Sfide collettive (popolazione e risorse umane; sicurezza alimentare: sostenere le potenzialità; specie ed ecosistemi: risorse per lo sviluppo; energia: scelte per l’ambiente e lo sviluppo; industria: produrre più con meno; il problema urbano);
Parte 3 – Sforzi Comuni (gestione dei beni comuni internazionali; pace, sicurezza, sviluppo e ambiente; verso un’azione comune: proposte per un cambiamento istituzionale e legale).

Dopo aver spiegato lo stato del pianeta, il rapporto Brundtland promuove un nuovo modello di crescita che dovrà basarsi su uno sviluppo di tipo sostenibile. Ne consegue anche una nuova maniera di gestire le relazioni economiche tra Stati i quali dovranno garantire un utilizzo sostenibile delle risorse naturali, in particolare sfruttando quelle non rinnovabili in modo tale da non causarne il rapido esaurimento e quelle rinnovabili non senza tenere in debita considerazione la loro capacità di rigenerazione e quindi evitando di determinarne il progressivo logoramento.

Di seguito, alcuni estratti del rapporto Brundtland, 1987:

  Ambiente e sviluppo non sono realtà separate, ma al contrario presentano una stretta connessione. Lo sviluppo non può infatti sussistere se le risorse ambientali sono in via di deterioramento, così come l’ambiente non può essere protetto se la crescita non considera l’importanza anche economica del fattore ambientale. Si tratta, in breve, di problemi reciprocamente legati in un complesso sistema di causa ed effetto, che non possono essere affrontati separatamente, da singole istituzioni e con politiche frammentarie […]
L’agricoltura globale è potenzialmente in grado di produrre cibo sufficiente per tutti, ma il cibo molto spesso non è disponibile dove occorre. Nei paesi industrializzati, la produzione agricola di norma è stata ed è fortemente sovvenzionata e protetta dalla concorrenza internazionale. Gran parte delle nazioni in via di sviluppo hanno invece bisogno di sistemi di incentivazione più efficaci per le sue colture alimentari. La sicurezza alimentare richiede una maggiore attenzione ai problemi della distribuzione del reddito, perché la fame è spesso conseguenza più della povertà che non della penuria di alimenti […]
Per portare i consumi energetici dei paesi in via di sviluppo al livello di quelli industrializzati l’attuale uso globale di energia dovrebbe quintuplicarsi entro il 2025. Ma l’ecosistema planetario non è in grado di sopportare questo salto, tanto più se si dovesse fare ricorso a combustibili fossili non rinnovabili. I dispositivi moderni devono essere riprogettati per fornire gli stessi quantitativi di energia, addirittura consumando i 2/3 o la metà dell’energia primaria necessaria oggi al funzionamento delle attrezzature tradizionali. La produzione di energia nucleare è giustificabile solo a patto che si diano valide soluzioni ai problemi irrisolti ai quali essa ha dato origine. La struttura energetica globale del XXI secolo sarà basata su “soluzioni a basso consumo energetico”, fondate sulle risorse non rinnovabili. […]
Lungi dal richiedere l’arresto della crescita economica, lo sviluppo sostenibile muove dal riconoscimento che i problemi della povertà e del sottosviluppo non possono trovare soluzione se non si avrà una nuova era di crescita in cui i paesi in via di sviluppo abbiano larga parte e da cui ricavino cospicui benefici.

 


[1] Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo
[2] Organizzazione Mondiale della Sanità OMS

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