per quale motivo enea non riesce ad abbracciare il padre

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L’abbraccio impossibile

Di Graziella Enna

Omero, Virgilio, Dante, Tasso e Foscolo in tempi e testi letterari differenti ci mostrano un episodio analogo: la necessità di un abbraccio e l’impossibilità di concretizzarlo perché una forza maggiore ed invincibile crea un ostacolo insormontabile.

Nel libro XI dell’Odissea, l’uomo dal multiforme ingegno riesce a parlare con le ombre nel mondo degli Inferi, infatti grazie alla maga Circe, le evoca sulla soglia dell’Ade ma non compie un cammino vero e proprio in quel regno. Dopo libagioni e sacrifici di ovini, il cui sangue viene raccolto in una fossa, le anime si affollano per bere il nero sangue e parlare con Odisseo, ma egli le allontana tutte tranne quella dell’indovino Tiresia, che gli predice il futuro con un lungo discorso. Udita la preziosa profezia, d’un tratto, egli vede la madre Anticlea, la fa avvicinare e le chiede notizie sulla sua morte, che egli ignorava, e sulla sua sposa. La donna conferma le parole di Tiresia, ossia la fedeltà di Penelope, la crescita di Telemaco, gli descrive la vita del vecchio padre ancora vivo e il dolore immenso che la portò alla morte per consunzione: troppe furono le lacrime versate per la scomparsa di lui, amato figlio Odisseo.  Mentre lei parla l’eroe vorrebbe abbracciarla, ma per ben tre volte che tenta di farlo, le braccia gli ritornano vuote al petto.

(XI, vv.265-276  nella traduzione di Pindemonte) 

 Io, pensando tra me, l’estinta madre 265
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, ver lei,
E tre volte m’usci fuor delle braccia,

Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse, e ratto, 270
Ahi, madre, le diss’io, perchè mi sfuggi
D’abbracciarti bramoso, onde anco a Dite,
Le man gittando l’un dell’altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m’anga, 275
Forse l’alta Proserpina mandommi?

Quest’episodio così ricco di pathos, fa emergere i sentimenti più puri, l’inesausto amore materno e la devozione e l’affetto filiali che adombrano quasi il resto del canto che pure è un episodio chiave del poema: né l’ineluttabilità della morte né la condizione di ombre vane e inconsistenti riescono a sconfiggere la potenza del sentimento reciproco nei due protagonisti.

Virgilio, memore dell’episodio narrato da Omero, lo fa suo con la discesa agli Inferi di Enea, che al contrario di Odisseo, compie un vero e proprio cammino attraverso i luoghi dell’oltretomba con una precisa topografia che verrà ripresa  con dovizia da Dante e traslata nella sua prima cantica. Enea, approdato nelle coste dell’Italia meridionale, grazie alla sibilla cumana, con diversi rituali,  dopo essersi imbattuto in figure mitologiche e personaggi noti, incontra nei Campi Elisi il padre Anchise, defunto durante il viaggio verso l’Italia, che gli mostrerà i suoi discendenti e il glorioso futuro di Roma. Padre e figlio piangono appena si incontrano e vorrebbero abbracciarsi:

(VI, vv.1043-1050 nella traduzione di Annibal Caro)

Or dammi, padre mio, dammi ch’io giunga
La mia con la tua destra, e grazia fammi

1045 Che di vederti e di parlarti io goda.
Mentre così dicea, di largo pianto
Rigava il volto, e distendea le palme;
E tre volte abbracciandolo, altrettante
(Come vento stringesse o fumo o sogno)
1050 Se ne tornò con le man vote al petto.

Anche in questi versi la componente affettiva è rilevante in un canto che costituisce il fulcro del poema per il suo messaggio ideologico relativo alla missione civilizzatrice di Roma e al motivo encomiastico ad essa legato, tuttavia Virgilio non tralascia mai  di mostrarci la peculiarità distintiva dell’animo di Enea, quella  pietas connaturata al personaggio, che , nel corso dello svolgimento del poema, fa emergere sentimenti di profonda devozione verso gli dei, verso la famiglia, la patria, offrendoci sempre un ritratto umanissimo anche nel momento in cui la consapevolezza dei propri doveri genera conflitti interiori e sofferenze in lui. Qui ci appare Enea in tutta la sua fragilità, nella ricerca istintiva di dare e ricevere un abbraccio protettivo e appagante.

Anche nel secondo canto dell’Eneide, riguardante la distruzione di Troia che Enea racconta nel banchetto offerto a Cartagine da Didone, è presentato un episodio analogo  cioè l’incontro con la moglie Creusa, che misteriosamente scompare alla sua vista durante la precipitosa fuga dalla città in fiamme. Enea, disperato, la cerca ovunque nella confusione tragica generata dalla fuga scomposta nella città messa a ferro e a fuoco. All’improvviso gli appare la sua ombra che lo rassicura con molte parole circa la missione che lo attende e lo esorta a seguire la volontà degli dei. Il suo tono è sicuramente accorato e dolce, sono le parole di una sposa devota e fedele che soffre quanto lui nel distacco forzato.

VI vv.1275-1282 nella traduzione di Annibal Caro

Nostro comune amore, ama in mia vece;   
E lui conserva, e te consola. Addio.
Così detto, disparve. Io che dal pianto
Era impedito, ed avea molto a dirle,
Me le avventai, per ritenerla, al collo;
1280E tre volte abbracciandola, altrettante,
Come vento stringessi o fumo o sogno,
Me ne tornai con le man vòte al petto.

Anche in questo passo, ritorna quel triplice abbraccio quasi a voler indicare, nel gesto reiterato, l’incredulità del protagonista  di fronte alla morte invincibile.

Dante nel II canto del Purgatorio, mentre si appresta alla salita nel monte insieme con le anime purganti appena sbarcate dal vascello condotto dall’angelo celeste,  sulla spiaggia le  vedesi affollarsi intorno a lui, meravigliate per il fatto che lui respiri, ne vede però una avanzare e distinguersi tra le altre: si tratta di un suo amico musico e cantore, Casella:

Vv. 76-81

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante. 78

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. 81

Dante utilizza, in onore del suo maestro e guida Virgilio, le stesse parole usate nell’incontro tra  Enea e Anchise e suscita nel lettore l’idea di un’intima  familiarità  con il musico fiorentino, ma ora  al cospetto della morte, che rende Casella solo un’ ombra vana, subentra l’affettuoso ricordo che rende l’amicizia ancora più preziosa e la figura di Dante per un istante ci appare molto più vicina a noi, colta in un momento quasi quotidiano e molto più terreno.

Tasso, nella “Gerusalemme Liberata”narra il tragico duello tra Tancredi e Clorinda: il cavaliere cristiano, per un tragico errore, uccide la guerriera pagana che ama ardentemente, in un duello estenuante e violento. Anch’egli usa la citazione del triplice abbraccio ma questa volta tra persone viventi non più nel mondo ultraterreno:

Canto XII ottava LVII

 Tre volte il Cavalier la donna stringe
Con le robuste braccia: ed altrettante
Da que’ nodi tenaci ella si scinge;
452 Nodi di fier nemico, e non d’amante.
Tornano al ferro: e l’uno e l’altro il tinge
Con molte piaghe, e stanco ed anelante
E questi e quegli alfin pur si ritira,
456 E dopo lungo faticar respira.

Il duello tra Tancredi e Clorinda avviene nell’oscurità  ed è dominato dalla cifra del mistero e dell’ambiguità che riflettono l’intima sofferenza del Tasso nel delineare personaggi che vorrebbero amarsi ma giungono invece a odiarsi e a  combattersi fino alla morte: ne sono l’emblema quei tre abbracci che da amorosi diventano violenti e forieri di morte. Solo nel momento tragico del trapasso però avviene la trasformazione di Clorinda che da guerriera impavida e feroce diviene una creatura dolce e fragile, desiderosa di abbandonarsi a un sentimento che la morte le nega definitivamente e che lei è costretta a trasfigurare e sublimare trasformandolo in  ardori celesti mentre riceve il battesimo dalle stesse mani del suo uccisore Tancredi.

Foscolo nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”ci narra l’incontro di Jacopo col vecchio Parini, in questo caso, non c’è un abbraccio mancato ma la reminiscenza classica viene usata per indicare che le speranze sono solo vani sogni.  Ecco le parole accorate di Jacopo-Ugo che manifesta le sue speranze politiche deluse e ridotte ormai a vane larve.

Lettera del 4 dicembre

“Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla,e conobbi tutta la disperazione del mio stato.”

Non è però l’unica citazione foscoliana relativa a questo tema, anche nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”, per indicare la sua condizione di sradicamento e la necessità di trovare un contatto e una ricongiungimento con i suoi affetti familiari, dei quali la pietra tombale del fratello offre il luogo fisico di riunione ideale, dice:

“Ma io deluse a voi le palme tendo”

e con il gesto accorato di un abbraccio irrealizzabile esprime tutta la sua sofferenza di esule forzato.

La letteratura omerica ha dunque generato un topos che ha attraversato i secoli e ha reso immortali questi meravigliosi passi, ancora una volta il mondo classico mostra  la sua eterna giovinezza  divenendo la matrice di tutta la  nostra tradizione letteraria.

L’immagine di copertina è Gli amanti di Renè Magritte

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