per quale motivo i fenici iniziarono a navigare

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Esperti marinai e straordinari commercianti i Fenici furono fra i primi ad addentrarsi nelle più lontane regioni bagnate dal Mediterraneo, dai mari d’Oriente e dall’Atlantico. La colonizzazione delle regioni che si affacciano sul Mediterraneo sembra risalga, secondo le informazioni fornite dagli autori antichi, alla fine del XII sec. a.C. con le fondazioni di Lixus sulla costa atlantica del Marocco, Cadice sulla costa sud-est della Spagna nel 1110 ed Utica in Tunisia nel 1101 a.C. Le testimonianze archeologiche hanno portato gli studiosi a ritenere l’espansione fenicia verso occidente, almeno nelle fasi iniziali, non come un fenomeno di imperialismo egemonico ma come la creazione per fini commerciali di punti di sosta e di controllo lungo le principali rotte di navigazione. Infatti poiché l’espansione fenicia avveniva tramite la navigazione costiera, i punti di approdo erano scelti a distanze sempre regolari (corrispondente a circa una giornata di navigazione) in prossimità di promontori ed isolette, zone lagunari o foci di fiumi dove era più facile sbarcare e trovare riparo dal vento e dalle intemperie. Questi non erano dapprima che scali commerciali scarsamente popolati nei quali avveniva o il rifornimento di viveri ed acqua oppure lo scambio di manufatti particolari e merci di vario genere con prodotti del luogo. Potevano viaggiare anche la notte orientandosi sotto la guida dell’Orsa minore (la Stella Polare), che significativamente i Greci chiamavano “stella fenicia”.

A questa prima fase priva di intenti di conquista e creazione di insediamenti stabili, detta della “precolonizzazione” (XI-IX sec. a.C. circa) ne seguì dall’ VIII sec. a.C. un vero e proprio movimento coloniale che interessò Cipro dal IX sec. a.C., l’Italia insulare, l’Africa settentrionale e la Spagna meridionale nonché Creta , Malta (fin dall’VIII secolo a.C.), Pantelleria nel VII sec. a.C, la Corsica e le Baleari.

I motivi che spinsero i Fenici a creare delle colonie stabili sono determinati dal convergere di più fattori: da un lato la crisi delle città fenicie che a causa dell’espansionismo dell’impero Assiro perdono la propria indipendenza politica e la possibilità di gestire il tessuto dei commerci nel Mediterraneo, dall’altro la contestuale colonizzazione greca induce i Fenici a consolidare la propria presenza nel Mediterraneo centro–occidentale per garantirsi il monopolio nel commercio dei metalli ed infine anche il bisogno di difendere i loro piccoli empori dagli attacchi delle popolazioni indigene.

Da Mozia a Tharros, l’Italia insulare custodisce le testimonianze di una penetrazione che non rimase nell’ambito solo militare e commerciale ma che influenzò la cultura, l’artigianato e l’arte. In Sicilia i maggiori centri fenici sono Mozia, Solunto, Palermo e Marsala, antica Lilibeo. Ancora presenze puniche sono individuabili a Selinunte, fondata dai Greci a metà del VII a.C. e ad Erice, città elima, nelle isole Egadi. In Sardegna, invece, dove la penetrazione è più vasta specie nella parte meridionale dell’isola i maggiori centri di fondazione fenicia sono: Cagliari, Nora, Bitia, Sulky, Monte Sirai e Tharros. Un controllo capillare e un intenso sfruttamento delle risorse agricole dell’isola si avranno infine con i Cartaginesi, a partire dal IV sec. a.C.

L’interesse dei Fenici per la Spagna va individuato nell’estrema ricchezza di metalli di questa regione e nella cruciale posizione strategica per le aspirazioni politiche di Cartagine fra il VI ed il V sec. a.C. Oltre ai grandi centri urbani di Cadice e Ibiza, vanno ricordate le numerose colonie dell’Andalusia, databili tra VIII e VI sec. a.C.: Villaricos, Almuñécar, Morro de Mezquitilla, Chorreras, Toscanos, Malaga, Guadalhorce, Doña Blanca.

Due erano i tipi più diffusi di imbarcazione: il primo da guerra, con la poppa fortemente ricurva e lo sperone a filo d’acqua; il secondo tipo, da commercio, presentava entrambe le estremità rialzate e fianchi molto ampi capaci di accogliere carichi rilevanti di merci di ogni genere (cereali, legnami, stoffe, marmi, spezie).

La continua ricerca di nuovi mercati e delle fonti delle materie prime diede impulso a eccezionali viaggi d’esplorazione, come la circumnavigazione dell’Africa, descritta da Erodoto, avvenuta verso la fine del VII secolo a.C., quando i Fenici su richiesta del faraone Necho circumnavigarono l’Africa da Est verso Ovest, attraverso il Mar Rosso.
I Cartaginesi nel 500 a.C. erano divenuti i padroni indiscussi del Mediterraneo, sostituendosi ai Greci, ed andavano oltre lo Stretto di Gibilterra lungo la rotta settentrionale che portava alla Cornovaglia, la terra dello stagno, e fondarono nuove colonie lungo la costa atlantica africana. In questo ambito si pone la grande impresa del capitano cartaginese Imilcone il quale, secondo le testimonianze di Plinio e Avieno, compì una spedizione di quattro mesi lungo le coste atlantiche europee che culminò con l’approdo sulle coste della Bretagna e delle isole Britanniche (570 a.C.), Isole Cassiteridi (Scilly) e nel Mare del Nord. Inoltre, alcuni dati in nostro possesso desunti dalle fonti classiche indicherebbero che Imilcone raggiunse anche le Isole Azzorre; ma su questo non c’è alcuna conferma.

Riveste enorme importanza anche l’impresa di Annone il quale, secondo Polibio, nel 470 a.C. fu incaricato di esplorare la costa africana oltre lo stretto di Gibilterra e di fondarvi nuove colonie alla ricerca della polvere d’oro. Dal racconto del viaggio di Annone si può desumere che egli abbia raggiunto la Sierra Leone. Altri studiosi dicono che arrivarono in Gabon e in Camerun.

Esistevano sicuramente delle mappe fenicie sulle rotte marittime ma erano segrete per ostacolare i concorrenti; anzi per ingannare i loro rivali e mantenere il monopolio dei commerci e della navigazione nell’Atlantico diffusero delle storie sulla difficoltà di navigazione di questo oceano (Platone, Erodoto ed altri greci ritenevano infatti questo mare basso, fangoso ed impaludato da alghe).

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