per quale motivo i grandi imperi così come quello babilonese subirono l'invasione di altri popoli

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BABILONIA E ASSIRIA. – Nella storia politica e della civiltà dell’Asia anteriore antica nessuna nazione ha lasciato orma sì profonda e durevole come quella tracciata dai Babilonesi e dagli Assiri. La civiltà babilonese – in minor misura quella assira, che in moltissime sue manifestazioni non è che un riflesso di quella babilonese – ha agito fortemente su tutti i popoli che vennero in contatto diretto o indiretto con la Valle dei due fiumi. In un certo periodo della storia dell’Asia anteriore la lingua babilonese fu la lingua internazionale, nella quale i potentati del tempo redigevano la loro corrispondenza. Gli Elamiti a SE., i Persiani e i Medi ad oriente, gli Urartei a NE., gli Hittiti ed altre popolazioni dell’Asia Minore, tutta la Siria coi suoi molti stati e popoli, persino l’Egitto e la lontana Arabia risentirono più o meno l’azione civilizzatrice del popolo babilonese. Attraverso le popolazioni dell’Asia Minore e quelle della costa della Siria la civiltà babilonese fece sentire il suo ascendente anche sulla cultura dei Preelleni e dei Greci. Attraverso la civiltà ellenistica e la conquista romana di buona parte dell’Asia Anteriore non poche idee babilonesi, non poche istituzioni che per la prima volta sorsero o si svilupparono in Babilonia trovarono il modo di penetrare anche in Occidente, in Italia, e fanno ora parte integrante della civiltà mediterranea e di quella dei popoli che da questa dipendono. Si può affermare quindi che l’antica civiltà dei Babilonesi e degli Assiri con alcuni suoi elementi fa ancora parte della civiltà contemporanea.

Geografia Storica.

Il paese abitato dai Babilonesi si estendeva dal Golfo Persico, che in quei tempi copriva anche un buon tratto di territorio che ora costituisce la parte più meridionale della valle dell’Eufrate e del Tigri, fino ad una linea che corre al N. dell’attuale Baghdād. Nei tempi più antichi dei quali abbiamo notizie storiche, la parte meridionale di questo territorio era abitata dal popolo dei Sumeri, mentre quella settentrionale era in possesso di Semiti. La prima era detta Sumer (Shumer), ma in origine, quando i Semiti al N. non avevano ancora fondato la città di Akkad o Agade e dato al loro paese il nome di Akkadu, la si chiamava semplicemente “il paese”. La Sumeria si estendeva dal Golfo Persico fino ad un punto al S. della città di Kish, nella quale prevaleva già l’elemento semitico e che era quindi parte integrante di Akkad. Ai tempi della dinastia cassita la Babilonia ebbe il nome di Karduniyash (Kār-Duniyash “Vallo del (dio) Duniyash”). Più tardi, quando venne al potere la dinastia dei Caldei, tutto il paese ebbe il nome di Caldea, e quest’ultimo nome fu dato comunemente in Occidente al paese fino a pochi decennî fa. A oriente la Babilonia arrivava fino ai monti che costituiscono il confine della Persia. A SE. si estendeva l’Elam, la cui costa sul Golfo Persico era chiamata Dilmun. Verso l’Arabia e il deserto della Siria il confine del paese era costituito dall’Eufrate e da una striscia di territorio che al di là di questo si estendeva lungo il suo corso. L’alta valle del Tigri fino alle montagne dell’Armenia e le valli del Grande e del Piccolo Zāb costituivano l’Assiria vera e propria, la quale però, durante quasi tutta la sua storia, abbracciò anche bu0na parte della Mesopotamia, quel territorio cioè che si stende tra i corsi superiori dell’Eufrate e del Tigri. Mentre la Babilonia non è che una grande pianura, solcata dall’Eufrate e dal Tigri e da numerosi canali, l’Assiria è nella sua parte orientale montuosa ed impervia. La Babilonia è caldissima per la maggior parte dell’anno, l’Assiria è alquanto fredda in inverno. La fertilità della Babilonia, magnificata dagli autori classici, dipende dalla irrigazione, derivata dai due fiumi, e risale ai tempi preistorici. Una delle più grandi preoccupazioni dei principi babilonesi è stata sempre quella di tenere in buono stato i canali e di scavarne dei nuovi. Tanto il Tigri, detto dai Sumeri Idigna, e dai Semiti (Accadi) Diqlat, quanto l’Eufrate, che in sumero portava il nome di Buranun e in accado quello di Purattu o Purātu, donde deriva attraverso il persiano il nome Eufrate, seguivano nell’antichità babilonese un corso diverso da quello attuale. Tra i canali antichi merita menzione speciale il Pallukatu che scorreva ad occidente dell’Eufrate. Il Nār Sharri, il Nār Barsip e il Nār Kutū scorrevano in Accadia. Ai tempi neobabilonesi e assiri lungo il Golfo Persico si stendevano le regioni del Bīt Yakīn e del Bīt Amukkāni, più ad oriente Gambulu e, ai confini con l’Elam, Tupliash. Il territorio a S. di Babele si chiamava Bīt Dakku̇ri. A oiiente di Babele giaLeva la provincia di Yamutbal (Emutbal).

La maggior parte delle città della Babilonia era situata nella parte occidentale del paese tra il Tigri e l’Eufrate, quasi sempre su qualche canale o fiume. Andando dal S. al N. troviamo anzitutto la città antichissima e preistorica di Eridu, sulla sponda delle lagune, che allora erano in comunicazione col mare. Questa città (le sue rovine sono ora ad Abū Shahrein) era una delle città sante della Sumeria e Babilonia, ed era la sede del culto del dio dell’acqua, Ea. In tempi preistorici ebbe forse la supremazia sul paese. Un po’ a N. di Eridu giaceva Uru, la città del dio della luna, Sin, l'”Ur dei Caldei” della Bibbia, donde emigrò Abramo. Essa ebbe in tempi antichi varie dinastie e per un certo tempo fu una delle città più importanti della Babilonia. Era famosa per i templi, di Nannar o Sin. Sull’antico corso dell’Eufrate, un po’ più a N giaceva Larsa, l’attuale Senkereh, una delle città del dio del sole Babbar (Utu, Shamash). Sulla sponda destra dell’Eufrate d’allora troviamo la città di Uruk, in sumero Unug, l’Erekh della Bibbia, ora Warkā’. Fu città molto celebre, perchè vi si adoravano gli dei Anu, il dio del cielo, e la dea Innini. Essa portava gli epiteti di “foresta del cielo”, “le sette regioni”, ecc. La saga babilonese raccontava che re di Uruk fosse stato in tempi antichi anche il famoso eroe Gilgamesh. Più su, sulla sponda destra dell’Eufrate, stava la città preistorica Shuruppak, il luogo di dimora del Noè babilonese Utnapishtim, l’attuale Fārah. Circa all’altezza di Uruk giaceva al di là del Tigri, che scorreva nel letto dell’attuale canale Shaṭṭ el-Ḥayy, la famosa città di Lagash, scritta in sumero Shir-pur-la-ki, resa celebre da una lunga serie di potenti e fastosi patesi (principi-sacerdoti), tra i quali emerge specialmente Gudea. La città rivale di Lagash era Umma dall’altra parte del Tigri, ora Giōkhah. Adab, oggi Bismayyah, era situata sulla sponda sinistra del corso antico dell’Eufrate. A NO. sullo stesso fiume incontriamo la città santa della Babilonia Nippur, l’attuale Nuffar: il centro religioso del paese, la città il cui possesso era agognato da ogni principe babilonese, poiché da esso dipendeva la legittimità del regno. Poteva vantare magnifici e ricchissimi templi, abbelliti e ricostruiti da una schiera lunga ed ininterrotta di principi dai tempi più antichi ed anche durante i periodi di decadenza e oppressione. Nippur era anche la sede della più accreditata scuola teologica e letteraria di Babilonia. Sull’Eufrate giaceva Isin (Nisin), che fu sede della dinastia di Isin, immediatamente precedente all’acquisto della predominanza da parte dei Semiti. Non molto distante dall’antica Babele incontriamo sulla sponda sinistra dell’Eufrate Kish (ora le rovine di Tell el-Oḥeimir), città che giaceva già in territorio di Akkad, essendo abitata in prevalenza da Semiti. Il nome della città di Kish divenne col tempo simbolo dell’universo e del dominio universale. A oriente di Nippur giaceva Larak, che secondo la saga babilonese fu una delle città antediluviane. A occidente di Kish si estendeva la grande Babele (Bāb-ili “porta del dio”), pure sull’Eufrate, che in origine sembra essere stata una cittadina senza importanza fino a che la prima dinastia di Babele la fece sua capitale. A S. di Babele giaceva Barsippa (Barsip, Birs Nimrūd), la città gemella della capitale della Babilonia, con un famoso tempio di Nabū, congiunto mediante una strada col grandioso tempio Ē-sag-ila di Marduk a Babele. Sulle sponde del Nār Kutū era situata la città di Nergal, dio dell’inferno, Kutū, la Cuthah della Bibbia. Là dove i due fiumi, l’Eufrate e il Tigri, si avvicinano maggiormente erano due città importanti: Akkad e Sippar. La prima fu la capitale della dinastia di Agade e fu fondata da Sargon (ora ed-Dēr), e la seconda, presso l’attuale Abū Ḥabbah, era la città santa del dio del’sole. Si rileva dai documenti che era circondata da numerosi sobborghi. Non si conosce ancora con precisione la posizione di Akshak, Upī, ma deve essere stata súlle sponde del Tigri; fu più tardi probabilmente Seleucia.

Le città importanti dell’Assiria erano in numero alquanto minore: la capitale che diede il nome a tutto il paese fu per lungo tempo Ashshur, sul Tigri, le cui rovine sono dette al giorno d’oggi Qal‛at Sherqāṭ dirimpetto al Ǧebel Hamrīn. Più su, sul corso dello stesso fiume, giacevano Kalkhu e Ninna (Ninive, ora Qūyūngiq). Arbela, la città di una Istar, giaceva tra i due Zāb, afflucnti della sponda sinistra del Tigri. A Éarrānu (ancor oggi Ḥarrān), sul corso superiore del Balikhu. l’attuale Balīkh, che si versa nell’Eufrate, esisteva un famoso tempio del dio Sin. I distretti di Mari e di Khana si estendevano lungo il corso medio e superiore dell’Eufrate e avevano per capitale Tirqa con un tempio del dio Dagan.

I Babilonesi solevano dividere la Babilonia e i territori finitimi, cioè tutto l’universo, in quattro parti: Sumer e Akkad al S., Elam a oriente, Subartu al N. e Amurru a occidente. Mentre la via di comunicazione con l’Assiria correva lungo il Tigri, quella con la Siria era costituita dall’Eufrate.

Storia.

La storia della Babilonia e Assiria va divisa anzitutto nella storia della Babilonia, cioè di quel tratto della valle dell’Eufrate e del Tigri che si stende, da un punto corrispondente press’ a poco all’attuale Baghdād, fino al Golfo Persico, e in quella dell’Assiria, cioè del paese sulle due sponde del Tigri superiore: storia dunque dei due imperì formatisi, rispettivamente; nei due territorî menzionati. La storia della Babilonia comincia circa nel quarto millennio a. C. e arriva fino alla caduta della dinastia neobabilonese o caldea, nell’anno 538, quando il paese divenne una provincia persiana; quella invece dell’Assiria si stende dal 2500 circa fino alla caduta di Ninive nel 612. Nella storia babilonese si possono distinguere varî periodi. Il primo è quello sumero, il tempo della predominanza anche politica oltre che culturale, la quale ultima è durata si può dire fino quasi alla nostra era, del popolo sumero, il quale per il primo portò la civiltà nella terra di Sumer e probabilmente in tutta la Mesopotamia. Questo periodo arriva fino alla fondazione della dinastia di Babele, detta anche dinastia amorrita, da parte del semita Sumuabum nel 2057. Con la salita di questa dinastia al trono di Babele l’elemento semitico acquista una volta per sempre la predominanza politica in Babilonia. Il secondo periodo va fino alla fine dell’impero, ed è interrotto per un tratto di quasi seicento anni dal dominio dei Cassiti, popolo né semitico né sumero, calato in Mesopotamia dai monti dell’altopiano iranico (1746-1171). La storia assira si può dividere in tre periodi: in quello paleoassiro (dalle origini fino a Tiglatpileser I, 1115), in quello medioassiro (da Tiglatpileser I fino a Sargon II, 721) e in quello neoassiro che abbraccia il regno della dinastia dei Sargonidi fino alla caduta dell’impero (721-612).

I documenti per la storia politica della Babilonia e Assiria non scarseggiano. Abbiamo a nostra disposizione moltissime iscrizioni di re, commemoranti le loro guerre e vittorie sopra i nemici – e queste sono abbondanti specialmente per la storia assira – oppure i doni votivi che facevano agli dei, inoltre documenti giuridici, dei quali la datazione dell’anno che si soleva denominare secondo qualche importante avvenimento occorso nello stesso, come guerre, incursioni nemiche, costruzioni di canali, di templi, ecc., oppure secondo il nome d’un funzionario eponimo (limu in Assiria), ci fornisce dati preziosi per la storia del paese. Gli scienziati babilonesi hanno inoltre composto liste di re e di dinastie con l’indicazione del nome dei singoli regnanti e del numero dei loro anni di regno. Un vero avviamento verso la storiografia rappresentano le narrazioni assire delle campagne militari dei re, disposte secondo l’ordine cronologico oppure secondo criterî geografici, e una cronaca sincronistica dei re di Babilonia e d’Assiria. Le liste di dinastie per i tempi più antichi non sono però attendibili: su questo periodo i Babilonesi raccontavano leggende e miti, secondo i quali gli abitanti della Babilonia, e precisamente della parte che si stende lungo il Golfo Persico, ricevettero i rudimenti dell’incivilimento umano da un mostro marino, detto da Beroso Oannes, mezzo uomo e mezzo pesce, il quale un giorno emerse dalle onde marine ed insegnò agli uomini le arti e i mestieri, la scrittura e la religione.

Il penodo sumero (dalle origini fino al 2057). – I primordî della storia della Babilonia sono avvolti ancora in profondo mistero. Non siamo in grado di stabilire chi fossero i primi abitanti del paese. Probabilmente erano orde di Semiti a un livello molto basso di civiltà. Tutto a un tratto vediamo comparire sulla scena un popolo nuovo, di civiltà e lingua non semitiche, il quale non può essere autoctono, ma portò la sua civiltà già alquanto alta da qualche altra regione non molto distante dalla Mesopotamia: il popolo sumero. Non si può dire esattamente donde provenisse: se dall’altopiano iranico e invadesse prima la Babilonia meridionale per spingersi poi verso il N. fino in Assiria, oppure se prima si stanziasse in Assiria per calare poi sotto la pressione delle stirpi semitiche che premevano alle spalle fino al mare, oppure se provenisse dalle sponde del Golfo Persico e indirettamente dall’India. È certo però che i Sumeri erano di civiltà diversa da quella semitica e che sono immigrati nella Valle dei due fiumi. In tempi per noi ancora preistorici essi non occuparono soltanto la parte meridionale della Babilonia, dove li troviamo stanziati più tardi, ma anche l’Elam e l’Assiria ed esercitarono una forte azione culturale persino su popolazioni dell’interno dell’Asia Minore. Le loro leggende ci narrano che avanti il diluvio si ebbero in Sumeria diverse dinastie di re, i quali regnarono in città come Larsa, Larag, Sippar, Shuruppak e Eridu. A questi re leggendarî si assegnano nelle liste dinastiche anni di regno eccessivamente lunghi – Enmenduranna di Sippar avrebbe regnato nientemeno che 72.000 anni – e inoltre tra essi riscontriamo nomi di divinità o di eroi, come Dumuzi (Tamūz), il pastore, re di Badtibira per 28.800 anni, e Ziusudra, il Noè sumero, il quale sarebbe stato per 3600 anni re di Shuruppak. Ma anche le prime dinastie dopo il diluvio hanno per la maggior parte carattere leggendario. Uno dei re della prima dinastia di Kish sarebbe stato Etana, il mitico pastore che sulla schiena di un’aquila volò un giorno al cielo, come narra la saga, ma dopo averne visto i misteri precipitò a terra e si sfracellò. Alla prima dinastia di Uruk, pure leggendaria, si fa appartenere l’eroe nazionale sumero e babilonese Gilgamesh, il cui regno sarebbe durato per ben 120 anni. Maggiore credibilità presentano i dati che le liste ci dànno per la prima dinastia di Ur, con quattro re regnanti complessivamente 177 anni. Ma con la seconda dinastia di Kish, succeduta a una breve dinastia di Awan, ritorniamo alla leggenda, perché i suoi otto re avrebbero regnato per 3195 anni. Seguirono poi in terra di Sumeria, secondo le liste dinastiche, altre serie di re, a Uruk, Ur, Adab, Mari sul corso medio e superiore dell’Eufrate. Il principe più antico del quale abbiamo monumenti contemporanei è per ora A-anni-padda di Ur, il cui regno dovrebbe risalire al 3600 a. C. circa. La prima dinastia della quale abbiamo monumenti contemporanei è una dinastia di Kish, fondata forse da Mesilim, e che annovera tra i suoi sovrani Uraged, Lugaltarsi ed altri. Questa dinastia fu sconfitta da Enshagkushanna di Uruk, che fu anche re di Ur. Le liste annoverano per questo periodo ancora una dinastia di Akshak ed una di Kish, fondata da un’ostessa di nome Ku-Bau (o Azag-Bau). Di nessuna città sumera conosciamo però la storia più antica così bene come di Lagash (Shir-pur-la-ki). Il più antico principe storico di questa città è Ur-Ninā, che regnò attorno agli anni 3150-3100 ed era un issag sotto la dinastia contemporanea di Kish o di Akshak. Al suo regno risalgono anche i più antichi monumenti dell’arte sumera. Egli costruì templi ai suoi dei, Ninā, Gatumdug (Bau), Ningirsu, che era il dio locale della città, e Ninmar (ki), dedicò loro statue divine, scavò canali ed eresse le mura della città. Gli seguirono sul trono suo figlio Akurgal e suo nipote Eannatum, il quale riportò una grande vittoria sopra Umma, ricordata nella famosa Stele degli avvoltoi, la più bella opera d’arte sumera, e conquistò l’Elam, Uruk, Ur, e il paese di Mari. Il suo successore Entemena sembra aver fondato un vasto regno indipendente e che includeva le città di Adab, Umma, Uruk, Larsa e Ur. Il più noto di questa linea di issag fu però Urukagina, il quale riuscì a sottrarsi al predominio di Kish e assunse il titolo di “re di Lagash e Sumer”. Egli fu un grande costruttore, scavò canali, diede libertà al popolo, introdusse riforme nelle leggi e nell’amministrazione dello stato e cercò di risanare la vita morale del suo popolo, corrotto da lunghi anni di benessere e di opulenza. Il suo regno fu un vero periodo di splendore per la sua città e per tutta la Sumeria. Ma la rovina era alle porte: Lugalzaggisi, issag della vicina città di Umma, riesce a conquistare la città di Lagash e la distrugge. Quantunque non fosse che un vassallo sotto la dinastia di Ku-Bau di Kish (circa 2662-2638) egli conquista tutto Sumer, tutta l’Accadia, nonché tutto il paese tra il Golfo Persico e il Mediterraneo. Conquistatosi così un impero che fu forse il primo degl’imperi dell’Asia anteriore, egli trasportò la sede del suo dominio a Uruk. Con questo energico re i Sumeri raggiunsero il colmo della loro espansione e del loro predominio politico e posero le basi del futuro dominio spirituale babilonese nella Siria. Ma ora compaiono sulla scena politica i Semiti. La storia del popolo sumero in Babilonia è dunque la storia di città-stati in lotta continua tra loro dei quali uno o l’altro riesce qualche volta ad acquistare, quantunque soltanto per breve tempo, il predominio assoluto su tutto il paese, fino a che Lugalzaggisi di Umma fonda il primo impero babilonese e sumero su buona parte dell’Asia anteriore, per soccombere però sotto i colpi formidabili di un nuovo popolo che ora chiede il dominio politico del paese: i Semiti. Ciò nonostante i Sumeri continuarono a predominare nel sud del paese, nella Sumeria vera e propria, dove ebbero ancora stati semindipendenti, e anche più tardi possiamo registrare un vero rinascimento della civiltà sumera.

La dinastia di Agade (2637-2457). – I Semiti, i quali abitavano nella valle dell’Eufrate e del Tigri probabilmente già avanti l’invasione sumera, s’infiltrarono sempre più dalla Siria, seguendo specialmente il corso dell’Eufrate, sia pacificamente, sia mediante incursioni armate, nel paese, e riuscirono a fondare una propria dinastia con sede ad Agade. La leggenda narra che Sargon (Sharrukēnu- [lubani], “un re legittimo [è stato creato]”), fosse un giardiniere, che da bambino fu esposto e raccolto senza che si sapesse chi era suo padre. Egli apparteneva certamente alla corte di Ur-Ilbaba di Kish. Appena ottenuto il trono si rivolse contro Lugalzaggisi di Uruk, che sconfisse. Poi conquistò Ur, Lagash, Umma, e si proclamò “re del paese e del dominio universale” dopo aver sottomesso l’Elam, l’Amurru (la Siria) ed aver raggiunto la costa del Mediterraneo. Non è da escludere che egli abbia sottomesso anche l’isola di Cipro e sia penetrato vittorioso nella Cilicia e nella Cappadocia. Più tardi egli invase Subartu (l’Assiria) e l’annesse al suo vasto impero, che fu dunque ancora più vasto di quello di Lugalzaggisi. Prima della sua morte scoppiò una ribellione generale che egli però potè domare, quantunque fosse stato minacciato dal proprio esercito. Egli seppe amministrare ottimamente il suo immenso impero e lo divise in distretti di cinque ore doppie ciascuno, a capo dei quali mise governatori. Egli fu il fondatore della città di Agade, che eresse dopo la prima invasione dell’Occidente. Il nome di Sargon rimase durante tutta la storia della Babilonia come quello di un re potente, d’un eroe quasi mitico e d’un glorioso conquistatore. Suo figlio Rīmush poté mantenere quasi intatto l’impero lasciatogli dal padre, sconfiggendo i ribelli e specialmente gli Elamiti. A Rīmush successe sul trono un altro figlio di Sargon, Manishtusu (2572-2558), del quale ci sono stati conservati un monumento cruciforme e un obelisco, che rammentano i restauri compiti dal re nel tempio del dio del sole a Sippar e l’acquisto di quattro poderi. Il figlio di Manishtusu, Narām-Sin (2557-2520), si proclamò “re delle quattro regioni” e fu ritenuto degno dell’adorazione divina. Appena giunto al trono, la città di Kish gli si ribellò, ma fu rapidamente sottomessa. Egli conquistò il paese situato ad E. del Tigri superiore, Mari, l’Elam, invase la Siria e raggiunse il Mare Mediterraneo. Il suo impero si stendeva dall’Armenia al Golfo Persico e dal Mar Rosso al Mediterraneo. Fu un grande costruttore di templi, e per commemorare le sue vittorie fece erigere una stele trionfale dedicata al dio di Sippar, che esiste ancora ai giorni nostri e che è la più perfetta opera d’arte del tempo della dinastia di Agade. Il suo figlio e successore Shar-kalī-sharri dovette combattere contro le orde selvagge dei Gutei, popolazioni feroci e barbare che abitavano al di là del Tigri sull’altopiano iranico e intraprendevano sovente scorrerie nella fertile e ben coltivata pianura della Babilonia. Dopo la sua morte abbiamo un periodo di anarchia, durante il quale la quarta dinastia di Uruk poté afferrare per trent’anni il potere nella parte meridionale del paese. I Gutei continuarono però nelle loro incursioni a mano armata finché riuscirono a conquistare quasi tutto il paese che essi amministrarono e dominarono dall’altopiano, dove ebbero la loro capitale, probabilmente Arrapkha (la moderna Kerkūk). “Il regno di Sumer fu trasportato nelle montagne” dice la lista delle dinastie. Il feroce e opprimente dominio dei barbari durò per ben 125 anni, durante i quali regnarono re dai nomi gutei, come Nikillagab, Inimabalesh, Igeshaush e Yarlaganda, nomi che non sono né semitici né sumeri e non sembrano appartenere neppure alle lingue indoeuropee. Durante il dominio dei Gutei alcune città della Sumeria poterono però prosperare sotto i loro issag indigeni e tra queste specialmente Lagash. Ancora ai tempi di Shar-kalī-sharri, Ur-Bau costruì un grande tempio al dio locale Ningirsu. Ma il principe più celebre di questo periodo fu Gudea, del quale abbiamo numerosi monumenti in lingua sumera, che gettano vivida luce sullo stato della Sumeria del suo tempo specialmente per quanto riguarda la religione, sulla quale il famoso issag esercitò grandissima azione. Gudea fu divinizzato e ancora parecchio tempo dopo la sua morte venivano fatti sacrifici davanti alle sue statue che aveva fatte collocare in grande numero nel tempio del suo dio. Il suo culto fu probabilmente riconosciuto in tutta la Sumeria. Per la ricostruzione del tempio Eninnū, egli fece venire legni e pietre preziose non soltanto dall’Elam, ma anche da Magan e da Melukhkha (lontane regioni che da alcuni si sono volute identificare con parti dell’Arabia e dell’Egitto) e dal Libano. Dopo un regno felice durato quarant’anni gli succedette suo figlio Ur-Ningirsu. L’oppressione da parte delle orde straniere indusse infine i Babilonesi a ribellarsi e a cacciare gli stranieri: Utukhegal di Uruk (2301-2295) sconfigge l’ultimo re guteo Tirigān, il quale è costretto a fuggire, ma viene preso e ucciso. La Babilonia poté respirare di nuovo liberamente. I benefici effetti della cacciata degli oppressori non tardarono a manifestarsi. La terza dinastia di Ur, che ora afferra il timone dello stato, costituisce un periodo di splendore e di grande espansione politica, ma è nello stesso tempo l’ultimo sforzo che la razza sumera fece per mantenere la sua antica civiltà. L’impero di Ur durò 108 anni ed ebbe cinque re (2294-2187). Il primo principe di questa dinastia Ur-Nammu (Ur-Engur) sottomise quasi tutta l’Asia occidentale e si proclamò “re di Ur, re di Sumer e di Akkad”. Fu un grande restauratore di templi, fece scavare numerosi canali e costruì le mura di Ur. Fece anche raccogliere le leggi del suo tempo e le pubblicò. Suo figlio Shulgi (Dungi) fu adorato al pari di suo padre come dio e sottomise Anshan (vicino a Susa), l’Assiria, la Mesopotamia, la Siria e la Cappadocia. Regnò dal 2276 al 2231. Come tutti i re babilonesi, e specialmente quelli di questa dinastia, dimostrò la massima riverenza per la città santa di Nippur, che fu sempre il centro religioso della Babilonia e la sede d’una famosa scuola teologica. Durante il suo regno e quello dei suoi immediati successori, Nippur acquistò massima importanza tanto nella religione quanto nella letteratura e nella vita spirituale in generale. Gli succedettero sul trono Migir-Sin (o Bur-Sin), Gimil-Sin, il quale costruì attraverso la Babilonia una muraglia detta Murīq Tidnim, in difesa dalle continue scorrerie degli Amorriti, ed infine Ibi-Sin. Si può dire che con l’ultimo re di questa dinastia cessa definitivamente la storia politica dei Sumeri. Durante l’impero di Ur, del quale conosciamo assai bene specialmente la vita religiosa ed economica in conseguenza della scoperta di un grandissimo numero di tavolette di contenuto economico e religioso trovate nelle rovine della moderna Drehem e che nell’antichità era il magazzino delle derrate per il mantenimento dei santuarî di Nippur, il territorio dipendente dalla Babilonia fu diviso geograficamente in quattro territorî: Sumer ed Akkad, Elam, Amurru, Subartu. La decadenza del popolo sumero comincia ora ad accelerare il suo corso, dovuta principalmente al clima della Babilonia, micidiale per una razza proveniente dal clima freddo delle montagne, e alle continue invasioni e infiltrazioni dei Semiti dall’Occidente, i quali sempre più rinforzano gli elementi semitici, che si erano già stabiliti definitivamente nel paese ed avevano anzi fondato già un impero e diffusa la propria lingua facendosi largo tra la popolazione sumera. Nel predominio sulla Babilonia succedono all’impero sumero di Ur la dinastia semitica di Isin, fondata da un Semita di Mari, Ishbi-Girra, nonché la dinastia parimente semitica di Larsa. Un po’ posteriore a queste due dinastie è quella pure semitica di Amurru, detta la prima dinastia di Babele, perché la città chiamata Bāb-ili o Bāb-ilāni è ora per la prima volta la capitale di un regno in Babilonia. La dinastia di Isin (2186-1961) ebbe quindici re. A Ishbi-Girra, il quale per sconfiggere Ibi-Sin di Ur si alleò con Kutur-Nakhkhunte di Elam, successero Gimil-Ilishu, Idin-Dagan, Ishme-Dagan. Questi due ultimi dànno col loro nome a divedere che sono Semiti di Amurru, dove si adorava il dio Dagan. L’ultimo principe di questa dinastia fu Dāmiq-Ilishu I (1983-1961). Come s’è già detto, contemporaneamente a quelli di Isin, regnarono a Larsa sedici re dai nomi prettamente semitici dall’anno 2187 fino al 1901. Il fondatore fu Naplānum. Dopo Ṣilli-Adad, Kudur-Mabug di Elam riuscì a mettere sul trono suo figlio Warad-Sin (1997-1896). Ai tempi di Sumuilu (2056-2028) sorse con Sumu-abum la dinastia di Babele nel 2057. Rīm-Sin, che successe sul trono di Larsa a Warad-Sin, sconfisse in una di quelle tante guerre, delle quali è pieno questo periodo delle tre dinastie, l’ultimo re di Isin, ma soggiacque lui stesso a sua volta ai colpi del re Hammurabi di Babele.

La prima dinastia di Babele e Hammurabi (XXI-XVIII sec. a.C.). – La prima dinastia di Babele, che regnò con undici re per 300 anni, era di origine amorrita, come lo dimostrano a sufficienza i nomi dei suoi re. Il fondatore della stessa fu Sumu-abum, il quale in principio fu il passivo spettatore della lotta tra i principi di Isin e Larsa, ma poi vi prese parte attivamente, come fecero pure i suoi successori. Il quarto di essi fu Sin-muballiṭ (“Sin vivifica”, 1975-1956) il quale fu il padre di Hammurabi (1955-1913). Questo re, giovane vigoroso quando ascese il trono che doveva tanto illustrare, nei primi anni di regno prese a Rīm-Sin di Larsa tutte le città babilonesi che aveva potuto conquistare per dargli poi il colpo di grazia e unire sotto il suo scettro tutta la Babilonia. Assieme a Rīm-Sin egli debellò anche i suoi alleati, Elam, Emutbal e Ashnunnak, e prese Ur e Larsa. Più tardi distrusse le mura di Mari e Malgi, costruì il grande canale cui impose il nome Khammurabinukhushnishi, “Hammurabi è l’abbondanza del popolo”, e intraprese una campagna in Turukku, Kakmu e Sube (Assiria). Anche l’Assiria apparteneva dunque al suo regno. Egli era quindi re d’un vasto impero, che comprendeva anche la Siria. Fu un geniale amministratore, come si può rilevare dalla corrispondenza di argomento amministrativo che ebbe col governatore Sin-idinnam; non lasciava l’amministrazione dello stato nelle mani dei suoi governatori, ma voleva rendersi conto da sé stesso dei bisogni dei suoi popoli e prestava volentieri orecchio alle lagnanze dei cittadini contro governatori dimentichi dei loro doveri o contro alti funzionarî prevaricatori. Spesso, nelle sue lettere, egli demanda casi importanti alla decisione del suoi impiegati, dopo aver fatto attingere informazioni in proposito. Hammurabi fu, come altri celebri re babilonesi, un grande costruttore di templi che adornò con doni preziosi, con statue e offerte date in omaggio alla divinità. Costruì molti e importanti canali, indispensabili in Babilonia, dove il suolo, arido per propria natura, non dà frutti senza una vasta opera d’irrigazione. Come già alcuni re sumeri prima di lui, egli pubblicò una raccolta di leggi, con la quale, basandosi sulle raccolte sumere anteriori, cercò di fondere il diritto semitico della nuova stirpe con quello degli antichi abitanti del paese, che era sumero. Questa raccolta è detta Giudizî di diritto e godette per lungo tempo fino al periodo assiro grande fama in tutta la Mesopotamia. Hammurabi fu certamente uno dei più geniali e fattivi re di Babilonia. Un’incursione di Hittiti lungo l’Eufrate sbalzò dal trono l’ultimo re di questa dinastia, che fu Samsuditana (1788-1758).

Sotto il successore di Hammurabi Samsuiluna (1912-1875) sorge la dinastia del Paese del mare, cioè di quel tratto di territorio che si estende lungo la costa del Golfo Persico. Questa dinastia è da riguardare come l’ultima espressione della coscienza nazionale del popolo sumero, che non sa ancora rassegnarsi alla perdita dell’egemonia nel paese e cerca di riafferrare il potere perduto. In conseguenza del disordine che regnava perciò in Babilonia, i Cassiti intrapresero una scorreria, la prima delle loro incursioni, nella pianura. La dinastia del Paese del mare, che è la prima di questo nome, si compone di dodici re e regnò per 368 anni, fino all’avvento dei Cassiti. Il fondatore di essa fu Iluma-ilu (1884-1825). Questo re fu in possesso persino della città santa di Nippur. Alcuni nomi di questi re non sono né semitici né sumeri, come Shushshi, Gulkishar, Peshgaldaramash, mentre altri sono prettamente sumeri, Aidarakalamma, Melamkurkurra e altri semitici, come quello dell’ultimo principe, Ea-Gāmil (1525-1517). Siccome le invasioni dei Cassiti avevano portato questo popolo già da due secoli al possesso del Paese del mare ed egli temeva ora anche l’invasione del suo territorio, cercò di prenderli di fianco colpendoli dall’Elam. Ma questo passo gli riuscì fatale: Ula-buriash di Elam lo sconfigge e sottomette il suo paese. Così ebbe fine questa dinastia.

La dinastia dei Cassiti (1746-1171). – Intanto i Cassiti, che abitavano quella parte dell’altopiano iranico che si affaccia sulla Babilonia, avevano invaso e soggiogato sotto il loro re Gandash il paese che dovevano tenere sotto il loro scettro per ben 576 anni, dal 1746 fino al 1171. Il periodo cassita è un periodo di oscuramento della civiltà babilonese, in conseguenza dell’oppressione da parte di questo popolo di rudi e barbari montanari, i quali però ben presto seppero apprezzare la superiorità della Giviltà babilonese che cercarono di assimilare. I Cassiti introdussero in Mesopotamia il cavallo e dimostrano di aver esercitato una certa azione sulla struttura economico-giuridica del paese. Sotto questa dinastia comincia nei documenti la datazione secondo il numero degli anni di regno di ogni singolo principe. Essi rispettarono la religione dei loro sudditi, anzi l’adottarono, fecero doni ed offerte ai templi babilonesi e si chiamarono “amministratori dei santuarî di Nippur”. Kar-Duniyash, come allora essi chiamarono la Babilonia, non era però più la potenza più forte, egemonica del vicino Oriente: altre potenze le contendono il terreno; l’Egitto da una partei i Mitanni e gli Hittiti dall’altra la tengono in seconda linea e le contendono il passo. Poi comincia a sorgere lentamente l’Assiria, sulla quale la Babilonia crede di poter elevare ancor sempre delle pretese, poiché l’Assiria sarebbe di diritto una sua provincia, ma la potenza militare del giovane e vigoroso stato dimostra proprio il contrario e l’inanità degli antichi diritti babilonesi. Durante tutto il periodo cassita la politica babilonese è quindi una politica di secondo ordine, più passiva che attiva. Non mancarono però neppure in questo tempo i principi vigorosi, che seppero estendere il loro dominio. Tra questi va annoverato specialmente Kashtiliash (1708-1687). Il re Agum II assunse il titolo di “re di Kashshū e Akkad, re dei vasti paesi di Babele, re di Padan e Alman, re del paese di Guti”. Qualche principe cercò di rabbonire i re assiri imparentandosi con loro: Karaindash (1445-1427), che fu contemporaneo del re egiziano Amenhotep III, sposò la figlia di Ashshur-uballit di Assiria, Muballitat-Sherūa. Qualche altro seppe imporsi con le armi ai re del giovane popolo: Kurigalzu III (1344-1320) conquistò l’Elam e seppe imporsi a Adad-nirāri I. Ma Kashtiliash III (1249-1242) fu sconfitto e deposto da Tukulti-Nimurta di Assiria (1260-1232), il quale assunse addirittura il trono di Babilonia. Durante il regno di Burnaburiash I (1521-1503) gli Hittiti fecero sotto il loro re Murshilish I una delle loro disastrose scorrerie. Durante il tempo dei Cassiti cade quel periodo della storia dell’Asia anteriore che si suol chiamare il periodo di Tell el-‛Amārnah, che abbraccia il secolo XV e XIV a. C. Sulla storia politica di questo tempo siamo bene informati dalla corrispondenza diplomatica dei faraoni di Egitto coi re di Babilonia, degli Hittiti, della Mitannia, con i piccoli potentati della Siria e con i governatori egiziani di questo paese, corrispondenza che fu rinvenuta alla fine del secolo scorso a Tell el-‛Amārnah in Egitto.

Dai Cassiti al regno neobabilonese o caldeo (1170-626). – Dopo l’intervallo del dominio straniero dei Cassiti viene sul trono di Babilonia una dinastia nazionale, la seconda dinastia di Isin, detta anche di Pashe, con undici re, dal 1170 fino al 1039. Il secondo successore di Marduk-shāpik-zēri, che ne fu il fondatore, è Nabucadrezar I (1146-1123). Questo re riuscì a sconfiggere l’Elam, ma fu a sua volta vinto da Ashshur-rīsh-ishi di Assiria e perdette tutto il territorio dell’Eufrate superiore. Durante il suo regno gli Hittiti calarono di nuovo, depredando e incendiando, in Babilonia, questa volta prendendo le mosse da Carchemish. A Nabū-shumlībur (1047-1039), ultimo re di questa dinastia, segue la cosiddetta seconda dinastia del Paese del mare, con soltanto tre re e ventun anni di regno. Vien poi una dinastia di Baṣu e un Elamita ascende il trono babilonese. La prossima serie di principi costituisce l’ottava dinastia di Babele (990-955), che ebbe molto a soffrire dalle continue disastrose incursioni degli Aramei, i quali erano riusciti a tener occupati vasti tratti di territorio e ad impedire il libero commercio e le comunicazioni nel regno. Al N. l’Assiria è sempre più minacciosa. Perciò la Babilonia, sempre più indebolita, è costretta a ricorrere all’aiuto degli Elamiti, che erano sempre stati suoi nemici. Il re Salmanassar d’Assiria comparve in Babilonia da padrone e Shamshi-Adad V (823-810) seppe stroncare un tentativo di resistenza armata messo in opera da Marduk-balāṭau-iqbi di Babilonia (827-815) con l’aiuto degli Elamiti. I re babilonesi che non riconoscevano spontaneamente la supremazia assira dovevano sentite tutta la ferocia delle armi assire. Nabū-mukīn-zēr (732-730), che credeva ancora nell’indipendenza dello stato babilonese, fu deposto, e Tiglatpileser IV ascese, sotto il nome di Pūlu, il trono babilonese (729-727). Il suo successore Salmanassar V (727-722), in Babilonia chiamato Ulūlāi, continuò a tenere in unione personale le corone dei due paesi. Marduk-apla-iddin, oriundo dal Bīt-Yakīn, ebbe soltanto effimero successo con la sua sollevazione, e fu scacciato da Sargon, il quale regnò dal 710 al 706 anche sulla Babilonia, quantunque soltanto col titolo di governatore. Il successore di Sargon, Sennacheribbo (705-704), distrusse addirittura Babele, ma Assarhaddon fece ricostruire la città. Avanti la sua morte egli divise il suo impero tra i suoi figli Assurbanipal e Shamash-shum-ukīn (668-648). Quest’ultimo ebbe il trono di Babilonia. Un po’ l’ambizione personale, un po’ la situazione politica internazionale e l’azione dei patrioti babilonesi fecero sì che il fratello di Assurbanipal raccolse attorno a sé una vasta coalizione di potentati, che comprendeva anche l’Elam e gli Arabi, per abbattere del tutto l’Assiria. Ma Assurbanipal riuscì dopo lunga lotta a sgominare la potente coalizione avversaria, a sconfiggere suo fratello e a prendere la città di Babele (648). Egli pose sul trono babilonese un nobile sotto il nome di Kandalānu (647-626).

La dinastia neobabilonese o caldea (625-538). – Subito dopo la morte di Assurbanipal di Assiria un generale babilonese della tribù dei Kaldü (Caldei) la quale abitava la Babilonia meridionale colse l’occasione per liberare il paese dal giogo assiro e proclamarsi re. Nabopolassar (Nabü-apla-uṣur, 625-605) contribuì alla caduta di Ninive e al crollo dell’impero assiro e fece occupare la parte meridionale dell’Assiria e la Mesopotamia superiore da suo figlio Nabucadrezar. Al di là dell’Eufrate però il faraone d’Egitto Necho aveva cercato di dar sostanza alle antiche pretese egiziane sulla Siria e aveva recato aiuto ad Ashshur-uballiṭ II, il quale dopo la caduta di Ninive aveva raccolto attormo a sé a Harrān, nella Mesopotamia settentrionale, i resti dell’esercito assiro. La battaglia decisiva tra l’Egitto e la Babilonia per il possesso della Siria fu combattuta a Carchemish. Gli Egiziani furono battuti e dovettero ritirarsi nel loro paese, seguiti alle calcagna da Nabucadrezar. L’annunzio della morte subitanea di suo padre lo costrinse, già alle soglie dell’Egitto, a ritornare a Babele, dove ascese al trono (604-562). Nel 596 egli prese Gerusalemme, il cui re si era rifiutato di pagare il tributo e di riconoscere la supremazia babilonese. Per sedare un’altra rivolta in Siria, istigata da Apries d’Egitto, il re: dovette invadere di nuovo nel 587 la Siria e porre l’assedio a Gerusalemme, che fu levato però per affrontare Apries che moveva dall’Egitto. Ma quando questi dovette ritirarsi davanti all’avanzata babilonese, Gerusalemme fu investita e cadde. Sidone e Tiro, dopo lunghissimo assedio, caddero pure in mano dei Babilonesi. Nabucadrezar ricostruì i templi di Esagila a Babele e quello di Ezida a Borsippa, eresse le due grandi mura della capitale, Imgur-Enlil e Nimitti-Enlil, e costruì la cittadella della città. I suoi successori furono re piuttosto deboli: Evilmerodach (Amēl-Marduk), Neriglissar (Nergal-shar-uṣur) e Labassoarco (Labashi-Marduk) regnarono soltanto per pochi anni, dal 561 al 556. Allora i sacerdoti babilonesi nominarono un proprio re, l’archeologo Nabonedo (Nabū-nā’id), figlio d’un ricco commerciante (555-538). Egli non s’accorse della potenza allora nascente di Ciro e dei suoi Persiani, la cui politica in Media egli anzi ciecamente approvò. Nella guerra che Ciro gli mosse nel 539, suo figlio Belsazzar fu battuto ad Upī e poco dopo Babele stessa fu presa. Nabonedo fu un grande restauratore di templi: Ebabbar di Sippar e Ekhulkul di Harrān furono ricostruiti e abbelliti da lui. Essendo del tutto occupato a raccogliere antichità babilonesi egli lasciò l’amministrazione del regno a suo figlio.

Così finì la superba Babilonia, che divenne ora una provincia dell’immenso impero persiano per passare poi a far parte dell’impero di Alessandro Magno e poi di quello dei Seleucidi. Attorno al principio della nostra era scomparve anche la lingua babilonese.

Il periodo paleoassiro (dalle origini fino al 1115). – Delle origini dello stato dell’Assiria e della sua città capitale Ashshur sappiamo soltanto pochissimo. La città ha origini preistoriche e sembra essere stata o addirittura una città sumera o una città abitata bensì da popolazioni mitanniche ma di civiltà del tutto sumera, come lo attestano le antiche statue trovate negli strati più profondi delle sue rovine. Ma il carattere sumero ben presto scomparve davanti all’invasione dei Semiti. I nomi dei re più antichi, i quali risalgono circa al 2500, sono Ittiti, Ellil-kapkapu, Ushpia e Kikia. Questi non sono nomi né semitici né sumeri, ma con ogni verosimiglianza mitannici. Si dice che re Ushpia abbia fondato il tempio Ē-khursag-kur-kur-ra “Montagna dei paesi” e che Kikia costruisse le mura della città. Il re Zāriqum dedicò un’iscrizione a Bēlat-ēkallim “per la vita del suo signore Migir-Sin, il potente re, il re di Ur e re delle quattro regioni del mondo”. L’Assiria riconosceva dunque allora la supremazia babilonese e dipendeva dai re di Ur. Ilushuma, attorno al 2225, si dice “re di Assiria”. Quando un’incursione di Hittiti pose fine al regno della prima dinastia di Babele, l’Assiria acquistò la propria libertà. Shamshi-Adad II (1892-1860) sembra aver esteso alquanto i confini del nuovo stato, poiché egli assunse il titolo di “re dell’universo” e arrivò nelle sue campagne fino alle sponde del grande mare”, cioè del Mediterraneo. I Mitanni, i quali nei secoli seguenti furono in grado di fondare un vasto impero con centro nella Mesopotamia superiore, sottomisero anche l’Assiria: il re mitannico Tushratta manda al faraone Amenofi III l’immagine della dea Istar di Ninive ed è in corrispondenza con questo re di Egitto. Appena sotto Ashshur-uballiṭ l’Assiria risorge a nuova potenza. Egli riuscì a liberare il paese dal giogo dei Mitanni e a distruggere quasi il loro impero. Verso la Babilonia egli si comportò quasi da signore. Sotto Arīk-dēn-ili gli Aramei cominciano ad attaccare l’Assiria con una serie ininterrotta di moleste scorrerie e incursioni al confine. Adad-nirāri I (1310-1281) allargò i confini del suo regno conquistando verso il N. le regioni montagnose, penetrando verso l’occidente fino a Harrān e Carchemish e fiaccando le velleità babilonesi di supremazia sopra il suo stato. Suo figlio Salmanassar I (1280-1261) fu non meno fortunato di suo padre: egli batte Shattuara di Khanigalbat, fa felici incursioni sui contrafforti dell’altopiano iranico e sconfigge i Babilonesi presso Dür-Kurigalzu. Egli trasportò la capitale del regno a Kalkhu in ottima posizione strategica. Questo primo periodo della storia assira termina, si può dire, col re Tukulti-Nimurta I, sotto il quale per la prima volta l’Assiria dimostra la sua decisa superiorità sulla Babilonia, il cui re Kashtiliash egli cattura. Una ribellione che poco dopo scoppia nella capitale babilonese non ha per conseguenza che la distruzione della città stessa. Il re può unire allora i due stati sotto il suo scettro: il sogno dei re assiri, accarezzato da lungo tempo, sembra essersi avverato. Alcuni anni dopo però scoppia una rivolta, durante la quale il re cade per mano del suo proprio figlio. Egli fondò una nuova residenza che chiamò Kār-Tukulti-Nimurta. Il suo regno durò dal 1260 al 1232.

Il periodo neoassiro e i Sargonidi (1511-606). – Il vero fondatore dell’impero assiro e della sua grande potenza fu Tiglatpileser I (1115-1093). L’Assiria diventa sotto di lui una delle grandi potenze dell’Asia anteriore: guerreggiando contro i popoli del Settentrione egli penetra fin verso il Mar Nero, in occidente tocca il Mediterraneo, in Babilonia batte il re Marduk-nādin-akh e prende la capitale. La Babilonia diventa uno stato vassallo dell’Assiria. Gli anni che seguirono al suo regno furono un periodo di decadenza e debolezza, il quale è pieno delle lotte con gli Aramei nomadi che dànno molto da fare non soltanto alla Babilonia, ma anche all’Assiria e agli altri stati mesopotamici. Lo stato assiro ha la sua rinascita sotto lo scettro di Assurnazirpal (883-859) e si ricostituisce nei ventiquattro anni del suo regno nei confini del tempo di Tiglatpileser I. Assurnazirpal fu un crudelissimo conquistatore, il quale cercava di abbattere ogni resistenza che gli si parasse dinanzi col terrore e con la crudeltà. Egli fu l’organizzatore dello stato assiro su base militare, e lo dotò di un’organizzazione che mise in grado il suo popolo di mantenere per un lungo numero di anni il potere incontrastato sopra l’Asia anteriore. Egli cominciò le sue campagne in Oriente marciando contro le popolazioni abitanti la regione dello Zagros; poi passò in Armenia devastando il paese e facendo un’immensa preda, per scendere nella Commagene e in Cilicia. L’arrivo del re nella Mesopotamia superiore determinò la caduta dei piccoli stati che vi si erano formati: Bīt-Adini, sulla sponda sinistra dell’Eufrate, e la città di Carchemish, condivisero la sorte degli altri stati. La campagna continuò per la Siria settentrionale lungo l’Oronte verso il Libano e la Fenicia, le cui città si affrettarono a portargli i loro tributi. Anche Damasco giacque ai suoi piedi. La capitale fu di nuovo trasportata, sotto questo re dalle qualità spiccatamente militari, a Kalkhu. Gli successe sul trono suo figlio Salmanassar III (858-824), meno feroce di suo padre, ma anche inferiore a lui per genio militare e politico. La maggior parte dei suoi anni di regno egli ebbe a lottare contro gli stati della Siria e Mesopotamia in continua rivolta e ribellione. Già nel suo primo anno egli marciò contro Bīt-Adini, che riuscì a debellare dopo tre anni insieme coi suoi alleati. Carchemish e Aleppo si sottomisero spontaneamente, ma Bir-idri di Damasco poté formare una grande coalizione di dodici re che oppose accanita resistenza al re assiro e che egli non poté sgominare. Egli non riuscì a prendere Damasco neppure sotto Hazaele, successore di Bir-idri, ma dovette accontentarsi del tributo che gli pagarono Tiro e Jehu re di Israele. Grandi successi ottenne invece Salmanassar in Babilonia, dove fu chiamato in aiuto dal re Marduk-zākir-shum contro i rivoltosi che si erano raccolti attorno a suo fratello. Il re assiro li batté, scacciò i Caldei dal paese e trattò il re babilonese quale suo vassallo. Poco felici furono le sue campagne contro il paese di Urarṭu (Armenia) che egli non fu in grado di sottomettere. Poco prima della sua morte quasi tutta l’Assiria gli si ribellò contro, sotto la guida di suo figlio Ashshur-nādin-apla. Shamshi-Adad V (823-810) poté reprimere la rivolta e riacquistare in parte l’autorità perduta al nord e all’ovest dell’impero. Essendo il suo successore e figlio Adad-nirāri IV minorenne quando pervenne al trono, la reggenza fu per alcuni anni nelle mani di sua madre Sammuramat (Semiramide). Questo re mostrò grande deferenza per gli dei babilonesi; il culto del dio Nabū pare che sia stato introdotto in Assiria in questo periodo. Segue ora nella storia dell’Assiria un periodo di grande decadenza dalla quale appena l’usurpatore energico Tiglatpileser III (745-727) riesce a sollevarla. Il suo primo atto di politica militare fu di incutere, mediante una dimostrazione di forza nelle provincie settentrionali della Babilonia, tale un terrore delle armi assire al re di Babilonia, da persuaderlo a restare in buoni termini con l’Assiria. Poi si diresse verso la Siria, dove i principi avevano formato una vasta coalizione, alla quale aveva aderito anche Sarduris, re di Urartu. Il re assiro, sentitosi minacciato alle spalle, fulmineamente si portò in Armenia e sconfisse completamente il suo re. Poi occupò la Siria e tutto l’Occidente. Nel 739 si formò una nuova coalizione antiassira in Siria, ma tutti i principi si sottomisero: non soltanto Damasco, ma anche Tiro sotto Hiram e Menahem d’Israele pagarono tributo. Un’altra campagna fu diretta contro la Media e Urartu: il re assiro arrivò fino al lago di Van, dove assediò Turushpa, la capitale di Urartu, senza però potere espugnarla. Un’altra rivolta dei principotti siri lo costrinse di nuovo a marciare fino alla costa del Mediterraneo, dove sottomise le città della Filistea e Israele. Fu presa poi Damasco e la sua popolazione trasferita a Kir. Dopo una ribellione delle città filistee, tutta la Palestina e i territorî finitimi si sottomisero di nuovo e mandarono tributo. Ormai tutto l’Occidente riconosceva la supremazia assira. Quando fu in grado di entrare vittorioso anche nell’antica Babele e di accettare la sottomissione dei Caldei di Bīt-Yakīn nella Babilonia meridionale e di “prendere le mani di Bēl” durante la solenne processione dell’anno nuovo a Babele, egli poteva ben dire di aver risuscitato l’antico immenso impero del primo Sargon di Babilonia. L’anno successivo Tiglatpileser morì. Sotto il suo successore Salmanassar V (727-722) una nuova ribellione della Palestina e della Fenicia finì con un lungo assedio di Samaria, capitale del regno di Israele. La città fu presa però soltanto sotto il suo successore Sargon II (Sharru-kīnu, 721-705), che sembra abbia usurpato il trono assiro. Egli fu un abile generale e riprese la politica delle deportazioni in massa delle popolazioni conquistate. In principio del suo regno ebbe ad affrontare un nuovo nemico, il re di Elam Khumbanigash, il quale si alleò col re di Babilonia Mardukapla-iddina, per spezzare la potenza assira che lo minacciava alla schiena. Sargon subì una sconfitta da parte degli Elamiti e dovette ritornare in Assiria. Gli sorsero allora nemici da tutte le parti. Anzitutto egli si rivolse verso la Siria dove batté il re di Ḥamāt, poi presso Raphia contro il principe di Gaza, che aveva ricevuto rinforzi da parte del re d’Egitto. Conquistò Carchemish e poi si rivolse contro Urartu, il cui re Rusa fu decisivamente battuto. Il regno non fu incorporato nell’Assiria, ma subì un grande indebolimento nella sua potenza militare e nella sua capacità di resistenza agli attacchi sempre più frequenti e violenti dei Cimmerî. Dopo aver conquistato tutta la Babilonia, Sargon assunse il titolo di governatore (shakkanakku) del paese. In occidente il suo impero comprendeva anche l’isola di Cipro. Egli si fece costruire una nuova residenza, cui impose il nome di Dūr-Sharru-kīn. Suo successore fu Sennacheribbo (705-681, Sin-akhē-erba “Sin ha aumentato i fratelli”), meno originale di suo padre, spirito inquieto, disordinato e testardo. Sennacheribbo nutriva grande odio per Babele e voleva mettere Ninive al suo posto come metropoli dell’Asia Anteriore. Con ciò però egli non riuscì che a crearsi nei Babilonesi nemici mortali, i quali assieme ai Caldei e agl’irrequieti Aramei cercarono in tutti i modi di vendicarsi della sconsacrazione sacrilega dei luoghi santi di Babele. Appena salito al trono dovette fronteggiare Mardukapla-iddina di Babele e il suo alleato Ishtar-Khundu di Elam, che sconfisse presso Kish. In conseguenza di questo egli pose sul trono babilonese Bēl-ibnī. Ma intanto gli Egiziani avevano di nuovo istigato una rivolta contro l’Assiria: Lulī di Sidone si era impossessato della Fenicia ed Ezechia di Giuda aveva imposto la sua supremazia sopra la Filistea. Sennacheribbo sconfisse prima Lulī, sottomise la Fenicia e ricevette tributo dai re di Ammon, Moab ed Edom. Poi prese tutta la Filistea e deportò i re delle diverse città in Assiria. Shabaka d’Egitto mandò un esercito in aiuto dei suoi alleati, il quale fu però sconfitto a Eltekeh. Presa Lachish, il re assiro circondò d’assedio Gerusalemme e devastò il paese trasportando in Assiria un grande numero di abitanti. Tuttavia la città non s’arrese al re che venne a patti col re di Giuda. Durante la campagna palestinese Marduk-apla-iddina invase la Babilonia, ma ne fu scacciato e dovette rifugiarsi nell’Elam. Sul trono di Babele il re pose ora il proprio figlio Ashshur-nādin-shum. Nel 698 i suoi generali intrapresero una campagna contro il governatore della Cilicia che si era ribellato e in combutta con gl’indigeni aveva occupato la strada che attraverso la catena del Tauro conduce dalla Cilicia sull’altopiano anatolico. Tarso fu presa e saccheggiata. Cinque anni più tardi Sennacheribbo, nell’intento di por fine agli intrighi antiassiri di Marduk-apla-iddina, passò con una flotta raccolta sull’Eufrate superiore nel Golfo Persico e devastò la costa elamita. Il re dell’Elam, Khallushu, vistosi attaccato in casa propria, rispose coll’invasione della Babilonia, della quale occupò anche la città di Sippar. Posto Nergal-ushēzib sul trono babilonese, si ritirò nel proprio paese. Ma il nuovo re non poté resistere alla furia delle armi assire, fu preso e portato in Assiria. Allora Sennacheribbo passò al contrattacco contro l’Elam, ma non poté far molto, perché Kudur-nakhkhunte, il successore di Khallushu, riparò sulle montagne quasi inaccessibili. Nell’anno seguente il re, a quanto sembra, batté un esercito elamita che sotto Umman-minanu aveva per invito dei Babilonesi invaso la Babilonia. Nel 689 egli penetrò di nuovo in Babilonia e poté infine tradurre in atto il suo piano di distruggere completamente l’odiata rivale di Ninive. La popolazione ne fu scacciata, e, per render la distruzione ancor più completa, il canale Arakhtu fu deviato tra le sue rovine. Tirhaka d’Egitto aveva preparato una spedizione contro la Palestina. Il re assiro si portò celermente sul confine egiziano e pose assedio alla città di Pelusio. Ma nel suo campo scoppiò la peste che lo costrinse a ritornare in Assiria. Sennacheribbo volle fare della sua Ninive la prima città dell’Asia Anteriore e la dotò a questo fine di numerosi splendidi palazzi, di due potenti mura con quindici magnifiche porte e di giardini con rare piante esotiche, attraverso i quali fece scavare numerosi canali. Egli fini ucciso dai suoi due figli maggiori. Gli successe il terzo figlio Assarhaddon (Ashshur-akh-iddina, “Assur ha dato un fratello”, 681-669). Il primo pensiero del nuovo re, che fu un vero uomo di stato, intento a raggiungere con mezzi pacifici quello che soltanto provvisoriamente si può ottenere con la violenza, fu quello di metter ordine nel proprio paese punendo i ribelli uccisori di suo padre. Domata in quasi due anni la guerra civile, si rivolse contro le orde dei Cimmerî (Gimirrai) che minacciavano seriamente i confini settentrionali del suo regno. Avendoli respinti nel 678 nell’Asia Minore poté affrontare altri barbari che minacciosi si erano levati dall’oriente dell’Assiria: erano i Medi e i Mannai assieme agli Sciti che avevano tentato una grande invasione dell’Assiria. Ma Assarhaddon seppe dividerli, seminando dissapori tra i loro capi, che si contentarono d’esser riconosciuti dal re assiro quali principi nelle proprie terre. Il re aveva già dato prova della sua politica di pace e conciliazione ordinando la ricostruzione della città di Babele, dalle cui rovine furono scacciati anzitutto i Caldei, che in esse avevano eretto le proprie tende. La città risorse dalle sue rovine e l’animo dei Babilonesi fu così riconciliato col re d’Assiria. Egli non perseguitò gli Elamiti che avevano invaso la Babilonia e riuscì ad ottenere con le buone le statue degli dei asportate nel loro paese. Prima d’intraprendere la grande impresa contro l’Egitto il re voleva assicurarsi bene le spalle per non dover subire i disastrosi effetti d’un attacco di sorpresa. Nella sua campagna del 677 in Siria egli distrusse le mura di Sidone, ricevette la sottomissione del re Ba‛al di Tiro e nel 672 anche quella di ben dieci re di Cipro. Il re Manasse di Gerusalemme si affrettò pure a portargli il suo tributo. Assicuratesi così le spalle, poteva ora cominciare la conquista dell’Egitto, di quel paese che per tanti anni aveva continuamente intrigato in tutti i modi contro la potenza assira in Siria e organizzato periodicamente tutte le rivolte e ribellioni dei regoli di quel paese. Nel 674 entrò nel Delta e compì nel 671 la conquista del tratto di paese che va dal mare fino a un po’ più su di Memfi. Il re egiziano Tirhaka (Tarqū) si ritirò a Tebe, dove non fu disturbato dagl’invasori e poté prepararsi alla riscossa. Il re d’Assiria divise il paese tra venti re, assistiti da guarnigioni e consiglieri assiri. Assarhaddon ritornò in Assiria passando attraverso la Siria. Alla foce del Nahr el-kelb sopra Beirūt egli pose una stele in ricordo della conquista della valle del Nilo. Appena il re ebbe abbandonato l’Egitto, il re Tirhaka scese da Tebe, prese Memfi e scacciò le guarnigioni assire e i re installati da Assarhaddon. Alla notizia della rivolta egiziana questi si apprestò ad accorrere in Egitto, ma proprio in quei giorni morì. Prima di morire nominò Assurbanipal, suo figlio secondogenito, re d’Assiria, mentre l’altro, Shamash-shum-ukīn (“Samas ha posto un nome”) doveva regnare in Babilonia. E così fu. Assurbanipal (Ashshur-bān-apla, “Assur creò un figlio”) ascese al trono nel 669 e regnò fino al 626. Il suo regno segna il massimo splendore della civiltà assira. Nel 668 fu punito il governatore di Kirbit nel paese dei Cassiti, che aveva intrapreso una scorreria. Subito dopo il re assiro continuò la guerra in Egitto. L’esercito assiro ritornò in Egitto nel 667 e batté gli Egiziani e Nubiani nella battaglia di Karbaniti sul Delta. Fu occupata Memfi e una flotta di alleati assiri si portò fino a Tebe, che si arrese. Assurbanipal nominò quali governatori i principi gia installati da suo padre, ma essi, appena l’esercito assiro partì dall’Egitto, ordirono una congiura che fu scoperta dai generali assiri e punita. Dopo la morte di Tirhaka, Necho (Nikū) fu nominato viceré della valle del Nilo, mentre suo figlio Psammetico, che gli Assiri chiamavano Nabūshēzibanni, divenne governatore di Athribis. Il successore di Tirhaka cercò di liberare l’Egitto dal dominio straniero, invase il paese, entrò in Tebe, prese Memfi, uccise Nikū e pose in fuga Psammetico. Allora Assurbanipal accorre dall’Assiria nei primi mesi del 663, riconquista Tebe e la saccheggia. Il re porta in Assiria i suoi abitanti ed immense ricchezze. Psammetico ritorna ora di nuovo in Egitto e ne diventa il viceré. Nel suo ritorno in Assiria, Assurbanipal prende Tiro e punisce il re fedifrago Ba’al, accetta il tributo delle altre città fenicie e accoglie benignamente un’ambasciata di Gugu (Gige) di Lidia, mandata probabilmente nella speranza di poter ottenere dal re d’Assiria valido aiuto contro le orde dei Cimmerî. In questo torno di tempo gli Elamiti avevano invaso di nuovo la Babilonia. Assurbanipal colse questo pretesto per distruggere una volta per sempre la potenza elamita, che già aveva dato tanto da fare sia alla Babilonia, sia all’Assiria. Ma Urtaku, il re elamita, fu disfatto e la pace regnò di nuovo tra l’Assiria e l’Elam. Per poco tempo però; poiché il successore di Urtaku, Teumman, chiese al re d’Assiria l’estradizione dei membri della famiglia di Urtaku, i quali avevano trovato sicuro rifugio alla corte di Ninive. Assurbanipal si rifiutò di accedere alle domande dell’Elamita. Questi aprì allora la campagna, avanzando lungo il Tigri, verso la capitale. Ma dovette ritirarsi davanti alle prevalenti forze assire e si rifugiò a Susa. Egli fu sconfitto in battaglia ed ucciso. Il re assiro pose sul trono del suo paese il figlio di Urtaku Khumbanigash quale suo vassallo. In Babilonia regnava allora quale re il fratello minore di Assurbanipal, Shamash-shum-ukīn, assistito da governatori assiri nominati dal re d’Assiria, i quali specialmente per gli affari militari dipendevano direttamente da Ninive. Questa specie di diarchia durò senza attriti per qualche tempo, ma poi le ambizioni dei nazionalisti babilonesi che ad ogni costo volevano liberare il loro paese dallo straniero, il carattere di Shamash-shum-ukīn e le circostanze molto favorevoli, portarono alla formazione di una situazione politica che trovò la sua espressione in una vasta e potente coalizione antiassira, intenta alla distruzione dell’impero di Ninive. Entrarono in alleanza col re di Babilonia Ummanigash di Elam, i principi di Bīt Amukkāni, Bīt Dakkūri, gli Arabi del confine della-Palestina e Arabia, gli Aramei, alcuni principi di Palestina e Necho d’Egitto. Ma Assurbanipal li sconfisse tutti. La grande ribellione scoppiò nel 652 nella Babilonia meridionale dove furono prese anzitutto Uruk e Ur. Khumbanigash di Elam, che aveva invaso il paese, fu però ucciso ed ebbe il suo successore in Tammaritu, scacciato poco tempo dopo da Indabigash, il quale ritirò l’esercito elamita dalla Babilonia. Assurbanipal avanzò in Babilonia, prese varie città, assediò Babele e la conquistò dopo che suo fratello, visto imminente il disastro, aveva dato alle fiamme il palazzo in cui risiedeva, trovandovi la morte. Così venne a mancare alla lega antiassira il capo. Assurbanipal non assunse egli stesso che per un solo anno il trono di Babilonia. Nel seguente nominò re babilonese un nobile di nome Kandalānu, che regnò quale vassallo assiro fino al 626. Siccome Indabigash rifiutò di consegnare al re di Assiria l’esercito dei principi caldei, che aveva trovato rifugio nell’Elam, Assurbanipal marciò su Susa, difesa vanamente dal nuovo re Khumbakhaldash, la prese e la distrusse completamente, spogliandola di tutti i suoi tesori e specialmente delle opere d’arte e degli oggetti preziosi che gli Elamiti avevano accumulato in conseguenza di ricchi bottini fatti nelle loro innumerevoli incursioni ed invasioni in Babilonia. Assurbanipal aveva raggiunto il suo intento: l’Elam era ormai distrutto. Ora il re assiro si rivolse contro gli altri alleati e li punì tutti; prima Yailu e poi Uaite di Arabia furono sconfitti ed il secondo portato a Ninive, dove poté far compagnia a Manasse di Giuda. Furono puniti anche i principi di Tiro e Akko. Al N. furono battuti i Cimmerî sotto Tugdammi, mentre Assurbanipal mantenne relazioni di amicizia con Sarduris IV di Urarṭu. Ancora prima della morte del potente re di Assiria i Medi in confederazione coi Mannai, i Cimmeri e gli Sciti stavano raccogliendosi al di là delle montagne che formano il confine nord-orientale dell’Assiria per precipitarsi sulla ricca preda alla prima buona occasione. I successori di Assurbanipal Sin-shum-līshir e Ashshur-eṭil-ilāni furono monarchi molto deboli. L’impero assiro non comprendeva ormai più che l’Assiria propria e la parte settentrionale della Babilonia. Il re dei Medi Uvakhshatra (Ciassare, Κραξάρης) credette che sotto l’ultimo re d’Assiria Sin-shar-ishkun (629-612) fosse venuto il momento buono per precipitarsi insieme con le orde degli Umman-manda sulla preda agognata. Nabopolassar di Babilonia si mosse pure contro la rivale del nord, fu trattenuto però da un esercito mandato da Psammetico in aiuto dell’Assiria. Nel 612 Ninive, la superba, la dominatrice, la crudele soggiogatrice di tanti popoli, cadde dopo un terribile assedio. Pochi Assiri poterono fuggire dalla capitale. Essi si raccolsero a Harrān e riconobbero quale loro re Ashshur-uballit, fratello di Assurbanipal. I Babilonesi riuscirono però a battere tanto l’ultimo re di Assiria (611-606), quanto un esercito egiziano mandato in aiuto da re Necho. L. Assiria aveva cessato di esistere, non soltanto come stato, ma anche come nazione. Miseri resti della nazione assira si mantennero nelle rovine di Ashshur ancora per alcuni secoli. Così finì l’impero assiro senza lasciare traccia, si può dire, di durevole azione spirituale sui suoi contemporanei o sulla posterità. Stato essenzialmente militare, formato nel suo nucleo da una piccola tribù, sorto in un paese che geograficamente presentava pochi vantaggi per la formazione di uno stato, esso dovette lottare durante tutta la sua esistenza per poter espandersi e mantenersi in vita. Tutte queste caratteristiche sono opposte a quelle di Babilonia. Questa nazione poté prosperare in un territorio che già da natura sembrava predisposto a divenire uno stato. Sorta dalla fusione di due nazioni diverse per civiltà e carattere, raggiunse nell’incivilimento e nella vita spirituale grandi altezze, poté dedicarsi liberamente alla letteratura, alla religione, alle arti, agli studî, essendo una nazione agricola e commerciale. Se l’Assiria si può confrontare con Roma, la Babilonia andrebbe accostata piuttosto alla Grecia, anche per le sue relazioni con l’Assiria.

Lingue.

Le lingue parlate in Babilonia e Assiria furono principalmente due, la sumera e l’accada (da distinguersi a sua volta in babilonese e assira). La prima fu parlata dai Sumeri in tempi ancora preistorici, ma dimostra già nello stadio più antico in cui la conosciamo infiltrazioni di parole semitiche. Essa è una lingua agglutinante la cui esatta posizione tra le lingue del mondo ed appartenenza a qualche famiglia di lingue già note non poté essere stabilita finora con esattezza: certo però essa non ha nulla a che fare né con le lingue semitiche né con quelle indoeuropee. Con la fusione dei Sumeri coi Semiti di Babilonia essa scomparve dall’uso comune ma rimase quale lingua religiosa e del culto. Anzi i sacerdoti babilonesi, i quali dovevano conoscere la lingua sumera, continuarono a servirsene durante le funzioni religiose e scrissero in questa lingua, quantunque fosse già morta, inni, canti religiosi, scongiuri, ecc. (v. Sumeri). Il babilonese semitico, detto anche accado, e l’assiro – qualche volta per accado s’intende tanto il babilonese quanto l’assiro – è una lingua semitica e rappresenta il ramo orientale di queste lingue, distinguendosi così da tutte le altre lingue formanti questa famiglia linguistica. Tra le lingue semitiche esso dimostra alcuni punti di contatto con quella che nello spazio gli è più lontana, l’etiopico, ciò che ci fa supporre che l’accado e l’etiopico abbiano conservato qualche traccia d’uno strato linguistico semitico più antico. L’accado presenta però non poche affinità anche con l’aramaico che gli fu per parecchio tempo contiguo e poi lo sostituì in tutta la Mesopotamia e Babilonia. I monumenti più antichi di una certa mole redatti in semitico risalgono circa al 2400 a. C. Non appartengono però né alla Babilonia, né all’Assiria propria, ma furono trovati in Asia Minore, in Cappadocia, e provengono dagli archivî di un’antica colonia assira di commercianti. I documenti più moderni risalgono a qualche anno avanti la nostra era. Si conosce quindi, per ora, lo sviluppo della lingua accada attraverso due millennî e mezzo circa. È naturale supporre che in un linguaggio che si parlava in un territorio molto vasto, come è quello che dal cuore dell’Asia Minore si estendeva fino al Golfo Persico, si avessero varî dialetti. Per ora però non si può stabilire in che consistessero le variazioni dialettali, perché le nostre fonti sono quasi tutte di carattere letterario. Soltanto in certe iscrizioni assire si sono rilevate alcune forme di carattere spiccatamente dialettale. La differenza tra la parlata babilonese e quella assira era forse minore di quella tra le singole parlate dialettali in genere, ma forse noi non siamo in grado di percepire tutte le differenze causa il modo imperfetto con cui la scrittura cuneiforme rende i suoni e la pronuncia della lingua realmente parlata, la quale deve essere stata certamente diversa e in alcuni casi, come ci è attestato da traslitterazioni greche, specialmente di nomi di persona e luogo, molto diversa dalla pronuncia portata dalla scrittura. Non poca differenza dal tipo comune, specie nella pronuncia delle consonanti, presenta la lingua dei coloni cappadoci, la quale deve esser riguardata come un dialetto dell’assiro. Per quanto riguarda il babilonese, possiamo distinguere i seguenti stadî del suo sviluppo: il periodo paleobabilonese, che va dai monumenti più antichi della lingua fino alla prima dinastia di Babele, questa compresa. Conosciamo questo stadio della lingua da numerosissimi documenti appartenenti al tempo della prima dinastia, da lettere e dal codice di Hammurabi. Quantunque i documenti dei periodi successivi non manchino per la Babilonia, la nostra conoscenza della lingua è migliore per il periodo babilonese, cioè del tempo della dinastia caldea. Siamo bene informati sulla fisionomia della lingua paleoassira, oltre che dai documenti cappadoci, dalle iscrizioni e dai documenti, specialmente giuridici, appartenenti alla storia più antica dell’Assiria, trovati nelle rovine della capitale Ashshur. Ma sono abbondanti anche le iscrizioni del periodo successivo, e specialmente quelle del periodo neoassiro e dei Sargonidi. Risalgono al tempo di Assurbanipal le numerosissime tavolette trovate nella biblioteca raccolta dal re, le quali abbracciano si può dire ogni campo della letteratura assira.

Le vocali babilonesi e assire sono quelle fondamentali delle lingue semitiche, le consonanti invece presentano una certa povertà nel loro numero, poiché le gutturali sono molto ridotte di numero e il ‛ain e il ghain sono scomparsi. Si è conservata ancora la declinazione dei nomi, la quale ha tre casi con le vocali caratteristiche u, i e a, rispettivamente um, im e am, con la mimazione che corrisponde alla nunazione dell’arabo. Gia però dopo il periodo paleobabilonese la mimazione sparì e nel periodo neoassiro non si distingueva più tra i casi. Il babilonese e assiro ha conservato il duale. Nello stato costrutto il nome reggente non subisce quelle profonde modificazioni che ha in ebraico, ma molto spesso non perde che la desinenza. L’accado conosce anche uno stato indeterminato. I tempi del verbo sono il presente, il preterito e il permansivo, il quale ultimo non è altro che il participio perfetto usato predicativamente. La flessione del presente e del preterito è la stessa, con gli stessi prefissi e suffissi, e non si distingue nei due tempi che per le vocali che portano rispettivamente la prima e la seconda radicale. Mentre, a mo’ d’esempio, nella forma semplice iprus vuol dire “egli ha deciso” nel preterito, iparas, che è il presente, vuol dire “egli decide”. In accado è scomparso cioè il perfetto delle altre lingue semitiche e l’imperfetto o futuro semitico si è differenziato in due forme, il preterito e il presente, delle quali però il preterito ha il significato del presente semitico. Le forme del verbo, sorgenti da modificazioni della radice, sono molte in accado, come nelle altre lingue semitiche. Abbiamo una forma semplice, una intensiva, caratterizzata dalla reduplicazione della seconda lettera radicale, una causativa col prefisso ša, una medio-passiva col prefisso n, che sovente si assimila alla prima radicale, poi una forma mediale formata coll’infisso ta oppure tan. Inoltre ricorrono combinazioni tra queste diverse forme: abbiamo una forma intensiva mediale, una causativa mediale e una passiva mediale, formate cioè con l’infisso ta, infine una forma causativa intensiva. Esistono anche radici quadrolittere. Abbiamo pure molti verbi con radicali inferme. L’accado è ricco di preposizioni, che ama adoperare anche combinate.

Oltre al sumero e all’accado in Babilonia e Assiria si deve essere parlato anche, almeno per un certo tempo, il cassito, che fu la lingua della dinastia cassita e del popolo dei Cassiti, abitanti ad oriente della Babilonia. La loro lingua appartiene forse al ceppo dei linguaggi indoeuropei (v. cassiti). A SE. si parlava nelle provincie confinanti coll’Elam l’elamito, lingua probabilmente caucasica (v. elam). Sul medio Eufrate si parlavano dialetti semitici occidentali, dei quali troviamo traccia in numerosi nomi di persona risalenti specie alla prima dinastia di Babele. In Assiria, e precisamente in Mesopotamia, la popolazione presemitica parlava il mitannio, di famiglia linguistica incerta, il quale vi deve esser stato parlato anche più tardi, perché per un certo periodo tutta l’Assiria fu sotto il dominio dei Mitanni (v.). Nel più recente periodo babilonese e assiro l’arameo si diffuse sempre più finché riuscì a soppiantare la lingua antica (v. aramei). Già qualche secolo avanti Cristo non si parlava verosimilmente più il babilonese e assiro.

La scrittura del sumero e dell’accado era quella cuneiforme, inventata con ogni probabilità dai Sumeri e presa poi in prestito dai Babilonesi e Assiri semitici, quantunque non si presti affatto a rendere i suoni e le parole semitiche. Siccome gli Accadi facevano uso anche degl’ideogrammi sumeri, che essi pronunciavano però in semitico, avviene che le iscrizioni contengono parecchie parole che sono sumere, quantunque vadano pronunciate con le parole equivalenti semitiche. La lingua sumera ha lasciato tracce importanti nel vocabolario accado – moltissimi termini religiosi e giuridici sono sumeri – e ha esercitato qualche azione sulla fonetica e sulla sintassi della lingua babilonese e assira. D’altro canto i Sumeri hanno preso in prestito alcuni termini semitici.

Letteratura.

Per letteratura babilonese e assira noi intendiamo tutto ciò che scrissero i Babilonesi e Assiri, senza riguardo alcuno alla forma delle scritture stesse. Essa abbraccia quindi tanto poemi ed inni, quanto vocabolarî e documenti giuridici. Non si sogliono comprendere, quando si parla di questa letteratura, soltanto le opere letterarie nello stretto senso della parola, perché siamo ancora molto male informati sui criterî estetici che guidavano i Babilonesi e Assiri nella composizione delle loro opere. Tutta questa vastissima letteratura, conservata in un numero sterminato di tavole o su altra materia scrittoria, è scritta in caratteri cuneiformi. I monumenti della letteratura babilonese e assira finora noti sono innumerevoli e il loro numero si accresce ogni giorno per le sempre nuove scoperte che se ne fanno nelle rovine della Mesopotamia. Non si può parlare ancora di una vera storia della letteratura. Appena negli ultimi tempi, con la scoperta di antiche redazioni ed edizioni di testi religiosi e specialmente di miti e leggende, si poté cominciare a intravvedere un certo sviluppo dei generi letterari in Mesopotamia. Non c’è dubbio però che col tempo, quando gli scavi ci avranno dato un maggior numero di testi dello stesso scritto e conosceremo meglio i singoli scritti, affinando il nostro gusto per i prodotti di questa letteratura, noi potremo parlare della sua storia. Già fin d’ora si può affermare che durante la prima dinastia di Babele (2057-1758) si ebbe il periodo d’oro della letteratura babilonese, e che al tempo di re Assurbanipal la letteratura assira era in fiore. Inoltre possiamo distinguere, attenendoci al criterio della lingua in cui sono scritti i suoi documenti, il periodo sumero e quello accado. La letteratura dimostra in Mesopotamia spirito molto conservatore ed imitatore. Quasi tutti i generi letterarî furono creati dai Sumeri, dai quali li presero i Semiti, non senza dar loro maggiore sviluppo. In generale però si può affermare che gli Accadi non dimostrarono forte spirito innovatore ed inventore. Si contentarono, per la maggior parte, di tradurre dal sumero in accado e tutt’al più di combinare varie opere letterarie di provenienza diversa in un’opera più vasta, qualche volta male composta.

Lo spirito conservatore di questa letteratura si rivela nel fatto che essa subisce pochissimi cambiamenti durante due o persino tre millennî: sì tenace era la tradizione letteraria tra questo popolo di tradizionalisti per eccellenza. Un’altra caratteristica della letteratura in esame è la sua anonimità. Pochissime opere soltanto, e queste tutte d’importanza affatto secondaria, portano il nome degli autori. Le migliori produzioni letterarie sono anonime, e nessuno ci ha conservato i nomi dei loro autori. Gli ultimi prodotti di questa letteratura risalgono a qualche anno avanti l’era volgare, i primi e più antichi non rivelano che molto approssimativamente la loro età: essi sono certamente antichissimi e risalgono forse al 4000 a. C. La maggior parte dei monumenti letterarî ci è stata conservata in iscrizioni fatte su tavolette di argilla cotta al forno o semplicemente asciugata al sole. Oltre alle tavolette, dette duppāni, sing. duppu, abbiamo però anche lamine d’oro ed antimonio, diverse specie di pietre, inoltre vasi tanto di pietra quanto di metallo, stele di pietra, colonne, pietre di confine, armi, mazze, pesi, muri, pavimenti, statue di varia forma e grandezza, cilindri, coni, chiodi, ciottoli, monoliti, obelischi, rocce, sigilli e talismani di diverse pietre dure o argilla, tutti portanti iscrizioni più o meno lunghe in caratteri cuneiformi. Le tavole di argilla di diverso colore hanno forme molto varie: alcune sono tavolette di varie dimensioni e forma, sia quadrate, sia bislunghe, piane o arcuate, altre hanno la forma di bariletti, prismi, cilindri forati nel senso longitudinale, altre arieggiano a lenticchie o olive o hanno forma di fegato, di unghie di bove. Abbiamo inoltre molti monumenti, lettere e documenti giuridici, consistenti in una tavoletta chiusa in una busta o in un astuccio pure di argilla e che si spezzava quando si voleva leggere il contenuto della tavoletta. Gli scrivani (dupsharrē) solevano scrivere con uno stilo di legno o di metallo sull’argilla ancora molle. La punta dello stilo lasciava nell’argilla un’impronta che somiglia alla testa di un chiodo o ad un cuneo. Non si adoperavano segni di interpunzione e non si lasciava spazio tra una parola e l’altra. Qualche volta lo scriba divideva le singole sezioni di uno scritto mediante linee orizzontali o, dopo aver terminato di scrivere una sezione, numerava i singoli paragrafi oppure le linee di dieci in dieci. Se lo scritto era lungo e abbracciava più di una tavola, ciascuna portava un numero progressivo e tutte insieme formavano una serie. Abbiamo opere letterarie che consistono in un grande numero di tavole, tutte numerate e provviste alla fine di un richiamo, che ci è di grande vantaggio quando vogliamo ricostituire la serie intera dello scritto. Le tavole portano qualche volta sottoscrizioni, come quando lo scriba ci avverte che la tavola appartiene, p. es., alla biblioteca di Assurbanipal, oppure che il testo non è completo o che è stato copiato da un’altra tavola proveniente da una certa città o biblioteca. Inoltre la sottoscrizione può indicare il genere letterario cui appartiene lo scritto. I Babilonesi dovevano, per propagare le opere letterarie, copiare gli scritti. Così si spiega che parecchi monumenti ci sono conservati in diverse redazioni o edizioni, che variano più o meno tra loro. I copiatori non si attenevano sempre strettamente all’originale, ma spesso ne cambiavano la scrittura, come quando uno scriba assiro copiava un testo babilonese e doveva trascriverlo in caratteri assiri, oppure alteravano il numero delle linee o modificavano qualche parola non più in uso ai tempi del copiatore. Altre alterazioni sono dovute alla circostanza che i testi si dettavano ai copiatori e si collazionavano con testi diversi. In alcuni scritti troviamo glosse che spiegano qualche parola, in scrittura più piccola. Molti testi sono redatti in due lingue, in sumero e in accado. Di solito il testo accado non è altro che una versione più o meno letterale e più o meno esatta del testo sumero. Queste versioni sono interlineari. È certo però che i preti babilonesi compilarono inni e altre opere religiose in lingua sumera quando questa era già morta e non si parlava più in Mesopotamia, ma si studiava soltanto nelle scuole quale lingua sacra e del culto. Alcuni scritti sono stati tradotti dall’accado in sumero in età molto recente. Quando il copiatore non è in grado di decifrare un carattere, suol fare una nota che dice ul idī “non so”, e quando la tavola da cui copia è spezzata e mutila, egli scrive khipī “spezzato, rotto”. I templi maggiori, i tribunali e le autorità amministrative avevano proprî archivî in cui si custodivano i varî documenti di carattere religioso o amministrativo o giuridico. Presso i templi nei quali esistevano scuole di scrivani, si trovavano biblioteche di tutto lo scibile di allora, poiché i sacerdoti erano i membri più colti della comunità, coloro che sapevano leggere e scrivere e insegnavano questa difficile arte (posta sotto il patronato del dio scrivano Nabū, il quale funge da segretario nelle assemblee degli dei e tiene in mano lo stilo splendente) ad una schiera di scribi, addetti ai tribunali, ai pubblici uffici, alla corte, od esercitanti il proprio mestiere nelle pubbliche piazze o in lontani paesi, dove scrivevano la corrispondenza internazionale, da corte a corte, dei potentati stranieri.

L’epopea. – Le tavolette con epopee, o meglio soltanto frammenti di queste, risalgono per la maggior parte all’epoca di Assurbanipal, poiché appartengono alla biblioteca raccolta da questo re. Ma recentemente si sono trovate anche redazioni più antiche, anzi in qualche caso anche gli originali sumeri dai quali derivano. Anche nelle lettere di Tell el-‛Amārnah si è trovato qualche scritto d’argomento epico. La letteratura epica era già molto diffusa al tempo della prima dinastia di Babele.

Uno degli scritti epici più importanti era quello che dalle prime due parole della prima tavola è chiamato Enuma elish (Quando in alto). Esso tratta per la maggior parte di cosmogonia. Di questa epopea, che consiste di sette tavole o canti, abbiamo principalmente redazioni assire, fra le quali molto importante una trovata recentemente negli scavi di Ashshur, perché colma alcune lacune delle redazioni già conosciute, e neobabilonesi. Lo scritto è redatto in versi ritmici. Nella prima tavola si descrive la nascita degli dei, quando non esisteva ancora il mondo come è ora, ma soltanto Apsū (l’abisso) e Tiāmat (il mostro primordiale) mescolavano in uno le loro acque; prima di Lakhmu e Lakhamu, poi di altri a coppie e infine di Anum, Bēl ed Ea. Ma Apsūe Tiāmat, irritati dal comportamento degli dei, decidono di distruggerli. Ea però apprende i propositi malvagi di Apsū e riesce ad imprigionarlo. Allora Tiāmat furente raccoglie attorno a sé mostri e demoni della prima generazione e li conduce in battaglia contro gli dei dopo aver nominato Qingu capo del suo esercito e avergli affidate le tavole del destino. Nella seconda tavola Ea apprende i propositi di Tiāmat e dei suoi seguaci e si reca da suo padre Anshar per lamentarsi della sorte che prepara loro il mostro femminile. Allora Anshar incarica anzitutto Anum di combattere Tiāmat, e quando egli ritorna senza esser riuscito, per paura, nel suo intento, si rivolge ad Ea. Ma anche questo dio deve ritornare senza aver fatto nulla. Ora entra in scena Marduk, l’eroe dell’epopea, del quale vengono descritte la nascita, la prodezza, la bellezza, tutte le preclare e altissime qualità.

L’eroe divino si offre di abbattere il mostro caotico, ma prima chiede una grande ricompensa: se egli ha da combattere Tiāmat gli dei devono prima cambiare l’ordine universale, devono riconoscerlo come capo degli dei e re: sarà lui che d’ora in poi stabilirà il destino. Nella terza tavola vediamo Anshar che manda il suo messaggero Gaga da Lakhmu e Lakhamu per deciderli a riconoscere Marduk, dopo che avrà sconfitto Tiāmat, quale loro padrone. Anche Lakhmu e Lakhamu si recano assieme agli altri dei alla grande assemblea che ha luogo nella sala celeste già piena dei grandi dei che reggono il mondo. Essi si baciano, tengono un banchetto e bevono finché sono ubriachi. In questo stato trasferiscono il supremo comando a Marduk. La quarta tavola comincia con la descrizione dell’atto d’omaggio che gli dei fanno a Marduk. Lo si conduce nella stanza del trono dove prende posto davanti agli dei. Tutti lo lodano e gli trasferiscono il regno sopra l’universo: “Marduk tu sei il nostro vendicatore, ti diamo il regno sopra l’universo”. Marduk per dimostrare il suo grande potere fa un miracolo. Egli fa sparire un abito e lo fa ricomparire. Tutti gli dei ne gioiscono immensamente e gridano: “Marduk è re”. Gli conferiscono i segni esteriori del regno, lo scettro, il trono e il palū, nonché l’arma che abbatte i nemici. A questo punto l’epopea dà una minuta e poetica descrizione dell’equipaggiamento del dio, di tutte le sue molte e svariate armi, dei sette venti da lui creati per esserne assistito nella lotta imminente. Marduk monta sul carro di guerra, impugna la tremenda arma abūbu e si slancia contro Tiāmat. In una drammatica descrizione della lotta tra i due poteri, della tenebra e della luce, del disordine bestiale e dell’ordine dello spirito, l’anonimo autore sa elevarsi ad altezze veramente epiche. Tiāmat accoglie il suo baldo avversario con male parole, ma Marduk rinfaccia alla femmina mostruosa la sua ribellione e la sfida a battaglia. Il mostro diventa quasi pazzo di furore, trema, dice un incantesimo e si getta nella tenzone. Il suo avversario riesce ad invilupparlo nella sua rete, gli lancia contro uno dei sette venti che gli penetra nella gola, gli conficca la lancia nel corpo squamoso e l’uccide: Tiāmat è debellata. Ucciso l’avversario principale, il dio prende e getta in catene i suoi accoliti, tra questi principale Qingu, cui strappa le tavole del destino, che pone sul proprio petto, dopo averle munite del proprio sigillo. Superbo per il suo trionfo, il vincitore monta sul corpo immane di Tiāmat e lo spacca in due parti: di una egli fa il tetto del cielo, al quale pone custodi che non ne lascino uscire le acque. Poi costruisce Esharra quale firmamento celeste. I grandi dei Anum, Bēl ed Ea prendono posto nelle loro abitazioni. La quinta tavola descrive la creazione delle stelle e delle costellazioni, mediante le quali si conta l’anno. Ai due lati del cielo Marduk aprì due porte. Poi fece la luna quale reggemte della notte e ne fissò le varie fasi. E così il dio crea e ordina tutto l’universo, la terra con le sue piante, i suoi monti, e fiumi. Gli dei si compiacciono dell’attività creatrice del loro re, si congratulano con lui e lo eccitano a creare un essere che sia il loro servo e li onori con sacrifici e preghiere. La sesta tavola comincia appunto col discorso che Marduk tiene ad Ea, nel quale egli gli comunica il suo proposito di creare l’uomo: egli vuol raccogliere sangue, formare ossa e creare l’uomo, affinché serva gli dei e abiti sulla terra. Marduk è lodato molto dagli dei raccolti nella stanza del destino per la sua creazione dell’uomo. La settima tavola non è altro che l’inno che gli dei elevano a Marduk, ai suoi cinquanta nomi che descrivono le sue qualità divine. Ea, padre del dio, sente con grande compiacimento le lodi degli dei e con parole alte dà espressione alla sua gioia: “Che il suo nome sia Ea, come il mio”, dice il dio dell’acqua, “che i suoi cinquanta nomi siano conservati fedelmente dagli uomini, che tutti ne parlino, che lo scienziato li mediti, che tutti gioiscano di Marduk, che il suo comando non sia cambiato, che nessun dio possa cambiare la sua parola”.

L’Enuma elish fu probabilmente composto durante il regno della prima dinastia di Babele; la redazione che ora ne abbiamo risale però appena al periodo neoassiro e ha carattere anche politico, poiché vuole giustificare e legittimare il predominio del dio della città di Babele sopra tutte le altre città della Babilonia e sopra i loro dei. È probabile che in origine esistesse un originale sumero del poema, senza il settimo libro però, il quale è evidentemente un’aggiunta posteriore. Esso è probabilmente da riguardare come una creazione ritualistica fondata su di un antico mito sumero, il quale sarà stato un mito del dio della guerra Nimurta. Questo mito deve aver dato ai sacerdoti semitici lo spunto per il loro poema sul combattimento tra Marduk, il quale nelle redazioni assire è sostituito dal dio nazionale assiro Assur, e Tiāmat. Tutto il mito sarà forse un mito solare e riproduce la lotta tra il sole primaverile e i demoni invernali. Accanto a questa redazione dell’epopea della creazione devono esserne esistite ancora altre, poiché anche Beroso e Damascio ci narrano la cosmogonia babilonese con parole che differiscono da quanto dice l’Enuma elish e inoltre abbiamo ancora una leggenda eridiana della creazione e altri piccoli frammenti sulla creazione, i quali ci autorizzano ad affermare che esistevano altre epopee sulla cosmogonia, di contenuto diverso.

I Babilonesi diedero forma poetica anche ad altri miti che stanno in nesso con quello di Marduk, come sarebbero la leggenda della luna primaverile, quella della lotta tra Bēl e il labbu, il mito di Zū e della rapina delle tavole del destino. Ma in tutta la non piccola produzione epica dei Babilonesi e Assiri soltanto un altro poema può rivaleggiare per la mole, la forma poetica, la celebrità e diffusione, e il contenuto filosofico e profondamente umano con l’Enuma elish: l’epopea di Gilgamesh, l’Odissea babilonese. La stragrande maggioranza delle tavole di questo poema proviene dalla biblioteca di Assurbanipal, ma negli ultimi anni si sono scoperte anche redazioni paleobabilonesi, dalle quali possiamo indurre che l’epopea è molto antica. Essa consiste di dodici tavole o canti e così imita forse la divisione dello zodiaco, poiché si è voluto vedere in Gilgamesh una figura solare e nel suo viaggio il passaggio del sole per le dodici costellazioni. È più probabile però che il fondo del poema si basi su fatti storici e che l’eroe sia stato effettivamente un antico preistorico re di Uruk. S’è voluto vedere in Enkidu, il compagno fedele del nostro eroe, un suo doppione, come se l’autore sconosciuto avesse fuso in uno due poemi, uno che trattava delle imprese di Gilgamesh e l’altro che aveva per figura centrale Enkidu. È certo comunque che il poema ha, nella redazione che conosciamo, carattere composito, poiché la tavola XI, che tratta del diluvio, è stata inserita più tardi nel poema e deve aver avuto in origine esistenza separata, come si può dedurre da alcune altre redazioni del mito del diluvio. Questo poema godette grande rinomanza non soltanto in Babilonia e Assiria, ma varcò anche i confini di questi paesi e penetrò presso altri popoli: in Asia Minore se ne fecero versioni nelle lingue indigene. Parecchi suoi tratti ritornano nelle epopee di altri popoli dell’antichità; alcuni di essi si sono certamente aggiunti al nucleo storico della vita avventurosa di Alessandro il Grande e hanno contribuito a creare la leggenda di Alessandro (v.). Difficilmente si potrà però ammettere, con alcuni studiosi, che ne abbiano risentito l’influenza anche le figure dei patriarchi dell’Antico Testamento: i rapporti sono troppo tenui. L’epopea di Gilgamesh ha passi di carattere altamente poetico ed epico e si basa su di una concezione della vita stranamente moderna. Essa è certamente una delle più grandi creazioni poetiche dello spirito dell’antico Oriente, ma finora non è stata apprezzata secondo il suo valore per le grandi difficoltà d’interpretazione che non pochi suoi passi presentano. È scritto in versi ritmici. La prima tavola comincia con una sommaria descrizione dell’eroe la quale serve d’introduzione: Gilgamesh è colui che tutto intravide, cui anche i misteri erano manifesti, il grande viaggiatore che portò notizia di lontani paesi, il fabbricatore delle mura di Uruk e del tempio Eanna di Istar in questa città. Egli fu re della città di Uruk, che reggeva da tiranno spietato, specialmente per compiere l’opera di costruzione delle mura. Il popolo si lamenta acerbamente e fa penetrare l’eco delle sue sofferenze fino al cielo. Per umiliare il tiranno, Aruru creerà un essere che sarà un’imagine di Gilgamesh e potrà lottare con lui e dirigere la sua esuberante attività in un’altra direzione. Così fa la dea: essa crea nel suo cuore un’imagine del dio Anum e con l’argilla forma Enkidu. Questi è una specie di satiro, è tutto coperto di pelo, vive con gli animali e si nutre di erbe. Abita nei boschi e mena vita libera e randagia, lontano dagli uomini e dalle loro città. Un giorno distrugge le trappole tese da un cacciatore il quale per consiglio di Gilgamesh conduce da Enkidu nel bosco una prostituta per sedurlo e indurlo a venire ad Uruk. Il poema descrive le arti di seduzione messe in opera dalla ragazza e i discorsi che essa tiene ad Enkidu. Questi ben presto dimentica tutto, attratto dalla bellezza della ragazza, e le si abbandona per sei giorni e sei notti. Davanti all’uomo completamente cambiato gli animali che erano stati i suoi compagni fuggono e lo abbandonano. La ragazza lo eccita ad abbandonare la vita del campo e a venire nella città. Egli stesso infine prega la ragazza di condurlo a Uruk. Là comincia ad abituarsi alla vita civile, mangia pane e beve latte come gli altri uomini e comincia a menare vita regolare. Ma Gilgamesh è stato avvertito già da due sogni, la cui spiegazione egli chiede a sua madre, dell’imminente comparsa di colui che dovrà diventare suo amico. Nella seconda tavola Enkidu sente grande nostalgia per la libertà dei campi, per la vita del bosco e per i suoi animali. Ma il dio Samas gli ricorda in sogno che diventerà l’amico di Gilgamesh, che mangerà cibo regale, che siederà al lato del re. Enkidu si acquieta a questo pensiero, ma un altro sogno gli incute spavento, poiché gli fa vedere la sua fine non molto lontana. Intanto egli è diventato, dopo aver lottato con Gilgamesh, il suo migliore amico, e tutt’e due decidono il loro primo atto eroico, l’uccisione di Khumbaba, che abita nella montagna, in una selva dove custodisce il bosco sacro dei cedri. Nella terza tavola si descrivono i preparativi per la grande impresa. Gli anziani di Uruk e anche Enkidu cercano di distogliere Gilgamesh dall’impresa pericolosa, ma egli da vero eroe risponde che è risoluto di andare a tutti i costi. I due amici allora si recano dalla madre del re, la quale è una sacerdotessa del dio Sole, perché invochi il suo aiuto e il buon esito dell’impresa. Essa prega ed invoca il dio, fa sacrifici, assistita da altre sacerdotesse. Nella quarta tavola continuano i preparativi per l’impresa, si descrivono le armi, nonché un altro tentativo degli anziani di Uruk per trattenere il loro re dal mettere in pericolo la propria vita. Il poeta descrive a questo punto la figura del mostro Khumbaba, che con la sua tremenda voce incute a tutti grande spavento. Infine i due eroi si mettono in moto e raggiungono il monte che è la dimora di Khumbaba e là si fermano. Nella quinta tavola i due amici ammirano i bei cedri della montagna, ma alcuni sogni avuti da Enkidu lasciano i due perplessi. Infine si viene alla lotta col mostro, il quale è ucciso dagli eroi. Nella sesta tavola Gilgamesh, dopo aver ucciso Khumbaba, pulisce le armi, indossa abiti splendidi e si pone in capo la corona regale. La bellezza dell’eroe dopo il trionfo attira gli sguardi della dea Istar, la quale se ne innamora e lo desidera per amante. Ma il re respinge sdegnosamente gl’inviti lusinghieri della dea ed anzi le rimprovera la sua incostanza e lascivia e il crudo destino che essa ha preparato ai suoi molti amanti, tra i quali furono anche animali. La dea, furente quando sente queste parole audaci ed offensive, si lamenta con suo padre Anum e gli chiede la punizione dell’eroe. Anum crea un toro celeste che abbatterà Gilgamesh, ma Lnkidu lo afferra e lo sbrana, anzi getta la sua coscia contro la dea quando questa appare sulle mura di Uruk e lancia atroci offese contro il re. I due eroi si lavano le mani nell’Eufrate ed entrano nella città. Tutta la città è in festa, si cantano inni ai due vincitori e specialmente a Gilgamesh. Durante la notte Enkidu ha un sogno. Nella settima tavola i due amici intraprendono ancora altre imprese eroiche. Ma Enkidu si ammala ed è destinato a morire di morte del tutto ingloriosa, ciò che lo riempie di grande tristezza. E infatti egli muore. Nell’ottava tavola Gilgamesh scioglie un poetico e sentito lamento funebre per la morte del suo fido amico. È questo uno dei più bei passi di tutto il poema, pieno di semplice e profonda tenerezza; egli invoca l’amico scomparso, il suo fratellino, gli ricorda le molte imprese condotte insieme a buon fine, e si meraviglia che non si svegli dal sonno che lo ha preso. Gilgamesh copre il suo amico come una sposa e pensa al fato che attende lui stesso. Tavola nona: l’eroe si lamenta del proprio destino, identico a quello di Enkidu e, per sapere come si possa acquistare l’immortalità, decide di andare ad interrogare il suo antenato Utnapishtim, che gli dei dopo il diluvio resero immortale. Egli compie un lungo viaggio che lo fa errare per paesi stranieri, abitati da leoni e uomini-scorpioni, e arriva infine in un magnifico giardino situato sulla sponda del mare. Nella decima tavola si racconta come l’eroe trovi nel mezzo del giardino la dea Siduri, che sta seduta su di un trono. Questa gli chiede, quando vede il suo strano aspetto, dove vada in quell’arnese. L’eroe le racconta lo scopo del suo viaggio e le chiede informazioni sulla via da prendere. La dea gli fa vedere la grande difficoltà del passaggio del mare, il quale finora non è stato traghettato che da Samas, essendo esso il mare della morte. Essa gli consiglia di rivolgersi al battelliere di Utnapishtim, in cui compagnia potrà forse passare felicemente il mare, non mai ancora superato da nessun mortale. Gilgamesh prosegue il viaggio, arriva alla sponda del mare della morte, vi trova il battelliere di Utnapishtim, gli dice lo scopo della sua venuta e col suo aiuto traghetta all’isola, nella quale abita l’eroe del diluvio. Utnapishtim fa alcune domande a Gilgamesh e, richiesto da questo sul modo come ha ottenuto dagli dei l’immortalità, si appresta a raccontargli la storia del diluvio. La maggior parte dell’undicesima tavola è dedicata a questo racconto (v. oltre: il § Religione). Poi il poema prosegue narrando come Utnapishtim fa dormire l’eroe profondamente e infine lo affida al suo battelliere per farlo ritornare nel suo paese. Gilgamesh si lava, indossa abiti nuovi, e tutti e due montano nella barca, la quale si mette in moto subito dopo che Utnapishtim ha indicato all’eroe un’erba miracolosa che cresce in fondo al mare e dà ai vecchi nuova vita e vigore giovanile. Gilgamesh si cala al fondo del mare e trova l’erba meravigliosa. Continua il viaggio di ritorno, durante il quale l’eroe liba e fa sacrifici ai morti. Ma un giorno, mentre Gilgamesh, sceso a terra, stava lavandosi, un serpente gl’invola l’erba e sparisce. L’eroe dà in grandi lamenti, ma deve proseguire e ritoma ad Uruk. Tavola dodicesima: l’eroe vuol comunicare con l’amico decesso e chiede informazioni sulla discesa all’inferno. Egli si rivolge a Enlil e Sin per poter parlare con Enkidu, ma questi dei non gli dànno nessuna risposta. Ea infine comanda a Nergal di aprire un foro nella terra perché lo spirito di Enkidu possa uscire dall’ade. In tal modo i due eroi possono parlare, ma Enkidu non dà al suo amico buone notizie: non è possibile sottrarsi alla morte. Così, mestamente e con pessimismo, finisce l’epopea. Essa è l’epopea di due amici fedeli, dei Dioscuri, che soltanto la morte può dividere, la morte che gli dei hanno dato agli uomini quale ineluttabile destino.

Forma parimente poetica hanno anche altri racconti d’argomento mitologico. Annovereremo i testi di Ea e Atarkhasis, l’importante mito della discesa di Istar all’inferno, dal quale rileviamo quali erano le idee dei Babilonesi sulla vita dell’al di là e sull’inferno, il mito di Nergal e Ereshkigal, e poi quello di Era, quello di Adapa ed alcuni miti che trattano di Nimurta. Esistono ancora miti che trattano in forma poetica di Enki e Ninella, i quali sembrano arieggiare le leggende ebraiche del paradiso e della caduta dell’uomo. Tutte queste scritture hanno nei versi un certo ritmo che si percepisce facilmente, ma del quale non si possono fissare le regole. Inoltre tutte fanno uso di quei mezzi che in Oriente distinguono il linguaggio poetico o artificiale da quello prosastico; le allitterazioni, il parallelismus membrorum, l’accoppiamento di parole, l’inversione e opposizione delle stesse e persino la rima ricorrono spesso nella letteratura dei Babilonesi e Assiri.

Le migliori produzioni di questa, accanto alle epopee e ai poemi, sono gli inni agli dei. Questi sono pure in versi, i quali qualche volta formano strofe di varia grandezza. Non pochi sono altamente poetici e pieni di sentimento religioso. La lingua è il sumero o l’accado, ma la maggior parte delle composizioni risale senza dubbio a originali sumeri. Alcuni inni sono piuttosto lunghi: un famoso inno a Samas, che è forse la più bella opera della lirica religiosa dei Babilonesi, consiste di ben 420 righe. Una categoria speciale nella letteratura occupano i cosiddetti salmi penitenziali, che sono la confessione dei peccati da parte del peccatore contrito e la descrizione dello stato miserevole nel quale egli si trova in conseguenza dell’ira del dio scatenatasi contro di lui. Specialmente le descrizioni della miseria del peccatore dimostrano grande effĭcacia poetica. I salmi penitenziali andavano recitati dal fedele nel tempio davanti la statua del dio ed erano accompagnati dalla confessione dei suoi peccati. I testi delle tavolette che possediamo sono da riguardare come formularî o modelli. Ma la stragrande maggioranza dei testi religiosi è costituita da incantesimi e da oracoli. Gl’incantesimi sogliono consistere di tre parti. Nella prima si dà una sommaria descrizione del demone o del male che tormenta l’uomo, per il quale si ha da recitare lo scongiuro. Nella seconda si dànno indicazioni su ciò che ha da fare lo scongiuratore, sui mezzi che ha da apprestare e nella terza si cita la formula o le parole da recitare. Spesso la descrizione del male è riferita in una specie di dialogo tra Marduk, il quale non sa quale scongiuro adoperare per venire in aiuto dell’uomo ammalato o stregato, e suo padre Ea, il dio degli scongiuri per eccellenza. Gli scongiuri sono in prosa. La lingua è tanto il sumero quanto l’accado. Simile agli scongiuri veri e proprî è una serie di preghiere che i testi chiamano di alzata della mano (shúila). Consistono di una breve introduzione col nome e una lode della divinità invocata, poi viene la preghiera vera e propria del fedele ed infine abbiamo una dossologia. Sono preghiere dette in occasione di qualche disgrazia o di qualche cattivo segno osservato dall’uomo. In origine queste preghiere saranno state compilate senza lo scongiuro. Tra gli scongiuri occupa un posto speciale la serie detta Maqlū “arsione”, dal fatto che gli oggetti che ricorrono in questi incantesimi e che sogliono esser l’immagine o il simbolo della persona contro cui sono diretti vanno gettati nel fuoco e arsi. Sono diretti contro i sortilegi delle incantatrici e degli stregoni e sono scritti, nella redazione a noi pervenuta e che appartiene alla biblioteca di Assurbanipal, in assiro, quantunque risalgano ad originali sumeri. La serie consiste di otto tavole. Simile, per quanto riguarda il contenuto, è la serie Shurpu, significante “arsione”, la quale è costituita di nove tavole. Qualche scongiuro è scritto in versi. La lingua è l’accado, ma in alcuni riscontriamo anche una versione sumera. In questi scongiuri ricorrono lunghe liste di peccati, poiché lo scongiuratore deve sapere quale peccato ha commesso l’ammalato o colpito dall’ira divina, per poter dare efficacia al proprio incantesimo. Una raccolta di scongiuri contro il demone femminile Lamashtu è la serie dei testi e incantesimi pubblicati dal Myhrman. In tutto, questa scrittura contiene circa 400 versi con tredici formule d’incantesimo. Negli scongiuri si descrive il demone e si indicano i mezzi per scongiurarlo efficacemente. Una grande serie d’incantesimi è quella che reca il titolo Utukki limnūti “demoni cattivi”, con più di sedici tavole. Essa è redatta tanto in sumero, quanto in accado. Nei singoli scongiuri si dànno anzitutto descrizioni della attività dei demoni, si descrive il loro esteriore e tutto ciò che fanno, poi è lo scongiuratore stesso che parla richiamandosi spesso ad Ea. Infine parla l’ammalato o stregato e prega il dio di liberarlo dal male e di essergli di nuovo grazioso. Un’altra serie è chiamata Ashakki marṣūti “le febbri”, e consisteva originariamente di almeno dodici tavole. Sono scongiuri contro il demone della febbre. Un’altra serie è diretta contro il demone del mal di capo ed è detta perciò ū. Essa constava in origine di undici tavole. Oltre a queste abbiamo ancora altre tre serie di scongiuri di minore importanza. Le preghiere agli dei erano un genere letterario molto in uso in Babilonia. Ne abbiamo esempî già nelle antiche iscrizioni sumere, ma non mancano preghiere neppure del periodo neoassiro. Generalmente esse sono in versi e pervase da alto sentimento religioso. La più bella preghiera babilonese è certamente quella diretta al dio Sin di Ur: essa è metrica il parallelismus membrorum è osservato rigorosamente ed è divisa in strofe di otto versi. Come la maggior parte dei prodotti di questa forma di letteratura religiosa essa non è una preghiera pura, ma ha parecchi tratti che la fanno rassomigliare ad un inno. I Babilonesi non avevano gli stessi generi letterarî che abbiamo noi e perciò i termini di inno, preghiera, scongiuro o salmo che sogliamo adoperare sono del tutto inadeguati per qualificare le scritture religiose dei Babilonesi.

Alla letteratura religiosa appartengono anche gli oracoli, dei quali ci sono state conservate tanto le domande quanto le risposte. Nella domanda il re si rivolge a qualche dio, a mo’ d’esempio a Istar di Arbela, e gli chiede in maniera molto particolareggiata, per non lasciarsi sfuggire nessuna circostanza, se ha da intraprendere o meno qualche impresa militare, se i nemici riusciranno a penetrare nel suo paese oppure a prendere una città, oppure se ha da nominare un certo funzionario o meno. Gli oracoli che ci sono stati conservati risalgono ai re Assarhaddon e Assurbanipal. I testi consistono di cinque parti: una preghiera d’introduzione, la domanda, alcune preghiere, di solito sette, una ripetizione della domanda, una preghiera finale. Durante le cerimonie che il bārū (divinatore) eseguiva per eruire la volontà degli dei e ciò che accadrà, questo sacerdote recitava alcune preghiere dette ikribu, dirette a Samas e Adad, le quali contenevano un’invocazione dei due dei, un’enumerazione degli oggetti del sacrificio, un invito agli dei di accettarlo benignamente e la preghiera di rispondere veritieramente alla domanda mantica. Queste preghiere erano accompagnate da alcune cerimonie rituali. Ci sono state conservate anche le risposte alle domande, fatte al dio, di ottenere un oracolo. Queste si riferiscono chiaramente ad un dato avvenimento e sono precise o sono molto vaghe. Consistono di solito nell’indicazione della divinità da cui provengono, in quella della persona cui sono dirette e nella risposta. Dei testi rituali, che devono aver formato buona parte della letteratura religiosa, si sono scoperti recentemente importanti frammenti ed anche tavole intiere. Si hanno molte tavole che riguardano il rituale del sacerdote bārū (divinatore), quello dell’āshipu (esorcizzatore) e quello del kalū (cantore). Nel primo rituale si fissano le regole che disciplinano l’entrata del bārū nella corporazione dei sacerdoti e il ritnale da osservare durante gli atti mantici dell’epatoscopia e lecanomanzia con l’olio. Le indicazioni dei rituali sono qu̇alche volta magre. Abbiamo però certi tipi che si diffondono nella descrizione particolareggiata delle singole cerimonie e dànno anche il testo completo degl’inni e delle preghiere da recitare durante le cerimonie. Per quanto concerne il rituale del cantore abbiamo rituali sulle cerimonie della copertura del timpano sacro con la pelle del toro, su quella dell’introduzione di una statua del dio nel tempio e sulla sua consacrazione e sulla riedificazione d’un tempio. Inoltre abbiamo testi lunghi sulla festa dell’anno nuovo a Babele, sulle feste che si celebravano nel tempio Eanna a Uruk e sui sacrifici regolari che vi si facevano ogni giorno. La letteratura ritualistica deve essere stata molto vasta, quasi un grande codice che abbracciava tutta l’attività dei numerosi sacerdoti. I rituali sono in prosa e per la maggior parte sono redatti in accado. Ma anch’essi risalgono senza dubbio ad originali sumeri.

La letteratura augurale, concernente la divinazione, costituisce quasi più della metà dei testi babilonesi e assiri conservati nella biblioteca di Assurbanipal. Da questo si può vedere quanta importanza essa avesse per i popoli della Mesopotamia. I testi mantici sono molto semplici: sono divisi nelle singole predizioni, che consistono in una proposizione principiante con shumma “se”, che indica sommariamente l’evento dall’avverarsi del quale si può dedurre l’avverarsi futuro del fatto che è descritto nella seconda parte. Molti di questi testi sono distribuiti in serie; nella forma esteriore sono assai somiglianti alle leggi. Alcuni testi dell’epatoscopia, che cercava d’indovinare il futuro da certi segni manifestantisi in certe parti del fegato delle pecore, sono scritti negli scompartimenti in cui sono divisi i modelli di argilla dei fegati stessi, che i Babilonesi adoperavano nelle scuole sacerdotali per meglio localizzare i segni più significativi. Alcuni testi mantici sono attribuiti a Sargon di Agade. I più antichi riguardanti la lecanomanzia risalgono al tempo di Hammurabi.

I popoli della Mesopotamia non conoscevano la storiografia nel vero senso della parola. Nei tempi sumeri gli unici scritti storici erano rappresentati dalle iscrizioni monumentali dei re e dei governatori e patesi, i quali preferivano però parlare delle costruzioni dei templi, degli abbellimenti di essi, delle dedicazioni di statue divine, piuttosto che delle guerre e conquiste. Il governatore di Lagash Gudea ci ha lasciato alcune sue iscrizioni molto importanti, scritte probabilmente in prosa ritmica se non in versi, d’uno stile elevato, nelle quali egli descrive a lungo e particolareggiatamente anzitutto i preparativi per la costruzione del tempio Eninnū per Ningirsu, i sogni che ebbe da parte del dio, la loro interpretazione e le grandi feste per l’inaugurazione del tempio. Queste iscrizioni di sapore schiettamente letterario sono scritte in sumero e sono certamente superiori per la venustà della forma alle iscrizioni storiche dei re assiri, le quali però, quantunque secche e spoglie di valore letterario, ci dànno molti dati storici che cercheremmo invano in altri documenti. Altre iscrizioni tanto paleobabilonesi quanto anche più recenti sono però molto più parche e non contengono che il nome del re, di suo padre e del paese sopra il quale regnò. Le iscrizioni ufficiali assire dànno le descrizioni anzitutto delle imprese guerresche dei re, distribuendole di solito in campagne secondo i singoli anni. Qualche volta però una singola tavola o meglio un singolo prisma (poiché gli Assiri amavano far scrivere le relazioni ufficiali delle imprese di guerra su cilindri o prismi sfaccettati) contiene la descrizione di una sola campagna o guerra. Lo stile di queste iscrizioni è, tranne per quanto riguarda le lodi tributate al re, molto sobrio. Non sempre si può fidarsi delle loro indicazioni, poiché anche in Assiria come presso tutti gli altri popoli era forte la tendenza a esagerare le proprie vittorie e a rimpicciolire le proprie sconfitte. Questo si può constatare specie nel caso del numero dei prigionieri: la relazione originaria ne dà un numero inferiore, mentre quelle posteriori ne accrescono sempre il numero. Ma lo scopo delle iscrizioni ufficiali non era quello di tramandare ai posteri una relazione esatta degli avvenimenti, ma soltanto di estollere il potere e la gloria del re. Questo genere letterario manca di qualunque nota personale e specialmente ai tempi dei Sargonidi segue sempre la stessa falsariga. Soltanto nelle iscrizioni di Assurbanipal si può osservare una certa tendenza allo stile letterario: il racconto è interrotto da citazioni, si accenna ai sogni avuti, si adducono le preghiere fatte dal re e gli oracoli ottenuti. Accanto alle iscrizioni belliche abbiamo i fasti, nei quali le narrazioni delle campagne sono fatte soltanto ad maiorem gloriam del re e quindi seguono un criterio di distribuzione piuttosto geografico che storico. Nelle iscrizioni architettoniche i re narrano la loro attività costruttrice di templi e palazzi. Lo schema di tutte queste iscrizioni è di solito tripartito: 1° l’esaltazione del re (preceduta da quella del dio) consistente in un grande numero di titoli onorifici; 2° la narrazione degli avvenimenti guerreschi o delle costruzioni; 3° una maledizione contro colui che osasse distruggere il monumento e l’iscrizione, e qualche volta anche la data.

Si avvicinano alla storiografia altri testi che non hanno carattere ufficiale ma che nullameno sono molto preziosi per lo storico dell’antica Mesopotamia. La cosiddetta storia sincronistica registra, facendo anche menzione dei più importanti avvenimenti bellici, i trattati conclusi tra la Babilonia e l’Assiria da Karaindash di Babele fino a Marduk-balaṭsu-iqbi. Non si tratta di una vera cronaca, ma del preambolo di un trattato di pace, che enumera i trattati simili precedenti. Nelle cronache vere e proprie i compilatori si sono limitati a registrare il nome dei re, la loro genalogia, gli anni di regno, la morte e il luogo di sepoltura, e qualche volta le indicazioni sono anche più scarne. Inoltre abbiamo liste di re e di dinastie, che sono di grande valore per la ricostituzione della cronologia della storia della Mesopotamia. Però questi testi non sono sempre superiori a ogni critica, perché ci dànno liste di re anche anteriori al diluvio. Recentemente si sono scoperte simili liste anche per i tempi più antichi della storia sumera. Del periodo assiro ci sono state conservate liste dei funzionarî eponimi. Queste contengono anche notizie storiche. I documenti giuridici che finora si sono ricuperati dalle rovine delle antiche città della Mesopotamia sono numerosissimi. Essi concernono ogni specie di negozî giuridici e sono tutti redatti secondo certi formularî, i quali variano però da epoca ad epoca e anche da città a città. Essi riguardano tanto gli affari pubblici, come atti amministrativi e trattati internazionali, quanto gli affari dei privati cittadini. Nei numerosi documenti economici si rispecchia fedelmente la vita economica e finanziaria del paese. Nessuno di questi documenti, per quanto preziosi possano essere per colui che studia il diritto o la costituzione economica del paese, può vantare stile letterario. Non possono farlo neppure le leggi, delle quali abbiamo conservate alcune in sumero e parecchie altre in paleobabilonese, neobabilonese e medioassiro. La loro forma è molto semplice: come quasi tutte le leggi degli altri popoli dell’Oriente antico esse consistono in una proposizione condizionale, introdotta da shumma “se”, la quale nella seconda sua parte indica le conseguenze giuridiche dell’atto menzionato nella prima parte.

Le lettere scritte dai Babilonesi e Assiri erano o lettere private o pubbliche spedite al re da qualche suo funzionario o da qualche principe o re straniero. Le lettere seguono un certo schema composto di alcune parole dirette alla lettera stessa – un invito di parlare al destinatario: “a N.N. parla così” – di un saluto e di augurî, della comunicazione e di un commiato. Celebri tra le lettere spedite dal re sono quelle del re Hammurabi, scritte specialmente a Sinidinnam. Vivida luce sulla corrispondenza internazionale tra i potentati dell’Oriente classico gettano le famose lettere di Tell el ‛Amāmah, scambiate tra i faraoni d’Egitto e i re di Babele, Assiria, Mitanni e i piccoli principi della Siria. Molte lettere assire si sono trovate nella biblioteca di Assurbanipal.

La letteratura dei Babilonesi e Assiri deve esser stata ricca anche di testi scientifici, poiché abbiamo ricuperato gran numero di testi filologici, quali sarebbero i diversi sillabarî e vocabolarî, i testi scolastici e grammaticali, i testi paleografici, le liste di parole. Abbiamo inoltre testi astronomici, botanici, di zoologia, geografia, matematica, geometria, medicina, chimica. Ci è stata conservata anche qualche favola. Infine conosciamo alcuni proverbî e qualche testo di carattere etico.

Soltanto un genere letterario i popoli della Mesopotamia non sembrano aver conosciuto: il dramma, quantunque certi rituali di feste e forse di veri misteri religiosi assiri e babilonesi arieggino di molto alla composizione drammatica.

Religione.

La religione dei Babilonesi e degli Assiri non differisce nei suoi tratti fondamentali dalle religioni deġli altri popoli dell’antichità. Essa è una religione politeistica, e tale è sempre rimasta, senza un effettivo e reale avviamento verso il monoteismo, con un numero veramente strabocchevole di dei, dal quale emergono però circa una dozzina o poco più di dei principali con un dio che sta a capo del pantheon. Nel pantheon prevale di molto l’elemento maschile. Le divinità non sono altro che gli oggetti di natura e le manifestazioni delle potenze cosmiche e delle forze naturali divinizzate. Si adorano anzitutto gli astri più grandi e importanti per la vita dell’uomo, come sarebbero il sole, la luna, il pianeta Venere, Mercurio, nonché le più importanti costellazioni. In origine la religione babilonese e assira non dimostra affatto spiccato carattere astrale, anzi vi prevalgono divinità che hanno carattere diverso, ma in progresso di tempo essa subisce una sempre più profonda astralizzazione per motivi che ci sfuggono per ora, ma che probabilmente vanno ricercati nella mania dei sacerdoti babilonesi di far corrispondere, per amore alla sistemizzazione ed esattezza, quasi ad ogni dio una costellazione o una stella in cielo. Questa astralizzazione raggiunse il colmo nell’ultimo periodo della storia della civiltà della Mesopotamia, nel periodo neobabilonese, quando lo spirito greco s’impadronì di questo lato della religione e cercò di dargli assetto scientifico. Questa dottrina, come risultò dall’elaborazione scientifica fatta dai Greci del primitivo astralismo ed astrologismo babilonese, è la famosa astrologia caldea, che fino a poco tempo fa, fino a quando cioè si poterono studiare le fonti originali e i documenti mesopotamici, fu universalmente ritenuta esser stata la religione dei due popoli. Accanto all’adorazione degli astri troviamo quella dell’acqua, del fuoco, della tempesta e della folgore. I babilonesi avevano inoltre una lunga schiera di dei e dee della vegetazione, della terra e della fecondità. Esistevano anche dei dell’inferno. Inoltre essi ipostatizzarono a figure divine concetti astratti come la Giustizia, il Diritto, la Lotta ed altri. Grande importanza avevano gli dei della guerra, le divinità battagliere.

La religione babilonese e assira non presenta chiaramente tutte le caratteristiche dello spirito religioso dei popoli semitici, quantunque essa sia in fondo una religione semitica, perché nel suo stadio più antico essa è religione sumera. Questa, che subì forse fin dall’inizio qualche infiltrazione semitica, fu poi assorbita e adattata al proprio spirito dai Semiti invasori, i quali venendo dalla Siria e dall’Arabia portarono con sé anche i loro dei, che essi cercarono tuttavia di confondere con le figure divine del popolo sottomesso, quantunque di civiltà molto superiore. Non è sempre facile però separare nettamente ciò che è d’origine sumera nella religione babilonese da ciò che è semitico: tanto meno facile, in quanto buona parte della letteratura religiosa è stata scritta in lingua sumera, anche quando questa era ormai morta, avendo ceduto all’impeto conquistatore e alla maggioranza numerica dei Semiti. Così non tutto ciò che ci è stato tramandato in lingua sumera è veramente sumero. Quantunque noi non siamo in grado di separare l’elemento semitico da quello sumero, non dobbiamo dimenticare il fatto che la religione mesopotamica è una religione composita. Essa subì però ancora altri influssi da parte dei popoli che in varî tempi conquistarono il paese. I Cassiti, per es., lasciarono tracce del loro pantheon nella religione.

Quando il paese si divideva politicamente in numerosi stati-città ogni capoluogo aveva un dio locale principale, il quale ne era il supremo protettore ed aveva sotto di sé una lunga schiera di dei secondarî, divinità dei singoli quartieri della città, dei luoghi più importanti di questa, ecc. Il dio locale poteva essere di carattere molto vario. Predominavano però gli dei solari, quelli della guerra e della vegetazione. Con la riduzione della Babilonide a stato unitario, prima di dimensioni più limitate, poi comprendente tutto il paese, gli dei locali di questa o quella delle città che via via ebbero il supremo prestigio politico o spirituale nella Babilonide, acquistarono maggiore importanza per la prevalenza politica della loro città e divennero gli dei supremi dei nuovi stati. Gli dei delle città sottomesse, anche se prima erano stati gli dei supremi, passarono in seconda linea, o se erano di carattere affine si confusero col nuovo dio conquistatore. Il pantheon babilonese cominciò ad organizzarsi in parte anche secondo direttive politiche. La formazione di un grande stato favorì anche la diffusione del culto degli dei più celebri e rinomati e la riduzione del numero dei famosi santuarî del paese e quindi la riduzione dei varî dei di una specie a un dio veramente celebre, quasi per evitare gl’inutili doppioni. In questa elaborazione e in questo assestamento del pantheon, promossi da cause naturali, s’inserì poi anche l’attività speculativa e coordinatrice del pensiero teologico delle scuole dei sacerdoti, sparse in tutto il paese e numerose specialmente attorno ai grandi santuarî, come Nippur e Babele. Si cercò di ridurre il complesso degli dei ad una ben ordinata gerarchia, stabilendo parentele e discendenze che giustificassero le posizioni assunte dalle singole figure divine in conseguenza di avvenimenti politici o di altra natura, completando le famiglie degli dei, cosicché ne risultasse una vasta tribù di divinità, col suo capo, coi suoi ministri, con le singole famiglie contornate dalla lunga schiera dei parenti e servitori. E non si dimenticarono in questo minuzioso ed esatto lavoro di organizzazione neppure i cuochi, i cocchieri e i cani degli dei. Il pantheon babilonese è dunque perfettamente umano. Il cielo riproduce esattamente la terra. Così si spiega che la schiera dei grandi dei è piuttosto limitata e che in essa stessa non troviamo doppioni. I Babilonesi compilarono lunghe liste dei loro dei, tra le quali merita il primo posto quella detta AN= (ilu)Anum, la quale è la più perfetta e completa sistemazione del pantheon.

La maggior parte dei nomi che portano gli dei sono sumeri, essendo che i Babilonesi fondarono tutta la loro scienza teologica sull’antica speculazione sumera circa le figure divine. Gli dei portano di solito molti nomi e titoli che descrivono i varî lati del loro carattere. Il nome divino è quasi sempre preceduto da quel segno ideogrammatico in caratteri cuneiformi che si chiama il determinativo e che nel nostro caso è quello di dio (dingir in sumero e ilu in accado). Il segno ha veramente l’accezione di stella.

In Mesopotamia si prediligevano i gruppi di divinità, che potevano comporsi di due, tre o d’un numero maggiore di figure divine. Tra questi gruppi emergono specialmente le triadi, composte per motivi diversi e di carattere diverso. Esisteva la triade cosmica degli dei Anum, Enlil ed Ea, perché il cielo, la terra e l’oceano che sono i tre elementi cosmici rappresentati dai tre dei, formano l’universo babilonese. Anche altre triadi si basano su fatti cosmici come quella di Sin, Samas e Istar, dei della luna, del sole e del pianeta Venere. I Babilonesi conoscevano inoltre altri raggruppamenti di dei, fatti secondo criterî del tutto esteriori. Questi gruppi non implicano però un’adorazione in comune prestata agli dei che li componevano.

La religione babilonese e assira è rimasta sempre una religione perfettamente politeistica, e non dimostra mai nella sua lunga storia tendenza effettiva al monoteismo. Neppure certe tavolette con iscrizioni in caratteri cuneiformi, nelle quali qualche sacerdote ha voluto caratterizzare brevemente le qualità di alcuni dei come se essi fossero manifestazioni di Marduk, dio supremo del pantheon, dimostrano un avviamento effettivo e reale verso il monoteismo, perché, pur rispecchiando esse idee e concetti monoteistici, la religione effettivamente praticata è rimasta sempre, fino all’ultimo giorno della civiltà mesopotamica, spiccatamente politeistica.

La religione babilonese e assira dimostra, come altre manifestazioni dell’antica civiltà della Mesopotamia, spirito conservatore tanto nella forma quanto nel contenuto. Lo spirito religioso non sembra aver cambiato molto durante i tre millenni e più, lungo i quali possiamo seguire più o meno bene le sue manifestazioni. Cambiano gli dei, scompaiono quelli che prima erano i più adorati, ne sorgono nuovi, diventano preminenti quelli che prima erano dei locali del tutto secondarî, s’importano dall’estero nuove figure divine, ma lo spirito religioso resta quasi lo stesso: i riti non variano molto, le stesse pratiche per indovinare il futuro che si facevano ai tempi di Hammurabi, si mettono in opera nel periodo neoassiro. Quando conosceremo meglio la religione stessa e avremo abbondanti documenti religiosi per tutti i periodi, potremo scorgere un cambiamento, che allo stato attuale delle ricerche non possiamo che supporre o abbozzare soltanto nelle sue linee più generali. Tenendo d’occhio il pantheon possiamo distinguere anzitutto la religione dei Babilonesi da quella degli Assiri e nella prima distinguere un periodo sumero da quello successivo, che è il periodo di Marduk del supremo dio babilonese.

Igigi e Anunnaki. – I sacerdoti divisero tutti gli dei, o almeno quelli più importanti, in due schiere o gruppi, dei quali gli Igigi comprendevano tutti gli dei del cielo e gli Anunnaki quelli della terra.

Gli dei.- Al sommo del pantheon babilonese, molto folto e composto di divinità di carattere molto diverso, sta una triade di divinità, Anum, Enlil ed Ea, nella quale Anum è riguardato come il primo, essendo egli il dio supremo del pantheon babilonese e assiro. Questa triade è una triade cosmica, dividendo i Babilonesi l’eclittica in tre parti, delle quali la prima era assegnata a Anum, la seconda a Enlil e la terza a Ea. Anum è veramente il cielo personificato, e appare alla testa del pantheon già nei testi più antichi. Egli è detto il re degli dei ed è il loro padre, abū ilāni. Abita nel Cielo di Anu e siede sul trono con davanti a sé le insegne del comando supremo, la corona e lo scettro. È il tipo del potere supremo e ha la suprema autorità, che egli può concedere agli uomini. In Assiria il primo posto tra gli dei gli era conteso da Assur. Il suo nome, che è di origine sumera, si scrive ideograficamente con l’immagine della stella e anche senza determinativo della divinità. Il suo simbolo è il trono e la tiara. Fu adorato principalmente ad Uruk, dove aveva il tempio Eanna, a Dēr e Dilbat. Sua moglie era Antum, figura divina creata dalla speculazione teologica dei sacerdoti. Per sua figlia passava Istar.

Enlil. – Come Anum è il dio del cielo, Enlil è il dio della terra, quantunque in origine non sembri ch’egli abbia avuto questo carattere. Il nome Enlil è sumero e significa forse “signore del vento” o “degli spiriti”. Egli è d’origine sumera ed ebbe il suo più grande santuario a Nippur, centro della vita religiosa babilonese per parecchi secoli durante il predominio sumero. I Semiti che invasero e conquistarono il paese avevano pure un dio della terra, che presentava parecchi tratti simili a quelli dell’antico celebre dio sumero. Perciò lo identificarono con Enlil, cosicché Enlil e Bēl divennero sinonimi. Bēl è un nome semitico (ebr.: Baai) e significa Signore. Questo dio è riguardato quale re e signore del paese, è detto il padre degli dei, re degli uomini che egli poi affida al re. Egli è il signore degli Igigi e il re di tutti gli Anunnaki, dà il regno ai re che egli ama, è il signore che fissa i destini degli uomini e del mondo. Egli è “il monte grande”. Lo si estolle chiamandolo pieno di forza, uragano distruttore, debellatore del paese nemico, grande guerriero, splendido signore di Nippur. Sua moglie è Ninlil. Il suo simbolo è il trono con la tiara.

Ea. – Il nome di questo dio, che è d’origine sumera, è scritto anche Zuab, ciò che significa “acqua di sapienza” ed è letto apsū, col significato di “oceano”. Ea, che in sumero ha l’accezione di “casa dell’acqua”, era appunto il dio dell’acqua, anzitutto dell’oceano che circonda tutta la terra e sul quale la stessa galleggia. Ma egli era anche il dio dell’acqua dei fiumi e dei canali, e dell’acqua in genere. È probabile che il suo nome non si pronunciasse Ea, ma Ae. Egli è profondo nella sua saggezza come l’oceano ed è quindi riguardato come il dio della saggezza e il protettore degli artieri e degli artisti, specialmente dei musicisti. Ea è un dio creatore. Essendo l’acqua l’elemento catartico per eccellenza egli è il dio degli scongiuri ed incantesimi, colui che è in grado di scacciare i demoni. Perciò è il grande esorcizzatore, il grande mago tra gli dei, colui dal quale la lunga schiera dei sacerdoti esorcizzatori babilonesi, āshipu, ha ricevuto la profonda scienza catartica. L’acqua di Ea, che si conservava nei templi in vasche apposite, dette apsū “oceano”, era acqua santa e benedetta. La sua dimora è nei profondi recessi dell’oceano, dai quali nei tempi primordiali mandò, in forma di uomo-pesce, Oannes per insegnare agli uomini gli elementi della civiltà, delle arti e del sapere. Il centro del suo culto era nella città di Eridu nella Babilonia meridionale sulla sponda delle lagune, allora comunicanti direttamente col mare. I suoi simboli sono il trono e la tiara, il suo animale sacro è il montone a coda di pesce. È rappresentato con un’anfora in mano, da cui sgorgano correnti d’acqua.

Sin. – È il dio della luna, antico dio sumero, che si è fuso con la corrispondente divinità semitica. Il suo nome è scritto Enzu e significa in sumero “signore della sapienza”. Egli troneggia nel cielo, porta la corona e perciò è detto “signore della corona”; è il frutto che cresce da sé, l’occhio vigile che rischiara il paese. È il dio padre per eccellenza, il dio buono, il dio creatore. Inoltre è un dio dell’agricoltura che fa prosperare il bestiame, un dio della vegetazione che fa crescere le piante. Egli è un amico e protettore, perdona e soccorre, ricompensa e risparmia, salva, favorisce, è un buon pastore ed esaudisce le preghiere. Fu adorato nella Babilonide a Ur e in Assiria a Harrān. Il suo simbolo è lo spicchio lunare. Egli è rappresentato quale vecchio con una barba fluente, seduto in trono. Sua moglie è Ningal “la grande signora”, e sua figlia è Istar. Samas è suo figlio. Assieme a Samas e Istar egli forma una triade del pantheon babilonese.

Marduk. – Il dio tribale di quei Semiti che riuscirono per i primi a fondare un regno semitico nella Babilonia, del quale la capitale fu Babele, sembra esser stato Marduk, dio forse solare, al quale i teologi diedero il nome sumero di Marduk, che significa “torello del sole”. Egli è il dio più importante del pantheon babilonese e succedette in questa posizione dominante al dio Enlil di Nippur. In tale posizione egli rimase fino al crollo della civiltà di Babilonia. I sacerdoti l’adornarono con le migliori e più onorifiche qualità che possano esser attribuite a un dio. Egli è riguardato come figlio primogenito di Ea, e perciò è detto il creatore della sapienza, dalle orecchie vaste e dall’occhio chiaro, il dio artefice, colui che possiede tutta la sapienza. Egli debella il caos primitivo (Tiāmat) e ne forma il mondo. È il protettore e il promotore della civiltà, un formidabile eroe che abbatte i nemici, un buon consigliere; è assieme a suo padre Ea il dio degli scongiuri, e perciò purifica e vivifica. Egli è il primo dio, il dio più alto, il giudice delle regioni, signore dell’abbondanza e della ricchezza, è tra gli uomini come padre e madre. Egli è il patrono di Babele, dove era adorato nel magnifico tempio di Esagil, e precisamente nel santissimo che portava il nome di Ē-ku-a (“stanza di gioia”). Essendo il primo dio babilonese è detto Bēl, signore, per eccellenza. Sua moglie è Sarpanitu. Il suo emblema è la lancia.

Samas. – Il dio del sole portava il nome semitico di Samas (Šamaš), sole. La luce solare è luce di giustizia che rischiara la tenebra. Samas è quindi anche il dio della giustizia e della dirittura il dio giudice per eccellenza, il supremo legislatore, colui che dà le leggi ai re, affinché le promulghino agli uomini. Egli conosce il cuore e i pensieri degli uomini, castiga i cattivi e premia i buoni. Egli dà ai principi lo scettro splendente. Sua moglie è Aya, suoi figli sono Kettu (diritto) e Mēsharu (giustizia), il suo cocchiere si chiama Bunene. Il suo simbolo è il disco solare. Egli è rappresentato in varie fogge: di solito raggi solari spuntano dalle sue spalle. È rappresentato in atto d’entrare nella porta del mondo, tenendo in mano la sega. Insieme con Adad egli è il dio degli oracoli e delle predizioni, al quale devono rivolgersi i sacerdoti quando esercitano la mantica. Fu adorato specialmente a Sippar e Larsa.

Nabū. – Il nome di questo dio, che significa “araldo”, designa il suo carattere. Egli è il segretario e scrivano degli dei, colui che prende nota di ciò che essi deliberano nelle loro assemblee, specialmente per quanto ha attinenza al destino degli uomini e del mondo. Egli è detto dagli occhi aperti, potente, sublime, figlio di Ea, protettore delle arti, onnisciente, misericordioso, decisore, che concede il sapere e lo scongiuro, consigliere degli uomini e degli dei, patrono dei sacerdoti, colui che tiene lo stilo lucente e sublime. È il dio protettore degli scribi. Ma protegge anche l’agricoltura e regola il corso dei fiumi, fa germinare l’erba e il grano, conserva la vita del neonato. Il suo simbolo è lo stilo insieme con una catasta di tavolette di argilla. Il suo tempio principale era a Barsippa, dall’altra parte del fiume, dirimpetto a Babele. In un certo periodo egli fu molto adorato in Assiria. Nell’Antico Testamento è chiamato Nebō.

Adad. – Il dio della pioggia e tempesta, del fulmine e dell’acquazzone è Adad, scritto spesso con l’ideogramma Martu, che lo designa quale dio del vento che spira dall’occidente. Egli è detto figlio di Anu. È il signore sublime che fa cadere la pioggia: il suo dono è il grano, egli dà il vino e il vitto per il popolo, essendo la causa dell’inondazione che porta il limo grasso nella pianura. Egli è il giovane toro vigoroso, che nel fulmine proclama il suo nome e la cui voce è il tuono Perciò è detto anche il tonante. Ma egli può essere anche un dio distruttore che con l’impeto dell’acquazzone devasta il paese dei nemici. I re guerrieri d’Assiria gli tributavano perciò grandi onori. Assieme a Samas egli presiede alla visione del futuro, è dunque il dio della scienza mantica, e concede gli oracoli. Ebbe templi a Gabrum, Babele, Ekallāte e Kalkhu. Il suo simbolo è la folgore.

Nimurta. – Nimurta, scritto Ninib, è il dio babilonese della guerra. È l’eroe per eccellenza, dotato di forze magnifiche, irrompe impetuosamente nella battaglia. Fu bambino prodigioso, poiché non sedette presso la nutrice e non bevve il latte della balia. Quando la sua ombra terribile si stende sopra il paese ed egli raccoglie e indossa le sue molte armi, la terra trema di spavento. È detto figlio di Enlil. In origine fu probabilmente un dio solare. Il suo simbolo è un bastone con due teste di leone e una palla in mezzo. In cielo egli è rappresentato dal pianeta Saturno. I re lo invocavano oltre che per la guerra per i divertimenti sportivi, come la caccia.

Nusku. – I Babilonesi avevano un dio speciale per il fuoco, che chiamavano Gibil o Nusku. Egli è il messaggero del dio Enlil. È un dio giudice, senza il quale Samas non può rendere i suoi giudizî. Suo padre è Sin, sua moglie Sadarnunna. È l’intermediario tra gli dei e gli uomini; senza di lui i grandi dei non odorano l’incenso e non si prepara il banchetto nel tempio. È il portatore dello scettro splendente, il dio sapiente. Essendo il fuoco un elemento purificatore, Nusku espelle le malattie. Fu adorato in Assiria a Harrān, in Babilonia a Babele e Nippur. Lo si ritiene figlio di Anu o Enlil o Ea. Il suo simbolo è la lampada.

Nergal. – Il dio malefico per eccellenza, l’unico dio veramente malefico, si può dire, in tutto il pantheon babilonese e assiro, è Neirgal, il dio della morte e dell’inferno, della malattia e della peste. Egli gira come un leone che cerca la preda, è il signore del giudizio, davanti al quale i molti demoni malefici, suoi servi, gettano la peste nei luoghi nascosti. Marcia all’assalto contornato da quattordici demoni, i quali sono anche i custodi delle quattordici porte dell’inferno. In origine egli dev’essere stato un dio solare, divinità del sole rovente, che con i suoi raggi micidiali porta la morte e la distruzione agli uomini e alla vegetazione. Quale signore dell’inferno egli giudica le anime dei trapassati che varcano la soglia oscura del suo terribile regno. In questo egli ha per moglie Allatu o Ereshkigal. Il suo messaggero è Namtaru, il demone della peste. È rappresentato con la barba e con l’arma nella sinistra. La città santa di Nergal era Kutū.

Istar. – Il pantheon babilonese e assiro non è privo di figure femminili, quasi tutte dee della vegetazione e della fecondità. Tutte però, tanto Bau quanto Ninna, tanto Eshkharra quanto Ninlil, furono più o meno assorbite e superate in rinomanza e splendore da Istar (Ištar), la più grande dea dei popoli della valle dell’Eufrate e del Tigri. In questa figura si fusero intimamente due divinità: una d’origine sumera, la dea della fecondità e dell’amore, e una semitica con pronunciati tratti di dea guerriera, di eroina della battaglia e della lotta, armata di tutto punto e soccorritrice degli eroi e dei re in guerra. La teologia la dice figlia di Sin o di Anu o di Enlil o di Nimurta. Oltre che essere la dea dell’amore sessuale e della guerra, essa rappresenta la maternità e la fertilità. I Babilonesi la descrivono come un fuoco avvampante e ardente, che come folgore piove saettante sul paese nemico. Le sue mani sopportano il cielo, il suo passo distrugge la terra. È la primogenita del cielo e della terra, fissa i fati e spezza l’arco nelle mani dei nemici del re. La si adorava ad Uruk dove era detta Urkītu, “quella di Uruk”, a Babele, ad Agdde, nel paese dei Suti, ad Arbela, Assur e Ninive. Il suo emblema è il disco stellare. È rappresentata come guerriera armata dell’arco con a tracolla il turcasso e nella sinistra le frecce. Dai Sumeri era chiamata Nanna, Inninna, Ninni. Era molto adorata dagli Assiri. Il suo pianeta era Venere.

Dagan. – Un antico dio babilonese, che fu adorato però anche in Assiria ed ebbe un celebre tempio a Tirqa sull’Eufrate nel paese di Mari, fu Dagan, dio della terra, identificato con Enlil. In origine fu forse un dio della tempesta.

Tamūz. – Il prototipo babilonese del dio Tammūz arameo e delle schiatte semitiche della Siria, fu Tamūz, che in sumero è detto Dumuzi abzu “verace figlio dell’oceano”. E un dio della vegetazione, che in primavera rinasce a vita novella e in autunno muore e discende nell’ade, dove va a cercarlo sua madre (o moglie o sorella o amante) affranta dal dolore per la dipartita del suo diletto. È detto il procreatore delle piante, il sapiente, che davvero è vivo. Lo si riguarda come figlio di Ea o di Samas, e come marito o amante di Istar di Uruk. Fu adorato a Uruk, a Eridu, Akkad e Babele. Il suo simbolo è forse una pianticella.

Assur. – Il dio principale del pantheon assiro, la divinità più assira, poichè rappresenta perfettamente lo spirito della razza, è Assur (Aššur), il guerriero, designato dall’ideogramma con cui si scrive il suo nome quale dio buono e propizio. Anche questo dio fu in origine probabilmente solare, ma certamente fu il dio tribale degli Assiri. I sacerdoti dicevano che procreò sé stesso e che fu il padre degli dei. Egli è il re del cielo e della terra, il procreatore degl’Igigi e degli Anunnaki, colui che fece tutti gli uomini. In suo nome i re assiri fanno la guerra, è lui che conduce gli eserciti alla battaglia e alla vittoria. I re tengono in mano la sua arma e gli dedicano le parti migliori del bottino. Il suo culto rappresenta una concentrazione intensa del sentimento religioso nell’idea nazionale. Il simbolo di Assur è un disco solare, da cui escono fasci di raggi e due mani, delle quali una tiene un arco. Sua moglie è Ninlil, detta anche Bēlit o Ashshurītu. Il suo simbolo era portato in guerra dai re assiri e veniva eretto quale segno dell’avvenuta conquista nelle città e nei paesi annessi all’impero assiro.

I demoni. I Babilonesi e Assiri conoscevano accanto agli dei ancora una classe di esseri, di natura semidivina, i demoni, che continuamente stanno all’erta per far del male agli uomini. La demonologia in Mesopotamia era molto sviluppata e dà carattere tutto speciale alla religione babilonese e assira. Quasi tutti i demoni sono spiriti malefici, pochi sono i buoni. Le personalità delle singole classi di essi furono scrupolosamente distinte e le loro attribuzioni determinate con precisione. Si distinguono cinque classi di demoni, che portano il nome comune di utukku. In ogni classe poi si distinguono sette demoni. Essi sono riguardati come figli di Anu o di Ea o di Enlil o di Ereshkigal. Il loro padrone è Nergal. Abitano nelle rovine, nei cimiteri, sui monti, nel deserto e in luoghi solitarî. Vi sono anche gli spiriti dei defunti, molto pericolosi per i superstiti. Essi sono incorporei, arrecano agli uomini le malattie, vanno di paese in paese, strappano la serva alla sua camera, l’uomo dalla casa dei suoi parenti, il figlio dalla casa paterna, colpiscono il toro e l’agnello. Gli spiriti delle malattie si dividono in tre gruppi. Namtaru è il demone della febbre maligna, che fa ardere il paese come il fuoco. Uno tra i più temuti demoni, specialmente dai bambini e dalle gestanti, era Lamashtu, sorella dei sette demoni delle strade, che urla come un leone ed è la causa del mal di capo. Ardat lilī non ha avuto rapporti sessuali come una donna, non è mai stata madre, è vergine, ma suscita la lussuria degli uomini senza soddisfarla. Il demone Gallū non ha né vista, né udito, né bocca, non può esser visto neppure al sole, di nottetempo svolazza come un uccello, rapisce il sonno, sta accovacciato sopra l’uomo e lo abbatte con una rete. Vivendo continuamente in grande terrore per i possibili attacchi dei demoni, i Babilonesi e Assiri hanno elaborato una ricca catartica, atta ad espellere i demoni che abbiano preso possesso dell’uomo e a preservarlo dai loro attacchi.

Gli eroi. – I grandi eroi formano il punto di passaggio dalla natura divina a quella umana. Gilgamesh era per due terzi dio e per un terzo uomo. L’eroe Utnapishtim, il Noè babilonese, ottenne dagli dei l’immortalità, la partecipazione dunque a una qualità peculiare agli dei. Anche alcuni re della Sumeria e dell’antica Babilonia godettero adorazione divina e furono ritenuti dei.

I miti. – Mentre gli altri popoli semitici dimostrano una certa povertà nell’invenzione mitologica, nel favoleggiare attorno alla vita e alle avventure degli dei, i Babilonesi e Assiri hanno grande numero di miti e saghe riferentisi a tutte le figure principali del loro pantheon. Questo è forse dovuto al fatto che i creatori dei miti furono veramente i Sumeri: infatti quasi per tutti i miti si sono trovati gli originali sumeri, che i Babilonesi delle posteriori età modificarono soltanto o amalgamarono.

Uno tra i miti più importanti è quello di Marduk, che tratta altresì dell’ordinamento e della costruzione dell’universo e che dalle prime sue parole è detto Enuma elish (v. sopra: al § Letteratura). Un altro mito narra che quando il palazzo puro degli dei non era ancora costruito, quando non esisteva ancora nessuna città e, tutta la terra era mare e tutto era sommerso sotto il mare, fu costruita per la prima la città di Eridu e poi Babele. Marduk fece allora gli Anunnaki, poi con la polvere costruì una diga nell’acqua e formò gli uomini per far gioire gli dei. Poi egli formò gli animali del campo, il Tigri e l’Eufrate, gli alberi e le piante, gli animali, i giardini e le foreste, le canne, i mattoni, le fondamenta, le case, le città, Nippur ed Uruk e i loro templi. Un terzo mito dice che furono gli dei a creare il cielo e la terra, gli animali e gli uomini. Secondo gli Assiri, Assur formò il cielo d’Anu e l’inferno e tutti gli uomini.

Il mito di Adapa narra che Ea formò un uomo molto saggio e buono nella città santa di Eridu: Adapa, sacerdote, che nel tempio prepara la tavola, cuoce il pane, mesce le bibite e va alla pesca. Un giorno, mentre egli pesca nella sua barca, un colpo di vento dal meridione, più forte degli altri, lo fa naufragare. Stizzito per la sventura egli afferra il vento meridionale e gli spezza le ali. Anu s’accorge in cielo che il vento non spira più e domanda spiegazioni. Il suo messaggero lo informa dell’incidente. Ea manda allora suo figlio Adapa in cielo davanti ad Anu per giustificarsi e lo avverte che alla porta d’Anu egli troverà due dei, i quali diranno per lui una buona parola. Egli lo ammonisce inoltre di non mangiare o bere ciò che gli venisse offerto all’entrata del cielo. Adapa si reca da Anu, gli spiega come ruppe le ali del vento e riesce a farsi perdonare. Anu gli offre il cibo e l’acqua di vita, ma Adapa, attenendosi alle parole di Ea, li respinge e non mangia né beve. Perciò egli non divenne immortale.

La discesa d’Istar agl’inferi è un mito che si riferisce alla morte della natura in autunno ed è connesso col mito di Tamūz. Il portiere dell’inferno non lascia entrare la dea che dopo averne avuto permesso da Ereshkigal, regina dell’arallū. Ma prima d’entrare Istar deve passare attraverso sette porte, varcando ciascuna delle quali essa deve spogliarsi di qualcuno dei suoi indumenti, finché riesce a penetrare tutta nuda nell’inferno e si trova in cospetto di Ereshkigal. Questa fa sguinzagliare contro la dea le sessanta malattie, cosicché sulla terra il toro non copre più la vacca e l’amore cessa tra gli uomini. Samas ne è allarmato e racconta il suo dolore a Sin ed Ea. Quest’ultimo impressionato crea un essere dal nome Aṣushunammir e lo incarica di recarsi nell’inferno per scongiurare Ereshkigal a liberare Istar. La dea dell’inferno incanta il messaggero di Ea, ma ordina a Namtaru di aspergere la dea dell’amore con l’acqua di vita e di ricondurla fuori dall’inferno. E questo il messaggero fa, e restituisce ad Istar tutti i suoi indumenti. Alla discesa nell’inferno corrisponde l’esaltazione di Istar al cielo di Anu. I grandi dei invitano Anu a conferire alla dea il governo del cielo. Anu accondiscende al desiderio degli dei e la rende la più splendente tra le stelle sotto la protezione di Samas e Sin, affinché i popoli l’ammirino. Egli le fissa un grande destino, la arma dello scettro regale e in un supremo slancio d’amore dichiara di regalarle tutto ciò che possiede. Abbiamo anche una leggenda sumera, che tratta della glorificazione ed esaltazione di Istar da parte di Enki ad Eridu.

Un giorno Enlil vide, sulle sponde d’un canale a Nippur, Ninlil, della quale s’invaghì e che fece sua. In conseguenza di ciò piovve.

Nel mito di Enlil e il Labbu si narra che gli uomini si lamentavano per le devastazioni che il Labbu compiva sulla terra. Enlil ne disegna la terribile immagine nel cielo, cosicchè gli dei ne sono spaventati e invitano Sin ad annientarlo. Il dio della luna fa salire le nubi, eccita una procella e uccide il mostro. Il suo sangue scorse per tre anni, tre mesi, un giorno e dieci ore doppie.

Era è accompagnato nelle sue stragi da sette demoni, che lo seguono dappertutto. In un colloquio tra il dio e Ishum, uno tra i demoni, quest’ultimo gli ricorda le stragi fatte e lo eccita a farne ancora di più. Il mito di Era e Ishum è d’interpretazione piuttosto incerta.

Il mito d’Etana tratta nella sua parte fondamentale del volo di questo eroe sul dorso di un’aquila al cielo di Anu, Enlil ed Ea e della sua morte in conseguenza della caduta.

Gli dei invitarono un giorno anche la loro sorella Ereshkigal a prendere parte ad un banchetto. Non potendo intervenire di persona essa manda il suo messaggero a prendere le focacce a lei destinate. Quando Namtaru si presenta, gli dei gli rendono onore: soltanto Nergal non si alza in piedi. Infuriata per l’affronto patito la dea ingiunge al suo messaggero di portarle nell’ade il dio. Nergal discende nell’ade, sopraffà i quattordici guardiani delle quattordici porte, penetra nel palazzo della dea, la tira già dal trono e si placa soltanto quando essa tra pianti e urli gli propone di diventare sua moglie. Nergal la prende, la bacia e diventa il re dell’inferno. Questo è il mito di Nergal e Ereshkigal (o Allatu).

L’eroe nazionale dei Babilonesi fu Gilgamesh, attorno al quale il mito s’abbarbicò fortemente e produsse forse la più bella opera letteraria dei Babilonesi e Assiri: l’epopea di Gilgamesh (v. sopra, Letteratura). Nella XI tavola è narrato il mito del diluvio, di cui è protagonista e narratore Utnapishtim, il Noè babilonese. Gli dei decisero di distruggere l’umanità. Ea avvertì Utnapishtim, il quale abitava a Shuruppak, del pericolo imminente e gl’ingiunse di costruire una grande nave, nella quale far entrare tutti gli animali, oro, argento, tutti i suoi parenti, e viveri per lungo tempo. Utnapishtim eseguisce il comando del dio e s’imbarca con tutti i suoi. Allora comincia a piovere dirottamente con accompagnamento di lampi e tuoni, sì che anche gli dei ne sono spaventati. Istar compiange la morte di tutti gli uomini e fa rimproveri agli dei. Dopo sette giorni l’uragano si placa e Utnapishtim può, dopo aver lasciato passare sette giorni da quando la nave ha toccato terra sul monte Nisir, far uscire prima una colomba, poi una rondinella e infine un corvo. Allora egli esce dalla nave, fa un grande sacrificio agli dei che si raccolgono intorno all’odore come mosche, e dopo che essi sono riusciti a placare il furore di Enlil, Utnapishtim riceve la benedizione di questo dio, il quale conferisce a lui e a sua moglie l’immortalità e li fa abitare allo sbocco dei fiumi. Del mito del diluvio abbiamo ancora alcune altre versioni che divergono da quella di Utnapishtim.

I morti. – I morti continuano nell’inferno la loro vita, ma si trovano in istato di semicoscienza e perciò sono privi di quantunque piacere. L’inferno, detto arallū, è una vasta caverna nella profondità della terra, buia e umida, piena di putridume, una prigione, dove i morti stanno rinchiusi, una città con strade e case. Soltanto qualche volta e per breve tempo possono uscirne e far ritorno sulla terra per spaventare gli uomini e far loro del male. L’inferno è detto anche semplicemente terra e palazzo dei morti. Vi regna regina Ereshkigal (Allatu) insieme con suo marito Nergal. La città dei morti è circonda na da sette mura, munite di sette porte doppie. L’opposto dell’inferno è l’isola dei beati, situata alla confluenza dei due fiumi, alla quale vengono trasferiti coloro che hanno ottenuto dagli dei la grazia e l’immortalità. L’anima del trapassato attraversa il sepolcro e guidata ed assistita dal suo dio protettore compare per il giudizio davanti ai grandi dei. I buoni e virtuosi vengono abbeverati con acqua pura, mentre i reprobi mangiano polvere e bevono acqua sporca. I Babilonesi usavano inumare i cadaveri. Le tombe consistevano spesso in semplici vasi o in casse lunghe di argilla. Nelle tombe si deponevano i gioielli, i vezzi, il sigillo, gli utensili della professione del defunto. Inoltre si metteva a disposizione del morto birra e qualche cibo. Dopo avvenuta la morte i parenti tenevano un banchetto funebre. Si praticava anche il culto degli antenati. I sacrifici e le offerte per il riposo dello spirito del defunto erano cospicui. Le oblazioni consistevano in farina, birra, olio, datteri, vino e pesce. Inoltre si libava acqua.

I Babilonesi e Assiri non hanno mai professato il puro fatalismo, ma la loro concezione della vita era certamente più fatalistica di quella di altri popoli dell’antichità. I destinatori del fato sono gli dei e specialmente Marduk, il quale ogni anno durante la festa di capo d’anno decretava in Esagila a Babele nell’assemblea degli dei il destino di tutti per tutto l’anno. Nessuno può sfuggire al destino fissatogli dal dio; soltanto con preghiere e con sacrifizî egli può cercare d’indurre il dio a cambiargli il fato. Il destino per eccellenza è la morte. Per destino (shīmtu) s’intendeva anche la natura delle cose, quelle qualità che le cose hanno per propria essenza. Gli dei destinano il fato mediante la loro parola, con quella stessa parola potente con la quale sono in grado di creare le cose. Il concetto di destino è perciò affine a quello di creazione. Un sinonimo del termine destino è la parola uurtu che ha il significato di determinazione. Il destino dell’universo e dei singoli individui non è fissato fin da principio ma si rappresenta come in continuo processo di svolgimento sotto la sorveglianza personale degli dei.

Il peccato. – Per peccato (khiṭṭu) s’intendeva qualsiasi trasgressione ai precetti fissati dagli dei o dalla morale o dal re. V’erano tante specie di peccati, quanti erano i precetti. Non si ha riguardo alcuno alla coscienza di colui che pecca; perciò si può commettere un peccato inconsciamente. Il peccato è una grave offesa agli dei: questi ne sono quindi irritati e mandano ogni sorta di castighi agli uomini. Essi permettono allora agli spiriti cattivi di assaltare l’uomo e di tribolarlo con gravi malattie. Le disgrazie, le sventure e le malattie sono i segni dell’ira divina suscitata dal contegno peccamioso dell’uomo. Il peccatore deve allora cercare di placare l’ira divina, rivolgersi anzitutto al suo dio personale, col quale ha maggiore dimestichezza, cercar di sapere per quale trasgressione è stato punito, quale dio e per qual motivo è contro di lui adirato, e cercar di rabbonire il cuore del dio con contrizione, che si esterna nel pianto e in atti di umiliazione davanti al dio stesso, liberandosi nel medesimo tempo mediante pratiche catartiche dalla polluzione dei demoni. Così soltanto il peccatore può sperare di vedere di nuovo rivolta verso di lui la faccia splendente del dio.

I riti. – Il servizio religioso, le cerimonie, i riti, erano molto numerosi e complicati. Essi avevano luogo nei templi, di solito alla presenza dei devoti e consistevano in lunghe litanie, il fondo delle quali era costituito da canti a base di lamentele e invocazioni del dio. I sacerdoti e i fedeli davano espressione al loro dolore per l’invasione del paese da parte del nemico e la polluzione e sconsacrazione dei templi da parte di esso, o per le disgrazie e malattie mandate da qualche divinità in castigo dei peccati commessi dal popolo. Questi canti erano accompagnati dal suono degli strumenti sacri, tra i quali occupavano un posto preminente gli strumenti a percussione, come i tamburi e i timpani. Non mancavano però neanche le arpe, i flauti ed altri strumenti. Le cerimonie religiose avevano di solito un carattere alquanto tetro e patetico. Senza ammissione del pubblico si compivano i riti per la consacrazione delle statue, la quale avveniva tanto nella sagrestia (bīt mummu) quanto sulla sponda dei fiumi e dei canali. Importante era specialmente il rito della copertura del timpano sacro con la pelle del toro sacro sgozzato appositamente e sacrificato a questo scopo. I riti erano descritti in una vasta letteratura ritualistica, che risale a tempi molto antichi.

Gli scongiuri. – Gli scongiuri occupano un posto importante e preponderante nella religione della Mesopotamia. Mediante lo scongiuro si cerca di liberare una persona o una cosa dall’azione di qualche demone, di purificarla dalla polluzione demoniaca. Siccome le malattie sono causate per la maggior parte dai demoni, l’arte dello scongiuro è affine a quella della medicina. Lo scongiuro babilonese e assiro consiste in parole, da recitare da parte del sacerdote scongiuratore, e in alcuni atti da compiere. Quale introduzione troviamo quasi sempre una sommaria descrizione del demone e del male da lui causato. Il dio degli scongiuri era Ea, il dio dell’acqua santa, che era l’elemento principale della catartica della Mesopotamia, assistito da suo figlio Marduk. I mezzi che si adoperavano erano appropriati ad ogni singolo caso. Spesso si ricorreva a fili e nodi per legare i demoni. Uno scongiuro preventivo erano gli amuleti che si portavano attorno al collo o alla vita o si appendevano alle porte e alle pareti delle case. Negli scongiuri si faceva anche uso di statuine di dei o demoni. Oltre all’acqua, elemento importante per gli scongiuri era anche il fuoco, rappresentato dalla fiaccola. Con la fiaccola si poteva purificare qualsiasi oggetto e perciò essa era molto usata anche nelle cerimonie religiose e nei sacrifizî.

La magia. – Affine allo scongiuro è la magia. Con questa si cerca di agire sopra una persona a scopo di male. La magia babilonese-assira si basa sul principio della simpatia. Per consumare il corpo di una persona o farla annegare o perire si consuma una sua imagine, fatta di cera o argilla, o la si getta nell’acqua o la si brucia nelle fiamme. Nella magia si faceva uso molto volentieri di quest’ultimo mezzo, che era detto perciò maqlū e shurpu (“arsione”). La letteratura magica non ci ha conservato le ricette dei fattucchieri, ma dai procedimenti che si adoperavano per controbattere le fattucchierie, possiamo arguire quali fossero i mezzi messi in opera dagli stregoni e dalle fattucchiere. Le stregonerie si facevano solitamente di notte. I mali che si attribuiscono alla magia sono fisici o morali: tremano le ginocchia, si perde la respirazione, si è tirati per i capelli. Le fattucchiere sono dotate del malocchio. Lo stregato irradia impurità e va perciò evitato: parlando con lui, mangiando il suo pane, bevendo la sua acqua, si rimane stregati. Ogni atto magico deve aver luogo in giorno e luogo propizî e favorevoli. Contro le stregonerie si può difendersi efficacemente mediante la imprecazione e la maledizione. Il dio della magia è Ea, ma anche suo figlio Marduk, inoltre Gibil, quale dio del fuoco distruttore. Per indurre gli dei ad aiutare gli uomini si lodano gli dei stessi mediante inni e si offrono loro sacrifizî.

La mantica. – Presso nessun altro popolo l’arte della divinazione o della mantica era sviluppata come presso gli abitanti della Valle dei due fiumi. La maggior parte dei testi religiosi che finora si conoscono sono testi mantici. Come sorgesse l’arte mantica presso i Babilonesi e Assiri, su quali principî essi la fondassero non sappiamo, è certo però che dalla Babilonia essa si propagò non soltanto in tutta l’Asia anteriore, ma anche nell’Impero romano e nella civiltà mediterranea. Si prediceva il futuro anzitutto dalle interiora degli animali sacrificati e specialmente dal fegato. Questo modo di predire era insieme con la lecanomanzia, cioè la predizione dalla forma delle gocce d’olio che si versano in un vaso d’acqua, il metodo ufficiale, perché era eseguito da un sacerdote che si dedicava esclusivamente alla mantica, il bārū. Ma si cercava di indovinare il futuro anche con altri mezzi. S’interrogavano il corso degli astri, le loro combinazioni ed opposizioni, i fenomeni meteorici, come le piogge, i venti, gli arcobaleni, i fulmini, le nubi. L’astrologia era rivestita di carattere ufficiale, poiché v’erano anche gli astrologi di corte e di stato. Per i Babilonesi era ominoso anche il comportamento degli animali: i cani abbaianti erano un cattivo segno. Si poteva predire il futuro dall’incontro e dal comportamento dei falchi, delle civette, delle aquile, delle colombe, dei cavalli e si può dire di quasi ogni animale, fino alle libellule e alle tignole. Persino dallo scricchiolio dei mobili e dalle azioni e dagli atti involontarî degli uomini si poteva trarre un indizio di ciò che sarebbe avvenuto. Dai movimenti delle parti del carro, dal comportamento dei cavalli d’un cocchio, dal fatto che il re cade durante la corsa, che il tavolo del sacrificio vacilla durante l’offerta i divinatori babilonesi predicevano il futuro. Non c’era atto della vita umana o accadimento della natura che non avesse il suo significato per il futuro. I Babilonesi conoscevano anche la genetliologia: la vita del bambino dipende dal pianeta che si leva al momento della nascita, o che tramonta, o dai pianeti che al momento della nascita formano costellazione. Quello che si predice non ha però quasi mai attinenza a un singolo individuo: le predizioni sono, almeno nei testi che finora si conoscono, molto generali. Esse si riferiscono a tutto il paese o al re o ai nemici, ecc. I testi mantici consistono in brevi proposizioni divise in due parti, delle quali la prima, introdotta da se, descrive il fatto che si osserva e la seconda contiene la predizione.

I sacerdoti. – Il sacerdozio era sviluppatissimo. Nei templi officiava una lunga schiera di sacerdoti con funzioni e mansioni molto varie e nettamente definite. Tre specie emergono sopra tutte le altre, il bārū, l’āshipu, il kalū. Il primo, il “veggente”, era quello che praticava la divinazione osservando il fegato degli animali sacrificati o interpretando la forma delle gocce d’olio. I bārū formavano una corporazione chiusa, nella quale non poteva entrare chiunque, ma soltanto colui che dimostrava di possedere tutte le qualitȧ richieste, tanto fisiche quanto morali, ed era ritenuto degno d’esser iniziato ai misteri degli dei. L’āshipu era il sacerdote scongiuratore, colui che liberava i fedeli dai cattivi influssi dei demoni oppure assisteva il peccatore contrito nel suo tentativo di rabbonire il cuore del dio infuriato. Il kalū infine assisteva alla sepoltura dei morti, cantava le lamentazioni e le nenie funebri, diceva l’akhulap (una specie di invocazione in cui s’invitava il dio a cessare le sue persecuzioni), lamentava le rovine dei templi, ma eseguiva anche i riti per la loro ricostruzione. Egli compiva pure le consacrazioni delle immagini degli dei e il rito della copertura del timpano sacro. I suoi strumenti musicali erano il tamburo e il timpano. Anche questi sacerdoti formavano una corporazione chiusa. Accanto ai sacerdoti avevano le loro mansioni anche le sacerdotesse, dedicate al servizio di quasi tutti gli dei, ma specialmente numerose nei templi di Istar, in onore della quale si davano alla prostituzione sacra.

I templi.- I templi erano formati da una corte, attorno alla quale giravano lungo le pareti molte stanze di varia grandezza, delle quali quella situata di fronte all’entrata principale era la cella, il papakhu in cui si trovava la statua del dio, collocata sopra un basamento. Gli altri locali del tempio servivano da ripostigli, magazzini, uffici, sagrestie, archivî, biblioteche. I grandi templi consistevano in un gran numero di edifici e formavano quasi piccole città chiuse dal muro sacro, vicino al quale sorgeva accanto all’edificio principale una torre a scalini, la ziggurat (ziqquratu), che sulla cima portava un santuario con accesso per mezzo delle rampe che giravano intorno alla torre stessa.

L’interno dei templi conteneva non solo la statua di un dio, ma piccole cappelle, sacelli, tabernacoli per accogliere i simulacri degli dei secondarî. Nei grandi templi si trovavano anche biblioteche e scuole. Inoltre locali speciali erano adibiti ad abitazione delle sacerdotesse e monache, di cui alcune facevano vita di clausura. Essendo i templi grandi accentratori della ricchezza del paese, vi si trovavano anche banche ed altri uffici per il disbrigo degli affari.

Le feste erano fissate dal calendario sacro per ciascun mese. La più grande era quella del dio locale, che si soleva tenere a capo d’anno. Rinomata era la festa di capo d’anno di Marduk a Babele, zagmuk, durante la quale il dio era portato in solenne processione sulla via sacra dal suo tempio di Esagila all’akītu fuori delle mura. Durante questa festa tutti gli dei venivano portati a Babele. Il re stesso prendeva per mano la statua del dio.

Per i loro sacrifizî i Babilonesi facevano uso di altari in forma di bassi tavoli, fatti di legno e anche di canna e facilmente trasportabili. In Assiria si preferivano gli altari di pietra.

Facevano parte degli utensili sacri anche gl’incensieri in forma di colonna, fatti spesso d’argilla, le fiaccole, i vasi sacri di forma diversa e le vasche che contenevano l’acqua santa. Per le offerte si usavano scanni d’argilla e vimini.

Bibl.: Sulla Babilonia e Assiria in generale: B. Meissner, Babylonien und Assyrien, I-II, Heidelberg 1920-1925; M. Jastrow, The civiliz. of Babylonia and Assyria, Filadelfia 1913; C. Bezold, Nivive u. Babylon, 4ª ed., Bielefeld 1926; L. Delaporte, les civilisat. babylonienne et assyrienne, Parigi 1923; G. Furlani, La civiltà babilonese e assira, Roma 1929; G. Maspéro, Hist. ancienne des peuples de l’Orient classique, 6ª ed., Parigi 1904; E. Meyer, Hist. de l’antiquité, III: La Babylonie et les Sémites jusqu’à l’époque cassite, Parigi 1926; G. Contenau, Manuel d’archéol. orientale, I, Parigi 1927. In corso di pubblicazione il Reallex. d. Assyriologie, Berlino 1928, edito da E. Ebeling e B. Meissner.

Sulla geografia: F. Hommel, Grundriss d. Geogr. u. Geschichte d. alten Orients, I, Monaco 1904, id., Ethnol. u. Geogr. d. alten Orients, Monaco 1926.

Per la storia si vedano, oltre che il libro del Meyer già citato e quello del Maspéro, L. W. King, A history of Summer and Akkad, Londra 1910, e A history of Babylon, Londra 1915; R. W. Rogers, A history of Babylonia and Assyria, New York 1915; G. S. Goodspeed, A history of the Babylonians and Assyrians, New York 1902; A. T. Olmstead, History of Asyria, New York 1923; H. Winckler, Geschichte Babyloniens u. Assyriens, Lipsia 1892; V. Christian, Akkader u. Südaraber als ältere Semitenschicht, in Anthropos, XIV-XV, pp. 729-739; A. T. Olmstead, The political development of early Babylonia, in Amer. Journ. of Semitic languages, XXXIII, pp. 283-321; P. Dhorme, L’aurore de l’hist. babylonienne, in Rev. Biblique, 1925-1926; C. J. Gadd, The early dynasties of Sumer and Akkad, Londra 1921; F. Thureau-Dangin, La chronol. des dynasties de Sumer et d’Accad, in Rev. d’Assyriologie, 1918; A. T. Olmstead, Kashshites, Assyrians and the balance of power, in Amer. Journ. of Sem. lang., XXXVI, pp. 120-153; The Cambridge Ancient History, I-III, Cambridge 1924-1925; S. Smith, A history of Assyria, Londra 1928.

Le più importanti raccolte di testi sumeri e accadi (babilonesi e assiri) sono le seguenti: H. C. Rawlinson ed altri, The cuneiform inscriptions of Western Asia, I-V, Londra 1865 segg., che ha trovato la sua continuazione in Cuneiform texts from Babylonian tablets in the British Museum, I-XXXVI, Londra 1896 segg. Un catalogo delle tavolette del Museo Britannico è stato scritto da C. Bezold, Catalogue of the cuneiform tablets in the Kouyunjik collection of the British Museum, Londra 1889-1899, in 5 voll. I testi del Louvre si pubblicano nella raccolta Musée du Louvre, Départment des antiquités orientales, Textes cunéiformes, pubblicata sotto la direzione di Fr. Thureau-Dangin, Parigi 1910 segg.; finora sono usciti 11 voll. Le tavolette del Museo di Berlino sono pubblicate in Vorderasiatische Schriftdenkmäler der Königlichen Museen zu Berlin, Lipsia 1907 segg.; E. Ebeling, Keilschrifttexte aus Assur religiösen Inhalts, Lipsia 1915 segg.; la ricca messe fatta dagli mericani per conto dell’Università di Pennsylvania è resa pubblica nei molti volumi di The Babylonian expedition of the University of Pennsylvania, 1896 segg.; E. Schrader ed altri, Keilinschriftliche Bibliothek, Berlino 1889 segg., finora sono usciti 6 voll.; Vorderasiatische Bibliothek, Lipsia 1907 segg.; S. Langdon, Oxford editions of cuneiform texts, Oxford 1923 segg.; Yale Oriental Series, Babylonian texts, New Haven 1915 segg.; L. W. King, Annals of the kings of Assyria, Londra 1902; Altorientalische Bibliothek, I: Die Inschriften der altassyrischen Könige, Lipsia 1926; V. Scheil, Textes élamites-sémitiques, Délégation en Perse, II, IV, X, XIV, Parigi 1900 segg.; L. W. King, The letters and inscriptions of Hammurabi, Londra 1900; L. W. King, Babylonian boundary stones, Londra 1912; C. J. Gadd, The fall of Nineveh, Londra 1923; L. W. King e R. C. Thompson, The inscription of Darius the Great at Behistun, Londra 1907; S. Langdon, Die neubabylonischen Königsinschriften, Lipsia 1912; S. Smith, Babylonian historical texts, Londra 1924; G. Contenau, Trente tablettes cappadociennes, Parigi 1920; S. Smith, Cuneiform texts from Cappadocian tablets in the British Museum, Londra 1921 segg.; C. J. Gadd e L. Legrain, Un excavations, Texts, I, Londra 1928.

Sulla lingua sumera si possono vedere: S. Langdon, Sumerian grammar and chrestomathy, Parigi 1911; F. Delitzsch, Grundzüge der sumerischen Grammatik, Lipsia 1914; A. Pöbel, Grundzüge der sumerischen Grammatik, Rostock 1923; C. J. Gadd, A Sumerian reading-book, Oxford 1924.

Grammatiche della lingua accada (babilonese-assira): F. Delitzsch, Assyrische Grammatik, 2ª edizione, Berlino 1906; L. W. King, First steps in Assyrian, Londra 1898; V. Scheil e C. Fossey, Grammaire assyrienne, Parigi 1901; G. Boson, Assiriologia, Milano 1918; B. Teloni, Crestomazia assira, Firenze 1887; F. Delitzsch, Assyrische Lesestücke, 5ª ed., Lipsia 1912.

Vocabolarî: F. Delitzsch, Assyrisches Handwörterbuch, Lipsia 1896; W. Muss-Arnolt, A concise dictionary of the Assyrian language, Berlino 1905; C. Bezold, Babylonisch-assyrisches Glossar, Heidelberg 1926.

Trattazioni generali della letteratura: C. Bezold, Kurgzefasster Überblick über die babylonisch-assyrische Literatur, Lipsia 1886; B. [ora G. C.] Teloni, Letteratura assira, Milano 1903; O. Weber, Die Literatur der Babylonier und Assyrer, Lipsia 1907; R. F. Harper, Assyrian and Babylonian literature, 1901 (soltanto versioni); Ch.-F. Jean, La littérature des Babyloniens et des Assyriens, Parigi 1924.

Sulla religione si vedano: F. Finzi, Ricerche per lo studio dell’antichità assira, Torino 1872, pp. 433-554; A. H. Sayce, The religions of ancient Egypt and Babylonia, Edimburgo 1902; id., Lectures on the origin and growth of religion as illustrated by the religion of the ancient Babylonians, Londra 1887; D. Bassi, Mitologia babilonese-assira, Milano 1899; L. W. King, Babylonian religion and mythology, Londra 1899; M. Jastrow, The religion of Babylonia and Assyria, Boston 1898; id., Die Religion Babyloniens und Assyriens, Giessen 1905-1912; id., Aspects of religious belief and practice in Babylonia and Assyria, New York e Londra 1911; R. W. Rogers, The religion of Babylonia and Assyria especially in its relations to Israel, Londra 1908; P. Dhorme, La religion assyro-babylonienne, Parigi 1910; id., Choix de textes religieux assyro-babyloniens, Parigi 1907; P. Th. Paffrath, Zur Götterlehre in den altbabylonischen Königsinschriften, Paderborn 1913; C. Frank, Studien zur babylonischen Religion, I, Strasburgo 1910; L. W. King, Legends of Babylonia and Egypt, Londra 1916; G. Furlani, La religione babilonese e assira, I-II, Bologna 1928-1929; id., La civiltà babilonese e assira, Roma 1929, pp. 141-268. In tutte queste opere si troveranno ampie indicazioni bibliografiche su tutti gli aspetti della religione babilonese-assira.

Arte babilonese e assira.

Nell’arte dell’Asia anteriore antica quella di Babilonia e Assiria occupa un posto preminente, perché è essa che le dà il tono e il carattere distintivo. Essa ha uno stile proprio, autonomo, e siccome la sua azione si esercitò sulle manifestazioni artistiche di tutti i popoli finitimi ed anche, quantunque soltanto indirettamente attraverso l’arte bastarda siro-fenicia della quale è uno degli elementi più importanti, su quella del popolo greco, rientra pienamente nella storia universale dell’arte, tanto più che la sua azione fu più vasta e profonda di quella esercitata dall’arte dell’Egitto antico. Dall’Armenia alla Siria, dal Golfo Persico alle sponde del Mediterraneo per parecchi millennî ogni manifestazione dello spirito artistico porta l’impronta ben chiara e individuale dell’arte babilonese e assira. Essa dimostra uno spirito eminentemente conservativo. Nella sua storia è meno ricca di quella egiziana, più calma nell’evoluzione, più rettilinea nello sviluppo. La sua tradizione storica è più povera di quella dell’arte egiziana, poiché i monumenti conservati sono in minor numero di quelli trovati nella Valle del Nilo. La legge di quest’arte è, si può dire, unicamente lo stile, il quale toglie all’artista quasi ogni libertà. È un’arte molto uniforme. L’artista non sembra avere nessuna individualità, la sua capacità consiste nell’obliterarla quanto più sia possibile dietro le rigide e ineluttabili esigenze delle regole stilistiche. Non si esprimono i moti dell’animo, i sentimenti e le emozioni. Non si conosce la vita semplice ed ingenua, la gioia schietta e spensierata. È tutta arte regia e statale. Troviamo soltanto immagini votive, raffigurazioni di cerimonie religiose, di vittorie sul nemico, di scene di caccia. L’arte mesopotamica è quasi sempre grandiosa, spesso seria, tetra, sempre uniforme nell’avvicendarsi delle schiatte che abitarono nel paese. Vincolata religiosamente e stilisticamente, essa non è libera che in un campo soltanto: nella rappresentazione degli animali e dei demoni. Qui essa trionfa. Come tutta l’arte dell’Asia anteriore antica è decorativa, simbolica e astratta.

Il suo lungo sviluppo, che va dai tempi più antichi della civiltà mesopotamica fino al suo crollo nell’ultimo secolo a. C., si può dividere in varî periodi, che rispecchiano la storia della civiltà nella Valle dei due fiumi. Si distingue anzitutto l’arte sumera (del popolo più antico della Mesopotamia, che è di tipo antropologico, lingua, e civilta diversi dagli abitatori posteriori, gli Accadi, i quali erano semitici di lingua e di civiltà), da quella accada e l’arte babilonese da quella assira. L’arte sumera (o meglio paleosumera, per distinguerla dalla neosumera) va circa fino al 2800 a. C. Posteriore a questa, ma in parte anche parallela, si sviluppò l’arte più antica degli Accadi, che arriva fino all’anno 2650 circa. Una rifioritura dell’arte sumera abbiamo sotto Gudea, governatore di Lagash, attorno al 2600. Questo periodo chiamiamo neosumero. Caratteristiche speciali hanno le manifestazioni artistiche del periodo della dinastia di Hammurabi, attorno al 1900, quando è già avvenuta la fusione dell’arte delle due stirpi, sumera e semitica. L’arte del periodo successivo, che è quello cassita, dimostra grande decadenza, come tutta la civiltà di quel tempo. L’ultimo periodo è il neobabilonese, quello della dinastia cosiddetta caldea (625-538). Ai tempi dei Seleucidi, l’arte greca esercita qualche azione sopra alcune manifestazioni artistiche. L’arte assira dividiamo in quella paleoassira, sumerizzante, e quella neoassira, che risente l’azione di quella degli Hittiti e degli Egiziani. L’arte del paese di Elam, ad oriente della Babilonia meridionale, non è, si può dire, che una provincia dell’arte mesopotamica. All’arte assira dell’ultimo periodo si è ispirata l’arie persiana, che può essere riguardata come l’erede diretta e la continuatrice dell’arte di Babilonia e Assiria.

L’arte mesopotamica ebbe una sua speciale caratteristica visione estetica, che la distingue da quella di altri popoli dell’antichità. I Mesopotamici ambivano riprodurre le cose come sono nella loro oggettiva realta, non come appaiono all’uomo o si vedono. Ogni oggetto ha un suo lato caratteristico, che deve esser riprodotto a preferenza degli altri. L’occhio è quindi sempre riprodotto di faccia. perché in questa posizione esso è più caratteristico e chiaro. La regola suprema dello stile di quest’arte la chiarezza e la regolarità. Noi constatiamo quindi sempre una grande regolarità tanto nel complesso della figura umana, la cui raffigurazione è stata sempre al centro dell’arte mesopotamica, quanto anche nei particolari. Da questo amore per la regolarità si deduce anche la rigida osservanza della simmetria. Un difetto però dell’arte sumera sta nell’incapacità di concepire la figura umana come un tutto, di avert una giusta visione della figura umana come unità. I Sumeri non vi vedevano che un aggregato, spesso sproporzionato nelle parti che lo costituiscono, delle singole membra. Ciascuna parte del corpo umano gli artisti sumeri afferravano e concepivano artisticamente a sé, nella sua caratteristica più importante, e poi componevano con queste parti per sé stanti e senza nessun rapporto con le altre la figura totale. Perciò osserviamo teste troppo grandi, colli troppo corti, il complesso molto tozzo. Si rappresentano appunto più grandi ed appariscenti le membra più importanti per l’uomo. Alcune caratteristiche dell’arte mesopotamica. specialmente di quella più antica, dipendono pure dal materiale con cui lavorava l’artista. Quando questo è duro e quindi difficile ad esser lavorato, l’artista schizza o abbozza soltanto le forme. Perciò queste sono angolose e sommarie. Quando il materiale è tenero, il lavoro e artisticamente più finito. Come all’artista mesopotamico mancava la visione del complesso, e questo si constata anche nell’architettura, così per contro egli indugiava nell’amorosa lavorazione dei particolari. Perciò troviamo bene rappresentati i singoli velli dell’abito; le ciocche dei capelli; le raffigurazioni delle montagne mediante una grande quantità di singole pietre regolari di forma e tutte eguali disposte in file; l’acqua consistente in singoli fili interrotti qua e là, ad intervalli esattamente misurati, da un vortice rotondo e schematico, regolarissimo, geometricamente perfetto; il fuoco che consiste in raggi paralleli. Tutto è regolare, chiaro, geometrico, convenzionale, schematico, idealizzato. La bella chiara regolarità è l’ideale dell’arte mesopotamica. Nei quadri complessivi raffiguranti scene composte regna suprema la simmetria. Perciò troviamo spesso le contrapposizioni e ripetizioni simmetriche delle stesse figure. Da questa circostanza deriva la monumentalità e ornamentalità di quest’arte.

Non c’è campo, si può dire, dell’arte che i Babilonesi e Assiri non abbiano coltivato: l’architettura, la scultura a tutto pieno, la glittica, specialmente nel rilievo decorativo, l’affresco, le arti minori, e la musica. Hanno prodotto vasi magnifici, lavori in metallo squisiti, specie di piccole dimensioni, stoffe riccamente ricamate, mobili di fine gusto artistico e gioielli e plastiche minute in pietre dure, specie sigilli e cilindri, mirabili per concezione artistica ed esattezza di esecuzione. Per l’importanza che l’arte occupava nella vita dei Babilonesi e Assiri, questi possono esser confrontati con gli Egiziani e con i Greci, senza perdere nulla nel confronto.

Larchitettura. – Per l’architettura babilonese-assira mancano quasi del tutto i monumenti del periodo più antico, e gli edifici conservati dei periodi neobabilonese e neoassiro mancano tutti della parte superiore. Altri edifici ci sono stati conservati soltanto nelle loro fondamenta. Perciò non siamo in grado di ricostruire del tutto nessun edificio babilonese o assiro. Recentemente si sono scoperti importanti resti di edifici, quasi tutti templi e di quasi tutte le epoche, a Ur nella Babilonia meridionale. Tra le città di Akkad vanno rilevate le rovine specialmente dei templi e degli edifici privati di Babele e dei templi di Nippur. Più abbondante è stata la messe archeologica in Assiria. I grandi palazzi reali di Dūr-Sharru-kīn, di Ninive e di Assur, dei quali alcuni si sono conservati in modo eccezionalmente buono, ci dànno un’idea abbastanza esatta dell’architettura religiosa e civile di Assiria.

L’architettvra mesopotamica diventa vera arte soltanto nelle fortezze, nei palazzi reali e nei templi. Tutti e tre questi tipi di edifici conservano nelle loro linee generali la struttura architettonica della casa babilonese e assira, struttura che è comune a tutto il vicino Oriente e persiste ancora fino ai giorni nostri: attorno ad una grande corte sono disposte varie stanze senza comunicazione diretta con l’esterno. Il tempio e il palazzo mesopotamici sono una casa privata più spaziosa e bella delle solite, ma nella pianta tutti gli edifici sono uguali. In tutta la Babilonia e nella parte meridionale dell’Assiria il locale è costruito sempre in larghezza. Invece nell’Assiria settentrionale, senza dubbio per influsso anatolico, le costruzioni sono fatte in lunghezza. ll piano degli edifici è costituito essenzialmente da una grandiosa disposizione delle corti, perché le costruzioni più grandi consistono in gran numero di cortili posti uno dentro all’altro o uno attiguo all’altro. Però gli architetti babilonesi ed assiri non sono riusciti a dare a questo sistema di cortili vero movimento. Questi restano immoti e immobili, senza direzione, e le sale dei palazzi sono senza profondità spaziale, tutto all’opposto della mirabile disposizione e della snellezza architettonica che si ammira negli edifizî dell’Egitto. Questo difetto assiro è dovuto per la maggior parte alla mancanza della colonna, la quale rende nell’architettura egiziana elastica ed agile la disposizione degli spazî. Non si vuol dire con ciò che i Mesopotamici non conoscessero addirittura la colonna. Vi troviamo anzi colonne di forme e strutture diverse. Alcune esilissime e aeree imitano il fusto della palma ed erano certamente di legno, essendo adoperate soltanto per sostenere leggiere edicole. Altre erano costruite di argilla con un rivestimento di bitume incrostato di mosaico. Ancora altre, più solide, erano fatte di mattoni disposti in varî modi. Una colonna basaltica di Assur consta di un tronco ottagono con scannellature leggiere, il quale si restringe in alto; il capitello si erge sopra un doppio ovolo e consiste in due paia di foglie con un fiore nel mezzo; il tronco continua al di là del capitello, sul quale l’architrave non poggia perciò direttamente. La vera colonna di pietra penetrò in Assiria appena nell’ultimo periodo dall’Occidente. Però di queste colonne si faceva pochissimo uso e gli architetti ne ignoravano la vera funzione architettonica. La colonna ebbe sempre, anche ai tempi neoassiri, quando la si fece poggiare sopra leoni o tori con testa umana, funzione decorativa, non costruttiva. L’architetto dimostra la sua arte specialmente nelle facciate e nelle porte.

I muri sono costruiti di mattoni posti in diversi strati, congiunti tra loro da stuoie e da bitume quale materia connettiva, e perciò sono massicci. Tutto l’edificio fa l’impressione della massa, del monte. I muri acquistano un po’ di vita e un po’ di snellezza dalle scannellature, che si ripetono ritmicamente a determinati intervalli, dalle torri che li adornano e specialmente dalle porte che ne interrompono la monotonia. Invece di una cornice il muro porta merli in forma di scale. Le porte sono elaborate, e sono costruite poggianti spesso su colossali figure di leoni o tori alati e con la testa d’uomo. Tanto le porte quanto le facciate sono decorate con lastre di alabastro e mattoni smaltati. Le soglie delle porte e i pernî in cui giravano i battenti erano di pietra. Nell’interno dei palazzi e dei templi le pareti delle sale erano rivestite di bassorilievi in alabastro o marmo e ornate con mattoni smaltati. Gli edifici non avevano che il pianterreno. Il tetto era piatto e costituiva una terrazza dove gli abitanti della casa passavano le ore della sera. Qualche volta vi si erigevano leggiere costruzioni, come chioschi e verande. Il tetto poggiava su travi o archi. Piccoli edifici adibiti ad usi speciali portavano cupole rotonde o in forma di cono.

I templi mesopotamici consistevano in un quadrilatero di muri attorno a una corte con diverse stanze tutt’intorno. Dirimpetto alla porta principale si trovava il santissimo, nel quale su di un piedestallo s’ergeva la statua del dio. Dietro il muro esterno della cella correva un lungo e stretto corridoio, da cui le scale conducevano sulla terrazza. Una parte caratteristica dei templi della Mesopotamia erano le torri a gradini, chiamate ziqquratu, che fiancheggiavano sempre l’edificio principale del tempio. Le torri avevano un numero diverso di gradini, da quattro, come la ziqquratu di Nippur, fino a sette, come quella di Barsippa. Una scala svolgentesi sulle pareti della torre e principiante su alcune rampe conduceva i sacerdoti fino alla piattaforma di mattoni chiamata temen “fondamento”. Nell’ultimo periodo dell’arte assira si fa sentire nell’ornamentazione dei palazzi l’azione dell’arte egiziana attraverso quella siro-fenicia: si riscontrano sfingi e ornamenti, i cui elementi sono fiori di loto o il caprifoglio. In Assiria qualche palazzo era ornato da un porticato detto bīt khilāni, d’origine hittita o, in genere, occidentale.

La statuaria. – Gli scultori mesopotamici di figura a tutto tondo ritrassero esclusivamente le persone dei re e governatori, degli dei e di qualche animale. Nei tempi sumeri più antichi le statue sono molto primitive: tozze e mal proporzionate, hanno teste che somigliano più a quelle di uccelli che di uomini, con nasi molto sporgenti. Questi difetti spariscono del tutto più tardi, ma nondimeno la statuaria mesopotamica è sempre molto rigida: mai nessun gesto libero, nessun movimento. La faccia non è mai atteggiata ad espressione di qualche sentimento o di qualche idea. Essa resta sempre assorta, come se l’uomo o il dio rappresentati non avessero un cuore o un’anima, ma assorti in sé stessi fossero assenti dal mondo che li circonda. Le figure sono di solito vestite, avvolte strettamente negli abiti che le stringono inesorabilmente e impediscono loro di fare anche un solo passo. Le statue babilonesi e assire non camminano mai. Però in Sumeria si avevano anche figure nude. In Accadia e Assiria soltanto l’eroe è leggermente vestito o nudo. In Assiria si rappresentarono i re e i soldati con membra eccessivamente muscolose, per dare espressione visibile alla forza di cui sono dotati. Accanto alle figure tozze troviamo tanto in Sumeria quanto in Assiria, la quale nel periodo più antico fu completamente sotto l’influsso artistico della Babilonia meridionale, statue snelle, qualche volta addirittura esili. La statuaria sumera raggiunge la perfezione ai tempi di Gudea. Accanto ad alcune statue di questo governatore, rappresentato seduto, un po’ tozze e pesanti, ne sono conservate altre di grande bellezza. Pur senza esprimere nessun sentimento, esse dànno un’impressione di calma e potenza. L’artista sente il corpo plasticamente. Il corpo è nella parte inferiore quasi insaccato nel mantello come in una rigida guaina e non può quindi muovere le gambe. Le braccia, quando sono libere, sono staccate dal tronco. Gli occhi sono ben aperti, le labbra piuttosto sottili. Il collo è però eccessivamente breve, le fronti basse e inclinate. Grande diligenza ponevano gli artisti nella minuta stilizzazione dei capelli abbondanti delle donne. Gli abiti erano pieghettati e rappresentati come mobili e morbidi. In alcune delle statue del tempo di Gudea si riscontra alcunché di individuale: esse si avvicinano al ritratto. Forse la più bella raffigurazione di questo periodo è la statua della Donna bella: la testa è ovale, da tutta la figura spira grazia, pur rimanendo i particolari strettamente stilizzati. Oltre che statue di re e di donne si hanno di questo periodo statuine in pietra dura del toro a testa umana. Gli scultori sapevano anche fondere statue in bronzo ed incastonarle con pezzetti ornamentali d’argento. La statuaria non raggiunse in tutta la storia dell’arte mesopotamica vette più alte. Abbiamo però alcune statue assire di grande bellezza: quella del re assiro Assurnazirpal, conservata nel Museo Britannico, è una grande opera d’arte. Il re, alto e molto snello, è rappresentato in atteggiamento di serena compostezza, con le braccia aderenti alla vita; nella mano destra egli tiene la scimitarra a semicerchio, nella sinistra la mazza. La statua è di marmo color ocra. Di un magnifico naturalismo, piene di vita e di movimento, sono le figure colossali di leoni e tori alati con testa umana, che gli Assiri solevano collocare ai due lati, detti sippu, delle porte d’ingresso dei palazzi e dei templi. Fino ai tempi di Sennacheribbo, queste figure sono rappresentate con una quinta gamba, cosicché tanto colui che le osserva di faccia, quanto colui che le contempla di fianco scorge tutte le gambe.

Il rilievo. – L’espressione più alta dell’arte della Mesopotamia si riscontra nel rilievo, che è quasi sempre bassorilievo, e spesso si limita a indicare soltanto i contorni delle figure. Dai tempi più antichi fino all’arte più tarda esso è stato la più genuina e caratteristica manifestazione dello spirito artistico dei Babilonesi e Assiri. Nel rilievo questi popoli hanno saputo creare opere d’arte che in qualche loro esemplare non sono state superate che raramente dagli altri popoli, anehe se dotati di maggiore capacità artistica degli abitanti della Valle dei due fiumi. Rilievi si riscontrano su stele, già nel periodo sumero, su pietre di confine (kudurru), specialmente nel tempo cassita, su pareti rupestri, attraverso tutta la storia dell’arte assira, e su lastre di alabastro e marmo specialmente nel periodo neoassiro, nel quale l’arte del bassorilievo raggiunse l’apice della sua perfezione. Le rappresentazioni di animali nel rilievo neoassiro sono uniche nella storia universale dell’arte. Il rilievo sumero più antico è rilievo votivo. Mentre quelli che si trovano su alcuni oggetti votivi di Ur-Ninā di Lagash (3150-3100 a. C.) sono ancora molto primitivi e addirittura puerili nella distribuzione delle figure, la Stele degli avvoltoi di Eannatum, nipote di Ur-Ninā, è il cspolavoro dell’arte sumera e un’opera veramente preziosa. La stele di Eannatum porta su un lato due e sull’altro quattro fasce di rappresentazioni. Da una parte vediamo il dio di Lagash, Ningirsu, raffigurato con barba lunga, la mazza nella destra e nella sinistra il suo emblema, cioè l’aquila che con gli artigli tiene due leoni, insieme con i quali essa forma il soprapporto d’una lunga gabbia piena di prigionieri nemici. Dietro a Ningirsu sta, più piccolo, un altro dio con uno stendardo con l’aquila. Nello scompartimento inferiore, molto mutilo, vediamo Ningirsu sul carro di guerra e lo stesso dio secondario. Dall’altro lato della stele sta nel primo scomparto la falange di guerrieri coperti con l’elmo e riparati dietro grandi scudi. Davanti ad essi marcia il re, il quale ha di fronte un mucchio di cadaveri nemici. In aria volano avvoltoi con le teste degli uccisi negli artigli. Nel secondo scomparto il re sul carro davanti ai suoi soldati uccide con la lancia il re nemico. La scena dell’ultimo scomparto sarà stata probabilmente simile. Nel terzo assistiamo al seppellimento dei caduti in battaglia: si vede una catasta di uccisi in forma piramidale; due individui con cesti sul capo pieni di terra montano sulla catasta per coprire i cadaveri con la terra; davanti sta un toro per il sacrificio, vicino due vasi con rami e frutta, nonché il re che compie il sacrificio per i morti. Questa è una stele di argomento storico, poiché il fatto ricordato in essa è una guerra vittoriosa del re Eannatum finita con la sconfitta della città nemica, Umma. L’esecuzione del rilievo è finissima. Di lavoro perfetto nei particolari, esso dimostra eccellenti capacità artistiche nel suo autore per quanto riguarda la composizione dei quadri. La scena con la falange dei soldati marcianti sui corpi dei nemici è di grande effetto. Che i Sumeri abbian saputo mantenersi all’altezza dell’arte dei tempi di Eannatum di Lagash è dimostrato da un’altra stele, la quale, se non raggiunge le altezze di quella or ora descritta, è pure uno dei capolavori del rilievo sumero: una stele di Ur-Nammu di Ur, trovata qualche anno fa e conservata nel museo dell’università di Philadelphia. Purtroppo essa è molto mutila e perciò non siamo in grado di ricostituirla in tutte le sue parti. Vi sono rappresentate le gesta di Ur-Nammu, fondatore della dinastia di Ur (2294). Su ciascun lato la stele è divisa in cinque registri. Nel registro superiore di tutti e due i lati due angeli femminili volano giù dal cielo con l’acqua di vita in due vasi, che versano sulla palma in un vaso tra il dio Nannar (Sin) in trono e il re in atto di adorazione con la mano alzata fino alla bocca. Negli altri registri abbiamo scene di libazione del re al dio e alla dea, rappresentazioni della costruzione del tempio di Ur, nelle quali il re porta sulle spalle l’ascia e gli strumenti e gli operai recano terra e mattoni, scene sacrificali con un toro sgozzato a terra, oppure vediamo il re seduto in trono mentre si conduce al suo cospetto un prigioniero con le braccia legate dietro la schiena. La scena del re in adorazione davanti al dio seduto in trono è una scena tipica dell’arte della Mesopotamia: la troviamo più tardi ancora sulla famosa Stele di Hammurabi, nella quale il re è raffigurato col solito gesto di adorazione di faccia al dio Samas seduto sul suo trono, sul rilievo della Tavola culturale di Sippar, su alcune altre tavole e su molti sigilli. L’arte accada può vantare già nel periodo più antico un capolavoro artistico di alto valore, La stele trionfale di NarāmSin (2557-2520). Questa è arte diversa da quella sumera, poiché è diverso non soltanto il modo di trattare i particolari, ma, ciò che più conta, è del tutto differente l’arte della composizione del quadro. Qui non abbiamo più la narrazione degli avvenimenti divisa in diversi scomparti, in scene di contenuto differente, ma un unico e solo quadro, un solo episodio, un’azione unica da un solo punto di vista. Tutto il quadro culmina e ascende verso il re, che in alto abbatte il re nemico. Sopra gli stanno i pianeti. Di sotto sono i suoi guerrieri, che salgono sulla montagna sulle cui falde si svolge in varî episodî la battaglia. L’insieme è una molto felice combinazione di linee orizzontali e verticali, con prevalenza di queste ultime, le quali conducono lo sguardo dell’osservatore verso l’alto, il punto culminante: il re. Questi è rappresentato più alto degli altri, mentre cammina con passo elastico verso il suo nemico abbattuto. I varî atteggiamenti in cui sono raffigurati i soldati nemici, la finezza del disegno, la composizione sapientemente architettata dimostrano che l’arte accada non era affatto inferiore a quella sumera. Quali siano precisamente i rapporti tra quella sumera e quella accada non sappiamo, quantunque dalla disposizione della scena della stele di Narām-Sin sembri tralucere ancora debolmente la disposizione a fasce o scomparti, cara all’arte delle stele di Sumer. Comunque, bisogna riconoscere che l’artista accado, risentisse dell’arte sumera, ammesso anche che ha saputo spezzare in modo m0lto felice e con grande originalità gli schemi che aveva davanti agli occhi. La stele di Narām-Sin è in altorilievo, ciò che contribuisce al movimento drammatico della scena ritratta. Pregevoli rilievi abbiamo ancora su altre stele e in lavori minori, ma nessuno raggiunge la squisitezza artistica di quelli accennati. I re babilonesi-assiri solevano far narrare dai loro artisti le gesta guerresche anche su rilievi tagliati nella roccia o amavano farsi rappresentare in atto di imperio e comando su delle stele che facevano porre nelle città e nei paesi conquistati e incorporati all’impero. In Assiria, dove l’abbondanza del materiale di pietra spingeva quasi l’artista ad esprimersi nella forma del rilievo, le stele con la scena del re in atto d’imperio sono molto comuni.

Qui si ricorse volentieri anche alla viva roccia per raffigurare il re in atto di adorazione davanti agli dei seduti in trono oppure ritti in piedi sopra gli animali simbolici. Il rilievo di Maltay è un ottimo esempio del rilievo nella viva roccia. Nei palazzi si soleva rivestire i muri delle sale con lastre di marmo o alabastro con bassorilievi, che ritraevano episodî della vita del re, scene religiose o di guerra, incidenti di caccia, assedî di città, lotte di demoni e dei. I problemi che si presentavano agli artisti assiri nella figurazione delle scene erano in parte affatto nuovi. La più grande difficoltà essi la incontrarono nel mettere nel giusto rapporto la persona e il paesaggio in cui si muove, in generale nel collocare la persona nel paesaggio. I rilievi assiri dimostrano una grande ricchezza d’invenzione, menomata però dalla grande rigidezza delle figure umane, in tutto identica a quella delle statue. I rilievi trattano di cicli di avvenimenti e dimostrano di avere dietro a sé una lunga storia che noi però ignoriamo quasi del tutto. In ultima analisi anche essi risalgono senza dubbio all’arte sumera. Mentre la figura umana è sempre impacciata, rigida e senza vita, le raffigurazioni degli animali sono di una freschezza, agilità ed esattezza veramente mirabili. I leoni, i cavalli, i cani ed altri animali dei rilievi assiri di Assurnazirpal e specialmente di Assurbanipal, sono insuperati nell’arte antica e difficilmente superabili persino nell’arte moderna. Non si possono dimenticare le scene raffiguranti la vita dei pesci e dei granchi nell’acqua, le corse di cani, la caccia ai leoni alle antilopi, i cavalli e gli onagri, i cinghiali nei canneti, gli uccelli degli artisti assiri. Molti elementi dei quadri sono fortemente stilizzati; le rocce e i monti sono riprodotti da singole pietre poste una vicino all’altra, sempre della stessa grandezza e forma; nei fiumi si scorgono tutti i fili d’acqua interrotti a intervalli regolari da bei vortici impeccabili per la regolarità delle singole correnti d’acqua che li compongono. In qualche rilievo troviamo un debole tentativo di prospettiva unitaria, ma quasi sempre nello stesso quadro il punto di vista sta ad altezze differenti. Quindi manca la giusta proporzione tra i singoli oggetti. La loro grandezza non dipende dalla lontananza loro, ma dalla rispettiva loro importanza. I quadri congiungono nella stessa cornice la visione vicina e quella lontana. L’artista colloca di solito più scene, successive nel tempo, contemporaneamente nello stesso paesaggio. Non tutti i rilievi assiri sono scolpiti nella pietra. Abbiamo pure rilievi in bronzo sbalzato, come sarebbero quelli di Imgur-Enlil (Balāwāt), dove le lastre bronzee rivestivano le grandi porte del palazzo del re assiro Salmanassar III (858-824). Questi rilievi sono annali scritti in scene e quadri, pieni di figure d’uomini e animali. È probabile che la raffigurazione del racconto storico sia una creazione assira, quantunque anche le stele di Eannatum e di Ur-Nammu sumeri raccontino avvenimenti storici. I rilievi assiri erano, come attestano ancora certe tracce di colore, del tutto colorati e devono aver prodotto un mirabile effetto, ben superiore a quello che possono produrre ora nelle scialbe sale dei nostri musei.

La pittura. – Della pittura della Mesopotamia conosciamo ben poco. Gli artisti babilonesi-assiri dipingevano a fresco sulle pareti delle case, rivestite di uno strato di gesso. I colori erano il bianco, il nero, il rosso, l’azzurro, il verde, il giallo. La pittura si limitava di solito a disegni ornamentali, ma riproduceva anche scene con figure umane ed animali. Dai pochi frammenti di affreschi assiri conservati si vede che la pittura stava in nesso molto intimo col bassorilievo. Lo stile e i mezzi di espressione erano gli stessi. In Mesopotamia si conosceva però anche la pittura ad olio.

Le arti minori. – I Babilonesi e Assiri eccellevano anche nelle arti minori. La ceramica, che già in tempi preistorici aveva raggiunto un alto grado di perfezione, produsse ottimi tipi di vasi, i quali, specialmente se smaltati, erano mirabili per la vivacità delle tinte e l’armonia dei colori. Del periodo sumero abbiamo un finitissimo vaso di libazione di Gudea, in pietra dura, con serpi attorcigliantisi attorno a bastoni e due draghi. Tutti gli alti rilievi di cui è ornato hanno simmetria perfetta. È celebre il vaso di Entemena, d’argento, conservato nel museo del Louvre. La decorazione è a fasce orizzontali. Nella fascia principale, orlata sopra e sotto da una striscia ornamentale di lische di pesce, vediamo quattro quadri: quattro volte un’aquila leontocefala tiene con gli artigli per il dorso rispettivamente due leoni, capri e cervi. Le quattro raffigurazioni formano una serie ritmica, non perfetta però, perchè gli animali su cui poggia l’aquila variano. Anche in questo vaso le figure sono stilizzate. Le aquile sono rappresentate di fronte. Abbiamo anche altri vasi di fogge molto varie, tanto d’argilla, quanto di metallo e pietra. La ceramica antica soleva essere a disegni geometrici. Bellissimi sono i numerosi lavori in metalli, come le statuine, specie quelle canefore, i demoni seduti che con le mani sostengono un piolo e che si solevano conficcare a scopo apotropaico nelle fondamenta degli edifici, i piccoli tori accovacciati, i bordoni finemente lavorati con rilievi, le teste di tori o di altri animali, spesso incastonate di pezzi d’argento o di altri metalli, e altri squisitissimi prodotti di quest’arte, nella quale i Mesopotamici erano veramente maestri. Allo stesso alto livello, sia per il lato tecnico sia per quello estetico, stanno le molte plastiche minute in pietre dure. Dai non molti esemplari di gioielli ritrovati si vede che già i gioiellieri sumeri avevano raggiunto grande perfezione. I bei mobili, riccamente ornati, quantunque un po’ massicci, con vaghi rivestimenti e ricche incrostazioni e le stoffe preziose con finissimi ornamenti, rappresentanti i pianeti e scene religiose, dimostrano che i Mesopotamici eccellevano anche in questi rami dell’arte posta a servizio della vita quotidiana.

I cilindrisigilli. – Un posto a parte nella trattazione delle arti minori va fatto ai cilindri-sigilli, trovati in grandissimo numero nelle rovine delle antiche città. In Mesopotamia ogni persona, anche di mediocre importanza, andava munita d’un sigillo in forma cilindrica con impressovi il proprio nome ed intagliate scene, quasi sempre di carattere religioso, forato nella lunghezza, col quale confermava l’esattezza dei numerosi documenti che i Babilonesi e Assiri formavano giornalmente per la conclusione dei loro affari, seguendo le prescrizioni del loro diritto. Il possessore del cilindro lo rotolava imprimendolo sull’argilla ancora molle e umida della tavoletta. Le scene rappresentate sono spesso di poco valore estetico, perché i cilindri si fabbricavano industrialmente a dozzine. Alcuni raggiungono però grande perfezione d’arte. Di solito le scene sono simmetriche. Gli argomenti preferiti erano quadri di adorazione: il fedele, col solito atteggiamento mesopotamico di adorazione e condotto dal sacerdote, o presentato da una divinità inferiore, si avvicinava al dio che sta seduto in trono e lo benedice con la mano destra, oppure, specie nel periodo assiro, sta ritto in piedi. Altre scene riproducono varî miti, come quello di Gilgamesh o la lotta di Bēl-Marduk e Tiāmat o l’ascesa di Etana al cielo. Celebre, perché forse il più bel cilindro-sigillo che finora si conosca, è quello di Shar-kalī-sharri: sulla sponda di un fiume, che disotto scorre tra rocce e pietre, un eroe, forse Gilgamesh, dalla capigliatura folta e dalla barba lunga, visto di faccia e coperto i lombi soltanto di un panno, dà da bere da un vaso, da cui sgorgano correnti d’acqua, a un bufalo munito di un magnifico paio di forti e lunghissime corna. La scena è ripetuta simmetricamente. La composizione del quadro e la finitezza artistica dei particolari fanno di questo cilindro un vero capolavoro della glittica babilonese. Altri cilindri raffigurano scene di lotta tra eroi ed animali, e ne troviamo pure con scene puramente ornamentali come certi animali o disegni geometrici ripetuti ritmicamente in varie file, contornati da linee ondulate, ecc. (V. Tavv. CLIII-CLXIV).

Bibl.: Oltre le ben note storie generali dell’arte si vedano: G. Perrot e Ch. Chipiez, Histoire de l’art dans l’antiquité, II: Chaldée et Assyrie, Parigi 1884; P. S. Handcock, Mesopotamian archaeology, Londra 1912; E. Babelon, Manual of Oriental antiquities, Londra 1906, pp. 1-145; L. Curtius, Die antike Kunst, I: Aegypten und Vorderasien, Berlino-Neubabelsberg 1923, pp. 221-289; B. Meissner, Babylonien und Assyrien, I, Heidelberg 1920, pp. 274-331; E. Unger, Untersuchungen zur altorientalischen Kunst, Breslavia 1921; id., Sumerische und akkadische Kunst, Breslavia 1926; id., Assyrische und babylonische Kunst, Breslavia 1927; B. Meissner, Grundzüge der mittel- und neubabylonischen Plastik, in Der alte Orient, XV (1915), 3-4; G. Conteeanau, L’art de l’Asie occidentale ancienne, Parigi 1928; H. R. Hall, Babylonian and Assyrian sculpture in the British Museum, Parigi 1928; Th. Dombart, Der Sakralturm, I: Zikkurat, Monaco 1920; L. Legrain, The stela of the flying angels, in The Museum Journal, (Philadelphia), XVIII, pp. 75-98; L. W. King, Bronze reliefs from the gates of Shalmaneser, king of Assyria B. C. 860-825, Londra 1915; L. Heuzey, Musée National du Louvre. Catalogue des Antiquités assyriennes, Parigi 1924; id., Les origines orientales de l’art, Parigi 1891-1915; E. Pottier, Catalogue des antiquités assyriennes, Parigi 1924; A. Paterson, The palace of Sinacherib, L’Aia; British Museum, A guide to the Babylonian and Assyrian antiquities, Londra 1922; L. Speelers, Les arts de l’Asie Antérieure ancienne, Bruxelles 1926; Collection de Clereq. Catalogue méthodique et raisonné, I-II, Parigi 1888-1903.

Per gli scavi si vedano P. E. Botta, Monument de Ninive, Parigi 1847-1850; V. Place, Ninive et l’Assyrie, Parigi 1867-1870; A. H. Layard, Nineveh and its remains, Londra 1849; id., The monuments of Nineveh, Londra 1849; id., A second series of the monuments of Nineveh, Londra 1853; R. Koldewey, Die Tempel von Babylon und Borsippa, Lipsia 1911; id., Das wieder erstehende Babylon, Lipsia 1925: Das Ischtar-Tor in Babylon, Lipsia 1909; Die archaisen Ischtar Tempel in Assur, Lipsia 1922; J. de Morgan, Délégation en Perse. Mémoires, Parigi 1900 segg.; – Sulla ceramica: W. Andrae, Coloured ceramics from Asgur, Londra 1925. – Delle arti minori tratta E. Cohn-Wiener, Das Kuntgewerbe des Ostens, Berlino (1923), pp. 43-70. – Sui cilindri si può confrontare L. Delaporte, La glyptique de Sumer et d’Akkad, Parigi 1909; O. Weber, Altorientalische Siegelbilder, in Der alte Orient, XVII e XVIII, Lipsia 1920; W. H. Ward, The seal cylinders of Western Asia, Washington 1910; H. Prinz, Altorientalische Symbolik, Berlino 1914; L. Delaporte, Catalogue du Musée Guimet. Cylindres orientaux, Parigi 1909; id., Catalogue des cylindres orientaux et des cachets assyro-babyloniens, perses et syrocappadociens de la Bibliothèque Nationale, Parigi 1910; id., Musée du Louvre. Catalogue des cylindres, cachets et pierres gravées de style oriental, I-II, Parigi 1920-1923; id., Les cylindres-sceaux du Musée Archeologique de Florence, in Aréthuse, IV, pp. 53-65; L. Speleers, Catalogue des intailles et empreintes orientales des Musées Royaux du Cinquantenaire, Bruxelles 1923; J. M. Casanowicz, The collection of ancient Oriental seals in the United States National Museum, Washington 1926; L. H. Carnegie, Catalogue of the collection of antique gems formed by James ninth earl of Southesk K. T., edited by his daughter, I, Londra 1908; G. Furlani, La civiltà babilonese e assira, Roma 1929, pp. 314-356.

Diritto.

Per diritto babilonese e assiro intendiamo il diritto vigente nelle valli dell’Eufrate e del Tigri nonché nei territorî a oriente e a nord del corso superiore di quest’ultimo fiume, dalla parte meridionale dell’Asia Minore fino al Golfo Persico, dai tempi più antichi fino circa all’era volgare. Questo diritto dei Babilonesi e Assiri non è affatto un diritto unitario, ma già in tempi molto antichi rappresenta una fusione e un intreccio tra il diritto degl’invasori sumeri, schiatte non semitiche, abitanti specialmente nella Babilonia meridionale, dove erano scesi dall’altopiano iranico, e quello delle popolazioni semitiche della Babilonia settentrionale. Per tanto bisogna distinguervi due elementi, quello sumero e quello semitico. Esso ebbe inoltre a subire durante la sua lunga storia l’azione dei diritti di quei popoli che invasero o tennero soggiogata più o meno lungamente questa o quella parte della Mesopotamia o sui quali i Babilonesi e Assiri si sovrapposero o con i quali vennero in stretto contatto. I Cassiti tennero sotto il loro tallone per oltre sette secoli la Babilonia e lasciarono certamente tracce del loro diritto cassita. A nord gli Assiri estesero il loro dominio sui territorî di antica civiltà mitannica e arrivarono con le loro attive colonie fino nel cuore dell’Asia Minore, allacciando strettissimi rapporti con i popoli hittiti. Non sarà da stupire quindi se col tempo si riusciranno a stabilire anche nel diritto assiro elementi disparati ed eterogenei. Qualche azione sul diritto indigeno della Mesopotamia avranno esercitato forse anche, in epoca tarda, le conquiste persiana e greca. Il diritto babilonese e quello assiro sono due diritti diversi: il primo vigeva nella Babilonide e il secondo nei territorî stendentisi a destra e a sinistra del corso superiore del Tigri, in Assiria; ma quantunque diversi, sono fondamentalmente dello stesso tipo, perché furono molto simili i popoli che li espressero.

Per diritto assirocappadocio s’ intende quello delle colonie assire della Cappadocia, le quali avevano per centro la città di Ganish. Le popolazioni sotto dominio assiro che erano stanziate nella regione della città di Arrapkha (nell’Assiria orientale, l’odierna Kerkūk) seguivano un diritto loro proprio. Strettamente affine al diritto babilonese è quello dei territorî situati sulle sponde del corso medio e superiore dell’Eufrate: esso forma l’anello di congiunzione tra il diritto babilonese e i diritti della Siria antica.

Allo stadio attuale delle ricerche possiamo distinguere i seguenti periodi nella storia del diritto babilonese: 1) il periodo sumero, in cui le numerose città-stato sumere della Babilonia meridionale vivono ciascuna secondo il proprio diritto prevalentemente sumero e con le proprie leggi; 2) il periodo della prima dinastia di Babele, la quale riesce a sottomettere tutta la Mesopotamia sotto il predominio semitico (2057-1758 a. C.). Questo è il periodo aureo del diritto babilonese: è un’epoca di fusione del diritto sumero e di quello semitico e della vittoria di questo su quello, la quale trova la sua visibile espressione nel codice di Hammurabi (1955-1913); 3) il periodo cassita (fino all’avvento della dinastîa neobabilonese) che è invece un tempo di decadenza generale e di penetrazione di principî di diritto estranei alla Mesopotamia; 4) il periodo neobabilonese (625-538), nel quale il diritto è già alquanto diverso da quello del tempo di Hammurabi. Non conosciamo che poco dei cambiamenti avvenuti nel diritto durante il periodo 5) del predominio persiano e 6) della conquista greca.

Il diritto babilonese non subì un’evoluzione e uno sviluppo rettilineo: nel periodo neobabilonese esso dimostra quasi una certa involuzione in non pochi istituti giuridici rispetto al diritto della prima dinastia. Come la civiltà babilonese esercitò grande azione sulla civiltà dell’Occidente, così anche il diritto della Mesopotamia può aver fatto sentire la sua efficacia su istituti giuridici dell’Asia Anteriore e attraverso a questi anche sul diritto romano, rispetto ai quale esso dimostra in non pochi punti una spiccata superiorità. Per il diritto assiro possiamo distinguere tre periodi: il paleoassiro; il medioassiro fino al sec. VIII circa, con la raccolta di leggi di Assur e il neoassiro del tempo dei Sargonidi, circa dal sec. VII fino al 606 a. C. Il diritto assiro-cappadocio e quello di Arrapkha si riconnettono ai tempi del primo periodo. Il diritto assiro esercitò una certa azione su quello degli Hittiti.

Le fonti. – Le fonti per lo studio del diritto della Mesopotamia antica sono:1. le leggi dei Babilonesi e Assiri; 2. i documenti giuridici; 3. le loro iscrizioni di carattere storico, religioso, economico, letterario. Per quanto riguarda le leggi, queste comprend0no sino ad oggi leggi sumere, il codice di Hammurabi, le leggi neobabilonesi un codice assiro e leggi assiro-cappadocie. Di quelle sumere ci sono state conservate nove leggi della settima tavola della serie Ana ittishu, tanto in sumero quanto in versione semitica, le quali trattano della rinnegazione tra padre e figlio, madre e figlio e marito e moglie, nonché della locazione d’uno schiavo. Di alcune leggi di Urukagina di Lagash (attorno al 2900 a. C.) e di Gudea, governatore della stessa città (2600) conosciamo il contenuto attraverso quanto ne dicono questi due principi nelle loro iscrizioni. Abbiamo inoltre frammenti di leggi di Uruk e Nippur, in tutto 26 leggi, le quali trattano della locazione di giardini, della responsabilità dei vicini, della schiavitù, delle false accuse, della proprietà, del matrimonio, della famiglia, dei danneggiamenti, dell’adozione e della responsabilità dei pastori. La prima raccolta di leggi semitiche che possediamo è il Codice di Hammurabi re di Babele (1955-1913 a. C.), che una riga dell’epilogo chiama dīnāt mēšarint ša Éammurabi “giudizî di giustizia di Hammurabi” e che si vuol citare con CH. Esso è modellato su simili raccolte sumere di leggi ed è in fondo una compilazione, basata su leggi precedenti, per la maggior parte sumere, le quali furono però modificate là dove le circostanze lo richiedevano, e interpolate, per renderle conformi al nuovo diritto, prevalentemente semitico. Il codice fu trovato inscritto su di un monolito nelle rovine di Susa e pubblicato per la prima volta, traslitterato e tradotto dal padre J.V. Scheil. Esso consta d’una introduzione di circa 282 leggi (il cui numero non si può determinare con esattezza, poiché nell’originale il testo non è diviso in articoli e in qualche punto è mutilo), e d’un epilogo. Hammurabi sostiene di aver ricevuto le leggi dal dio Samas, dio del diritto e della giustizia. Nella parte superiore del monolito il re è rappresentato in atto di adorazione davanti al dio. Il codice vigeva forse in tutto l’impero. Esso godette in Mesopotamia di grande riputazione fino ai tempi di Assurbanipal di Assiria (668-626 a. C.), come è attestato da frammenti di numerose copie di quasi tutte le epoche. L’importanza del codice è stata però esagerata dagli studiosi moderni del diritto babilonese. Delle altre raccolte di leggi babilonesi si conoscono finora in tutto 16 articoli di un codice neobabilonese, i quali trattano della locazione di campi, della vendita di schiavi e del diritto matrimoniale. Dei codici assiri conosciamo finora soltanto uno, piuttosto antico, trovato nelle rovine della capitale Assur. Esso risale probabilmente ai tempi di Ashshuruballiṭ (1380-1341) e consiste di circa 90 articoli, mutili in qualche parte. È una raccolta compilata da elementi disparati e che si basa su leggi anteriori. Il suo contenuto si riferisce specialmente al diritto penale. Abbiamo inoltre moltissimi documenti giuridici di tutte le epoche. Abbiamo contratti di tutte le specie, protocolli giudiziari, sentenze. estratti di libri commerciali, catasti fondiarî, ricevute, documenti amministrativi e conti dei templi, pietre di confine (v. kudurru). I documenti giuridici si sogliono classificare secondo il periodo cui appartengono.

La famiglia. – La famiglia, di carattere patriarcale, ha subbiettività giuridica ed è in possesso d’un proprio patrimonio, la cui conservazione interessa pure l’ordine pubblico. Dai figli legittimi, che sono anche gli eredi legittimi del padre, vanno distinti i figli della serva moglie, esclusi dall’eredità, ma liberi alla morte del padre. Se questi ultimi sono legittimati solennemente dal padre concorrono insieme con i figli legittimi all’eredità. Il padre può acquistare figli mediante l’istituto dell’adozione, mārūtu, la quale è un contratto reale, che il capo di famiglia dell’adottando conclude con l’adottato. Si possono adottare anche bambini che si diano a balia o ragazzi cui si faccia apprendere un mestiere. Il contratto di adozione si conclude in presenza di testimonî. Secondo le leggi sumere l’adottato che rinnega l’adottante è segnato come uno schiavo, incatenato e poi venduto. Il padre di famiglia ha la piena potestà sopra i figli, tanto sulle loro persone, quanto sui loro beni, ma questa potestà non arriva fino alla vendita dei figli, i quali però possono esser ceduti dal padre per un certo numero di anni al creditore. Anche la madre può esercitare la patria potestà e può dare in adozione anche da sé sola. Il patrimonio della casa o famiglia appartiene veramente a quest’ultima e il padre ne ha soltanto la custodia e l’usufrutto. I figli non possono disporre del patrimonio domestico, di fronte al padre però sono dotati di una certa capacità giuridica e patrimoniale. Nelle stesse condizioni si trova pure la moglie. Secondo il diritto assiro il padre può dare il figlio in pegno o cederlo al creditore. Il padre ha sui componenti la famiglia un vasto potere disciplinare, per il quale egli può punire i figli anche con pene gravi, specialmente nel caso che uno d’essi abbia commesso adulterio con la moglie principale del padre o nel caso che abbia battuto suo padre. Con la rinnegazione da parte del padre il figlio esce di casa e perde del tutto il suo stato e la posizione giuridica di figlio. Sulla moglie il marito ha potestà disciplinare molto vasta in Assiria.

La schiavitù. – Della famiglia fanno parte anche gli schiavi, ardu, amtu, il cui numero non è stato però mai molto largo. La schiavitù, ardūtu, può sorgere per prigionia di guerra, per pena in conseguenza d’un delitto commesso o per debiti non pagati. Gli schiavi pare portassero un marchio impresso, abuttum. La schiavitù può essere anche soltanto temporanea, come quella dei figli avuti dal padre di famiglia dalla moglie serva, i quali acquistano la libertà alla morte del padre, o quella della moglie o dei figli venduti o ceduti per debiti, i quali ultimi, secondo l’art. 117 del CH, acquistano la loro libertà dopo aver lavorato per tre anni nella casa del creditore pignoratizio. La posizione giuridica degli schiavi in Babilonia e Assiria è più umana che non in altri paesi dell’antichità. Essi sono veri e proprî soggetti di diritto, anzi in Assiria la loro posizione è quella di servi della gleba. Possono avere un proprio peculio e contraendo matrimonio tra loro possono costituire una propria famiglia. In generale si può affermare che i fondi ai quali gli schiavi coltivatori sono vincolati non si vendono che con essi. Il padrone può vendere o dare in pegno lo schiavo come pure farsi pagare la compositio da parte di coloro che lo hanno danneggiato. Chiunque abbia dato ricetto in casa propria allo schiavo altrui è obbligato a restituirlo a scanso della pena di morte. Se qualcuno riesce a catturare uno schiavo fuggitivo in aperta campagna, deve ricondurlo al padrone, ma ha il diritto di riceverne ricompensa. Essendo invalidi gli atti giuridici da parte d’uno schiavo, è proibito di comperare o ricevere in deposito oro, argento, uno schiavo o un animale da uno schiavo, senza scrittura formata alla presenza di testimonî (art. 7 CH). Il padrone può punire lo schiavo, senza avere il diritto di ucciderlo. Si taglia l’orecchio dello schiavo che rinnega ingiustamente il proprio padrone (art. 282 CH). Secondo il diritto sumero, se uno schiavo fuggitivo va in casa d’altri, e vi resta almeno un mese, il padrone che sia stato riconosciuto in giudizio come tale, ha diritto di ottenere dal nuovo padrone un altro schiavo o 25 sicli d’argento. Gli schiavi che si trovino in miseria devono essere mantenuti, secondo il diritto sumero, dal re. Secondo questo diritto, più umano di quello semitico, gli Schiavi hanno una certa indipendenza. L’atto giuridico del padrone col quale lo schiavo acquista la libertà, mārbanūtu, è la manomissione, la quale per un verso ha stretta affinità con l’adozione e per un altro anche carattere religioso. Essa consiste nell’eliminazione del marchio dal collo dello schiavo, nel volgere la faccia dello stesso verso oriente e nella dichiarazione del padrone contenuta in una scrittura che lo schiavo è libero. Però lo schiavo suol pagare al padrone un prezzo di riscatto e prestare il giuramento confirmatorio. Avvenuta la manomissione, il manomittente può attribuire al manomesso la qualità di figlio.

Il matrimonio. – Il matrimonio, preceduto dagli sponsali, ha carattere eminentemente contrattuale. Gli sponsali non sono altro che una compera simbolica della sposa da parte del padre dello sposo. Il padre dello sposo o anche lo sposo stesso paga al padre o alla madre o al fratello della sposa il prezzo della compera, la tirkhatu, che suole esser legata alla cintola della sposa quando questa entra nella casa del marito. La tirkhatu consiste in denaro, in schiavi e in altre cose mobili, qualche volta in terreni. La donna diventa con il fidanzamento l’ashshatu, la moglie dell’uomo, e può esser punita per infedeltà. Secondo le leggi assire la sposa è obbligata a maritarsi con i fratelli dello sposo nel caso che questi muoia o scompaia prima del matrimonio (levirato). Già nei tempi più antichi il prezzo diviene un dono fatto ai genitori della sposa, il quale può consistere anche in poca cosa ma è pur sempre un elemento indispensabile del matrimonio. (Si concludevano probabilmente anche matrimonî senza tirkhatu). Il matrimonio sumero non sembra esser stato diverso da quello accado. Si perfeziona il matrimonio con l’entrata della sposa nella casa del marito. Quel complesso di beni che la moglie al momento del matrimonio porta nella casa del marito e che le viene costituito dal padre o dai fratelli e consiste in denari, gioielli, abiti, masserizie, schiavi ed animali, si chiama sheriqtu ed è una specie di dote. In caso di morte del marito la moglie può riprendere la dote e disporne come vuole. Il marito dal canto suo fa alla moglie un donativo allo scopo di fornirle un appannaggio vedovile e gliel’assegna al momento della conclusione del matrimonio. Egli suole fare alla moglie anche altri doni, che essa acquista in proprietà e può lasciare liberamente al figlio prediletto. In Assiria si può contrarre matrimonio anche mediante l’usucapione, se la vedova che uno abbia sposata senza patti determinati dimori per due anni nella casa del marito. Secondo le leggi assire chi vuole contrarre matrimonio con la propria esirtu (concubina?) deve dichiarare solennemente davanti a cinque o sei suoi compagni che essa è sua moglie. La moglie che ha partorito figli al marito è la moglie principale, la vera moglie. La moglie sterile può dare al marito una serva per moglie, la quale gli procrei dei figli. Inoltre il marito può prendere una seconda moglie nel caso che la prima sia sterile o affetta da grave malattia. La moglie serva deve pettinare la moglie principale, lavarle i piedi, portarle la sedia nel tempio e renderle altri piccoli servigi. Se la moglie sia sterile e neppure la serva abbia partorito figli, il marito può prendere una concubina. Sembra che gli unici impedimenti al matrimonio consistessero nella parentela diretta. Le donne pubbliche e quelle consacrate a un dio non possono contrarre matrimonio. Il marito può ripudiare la moglie per varie ragioni; anzitutto nel caso che essa non gli abbia partorito figli, poi nel caso che si sia comportata con leggerezza o abbia trascurato il marito; inoltre in caso di adulterio. Il ripudio consiste nel pronunciare da parte del marito le parole solenni: “Tu non sei mia moglie”. Il marito inoltre consegna alla moglie un documento col quale rinuncia ai diritti sulla sua sostanza. La moglie non può ripudiare il marito che in pochi casi: quando egli la trascura e abbandona la casa. In caso che il marito sia fuggito in paese straniero la moglie può entrare nella casa di un altro uomo. In Assiria il marito ha ampî poteri sulla moglie, ch’egli può punire persino con la morte. In Babilonia la posizione giuridica della donna non è la stessa dell’uomo, quantunque la sua situazione sia buona. Essa può fungere da testimonio nei contratti insieme con i maschi e anche sola, può concludere ogni specie di contratti, ha la capacità di stare in giudizio, può fare donazioni e disporre dell’eredità. In Babilonia la posizione della donna è di molto superiore a quella in altri paesi del mondo antico. La moglie ha il patrimonio distinto da quello del marito: ne formano parte l’assegno vidualizio e la dote, nonché i doni che le sono stati fatti dal marito durante il matrimonio. Il marito amministra la dote della moglie e l’assegno vidualizio, mentre gli altri beni rimangono in possesso di lei. Per i beni acquistati dopo il matrimonio vige il principio della comunione degli acquisti. Morto il marito, la vedova può restare nella casa. Essa non può trasferire nessun bene ad estranei, perché il patrimonio appartiene ormai alla famiglia. Il matrimonio paleoassiro è patriarcale: la moglie entra nella casa del marito. Esiste d’altra parte anche un matrimonio senza la completa manus del marito, e in questo caso la moglie abita nella casa dei proprî genitori e soltanto riceve le visite di suo marito.

L’eredità. – Il diritto ereditario si basa sulla successione legittima. Alla successione della casa sono chiamati i figli, mentre le figlie non hanno qualità di erede. Morto il padre, i figli dividono il patrimonio tra loro, anche se di letti diversi, e in concorrenza tra loro se vi sono anche figli dei figli, senza riguardo se si tratti di figli carnali o adottivi, se di quelli della moglie principale oppure della moglie serva, legittimati. In mancanza di figli ereditano le figlie. Se esse hanno fratelli, la loro partecipazione all’eredità si riduce a una quota d’usufrutto, che alla loro morte ritorna ai fratelli. La figlia però consacrata dal padre a un dio, può disporre della propria quota dell’eredità a favore di terzi. In diritto babilonese non esiste il testamento, il padre però può disporre del patrimonio anche durante la sua vita dividendolo tra i figli ai quali è vincolato per legge. Se mancano gli eredi legittimi, il padre può, mediante un’adozione a scopo di eredità, conferire il diritto di successione all’adottato. I beni in questo caso sogliono rimanere in possesso dell’adottante fino alla sua morte, nel qual momento passano all’adottato. Mediante l’adozione in eredità l’adottato non diventa figlio ma soltanto erede, ablu. Secondo il diritto sumero il padre può diseredare i figli; secondo il CH questo non può avvenire che sotto il controllo del giudice e soltanto per un grave delitto commesso dal figlio. La divisione dell’asse relitto si fa o di comune accordo o per decisione del giudice. Fatta la divisione, si suole stendere un inventario, dopo che il figlio maggiore abbia reso minuto conto della stessa, confermato da un giuramento. Secondo il diritto sumero il figlio primogenito può avere una quota di preferenza. Secondo le leggi assire l’erede anziano prende due terzi del terreno, uno a scelta e l’altro in sorte con i fratelli.

La proprietà. – Nel diritto babilonese si fa distinzione, per quanto riguarda la successione ereditaria e la rivendicazione, tra i campi, gli orti e le case da un lato e gli animali, gli schiavi, il frumento, l’oro, l’argento dall’altro. I diritti immobiliari sono pubblici: lo stato li tiene in evidenza in una specie di catasto. I re sogliono conferire in beneficio a persone e templi beni immobili contro l’obbligo di prestare servizio militare. Il beneficio, ilku, è trasmissibile anche ai figli. Nel caso che il vassallo sia stato fatto prigioniero di guerra, il figlio gli succede nel beneficio. Se, causa la prigionia di guerra del vassallo, l’ilku è stato provvisoriamente conferito a un terzo, il vassallo originario ne entra di nuovo in possesso tosto che ritorna in patria. Il beneficio è inalienabile. Il patrimonio d’una famiglia appartiene alla famiglia stessa, non alle singole persone che la costituiscono, e forma un’unità giuridico-economica autonoma. Il capo di famiglia garantisce nella vendita d’immobili il compratore da qualsiasi reclamo da parte d’un inembro della famiglia. Perciò i documenti relativi sono conclusi dal padre insieme con i figli, i quali intervengono almeno come testimonî oppure si limitano a giurare che non solleveranno nessun reclamo. Vige in Mesopotamia anche il diritto di retratto per i fondi. Spesso perciò il venditore assicura il compratore che tale diritto non esiste. Si ha il condominio tanto di case quanto di animali e schiavi. La proprietà ha carattere assoluto, e non subisce che leggiere restrizioni. In Babilonia non esistono servitù legali, ma soltanto quelle costituite per contratto. Esistono la servitù di pascolo, quella di passaggio sul fondo altrui, quella del muro divisorio, e quella d’irrigazione. Per costituire il dominio non basta il semplice possesso, ma si richiede la coesistenza del possesso e d’un titolo giuridicamente valido. La tradizione della proprietà avviene mediante la consegna della scrittura che la concerne. Essa è simboleggiata dal bukannu, da un bastone che si trasferisce dal tradente al nuovo proprietario. Il proprietario ha una azione di rivendicazione contro il possessore della cosa. Colui che viene trovato in possesso d’una cosa smarrita è sospettato di furto e deve giustificare il suo possesso. Secondo le leggi sumere chi per tre anni paga l’imposta per una casa e vi abita, senza obbiezione da parte del proprietario, ne acquista la proprietà.

Le obbligazioni. – Per concludere un negozio giuridico è necessaria la formazione d’un documento senza il quale il contratto non è perfetto. Ogni contratto deve essere scritto. Le obbligazioni possono essere anche astratte. La tavola d’argilla col contratto si chiama duppu, anche kunukku dal Sigillo che porta. Il contratto si chiama riksu “legamento”. La consegna della tavola significa la consegna della cosa. Tutti i contratti sono perciò reali. Il documento descrive molto sommariamente tutti gli elementi essenziali dell’atto, i nomi delle parti contraenti, il nome dei testimoni adibiti e la data. I nomi sono autenticati dai sigilli. Il numero dei testi varia: arriva fino a 25. Della scrittura si fanno copie che si conservano negli archivî dei tribunali o della città o dei templi. Per garantire la veridicità dell’atto le parti prestano un giuramento, che ha carattere promissorio e si presta per la divinità della città o per il re. Altre garanzie delle obbligazioni sono il pegno e la fideiussione. Se il debitore non paga il debito, il creditore può tenere per sé il pegno, come se lo avesse acquistato. Si può prestare garanzia facendo intervenire una terza persona, il garante, il mukil qaqqadi “colui che tiene la testa” del debitore. Garantire si dice pure rēsham hullu con lo stesso significato. Di solito il garante sottentra soltanto al momento del pagamento, obbligandosi a pagare in luogo del debitore moroso. All’atto della “prensione” del debitore da parte del creditore, interviene il garante, il quale allontana dal debitore la mano del creditore e si dichiara disposto a pagare. Si può prestare garanzia anche all’atto della stipulazione oppure prestando l’espromissione. I Babilonesi conoscono già in tempi molto antichi i titoli al portatore. Questi portano la clausola che il debitore pagherà a qualunque persona gli presenterà il documento o la quietanza. Il debitore può assegnare il debito a un altro creditore, ma il primo può rifiutarsi di riconoscere simile costituzione. La violazione del contratto è punita essendo atto illecito, non soltanto per le pene stipulate dalle parti, ma anche per quelle inerenti alla violazione stessa.

Il deposito. – È indispensabile per concludere questo contratto la formazione d’una scrittura. Il depositario risponde del danno anche nel caso che sia stato prodotto da terzi (125 CH). Il depositario deve restituire gli oggetti ricevuti in ispecie, come oro, argento, frumento, sia entro un dato termine, sia a ogni richiesta del depositante. Se nega il deposito deve pagare il doppio dell’oggetto depositato. Si possono fare anche depositi irregolari. Il termine per designare il deposito è maṣṣarūtu, che significa veramente custodia.

La compravendita. – Questo contratto è accanto al mutuo uno tra i più importanti negozî giuridici della Mesopotamia. Anche per questo è necessaria la scrittura con l’indicazione dell’oggetto, della grandezza e dei confini, quando si tratta d’ immobile, del titolo di proprietà del venditore, della dichiarazione di vendita, dell’indicazione del prezzo, dei nomi dei testi e della data. Alcuni oggetti non si possono alienare. Il padrone non può vendere la schiava che gli abbia partorito figli, il vassallo il suo beneficio. La proprietà passa al compratore al momento del pagamento del prezzo. Di solito il pagamento si fa all’atto stesso della consegna dell’oggetto. La vendita può avvenire a contanti o a credito. In quest’ultimo caso si conclude un contratto di mutuo o deposito, nel quale il prezzo si suppone essere stato pagato e restituito a titolo di mutuo o deposito. Può accedere al contratto anche un garante per l’eventuale evizione dell’oggetto compravenduto. Anche il venditore stesso può dichiarare di voler rispondere di tutte le pretese di terzi. Nel diritto assiro il compratore è garantito oltre che dalla multa da una pena che può arrivare fino al decuplo del prezzo. Il venditore deve rispondere di tutti i difetti della cosa. Riguardo agli schiavi il CH stabilisce che il venditore risponde tanto per la fuga dello schiavo quanto per la malattia del bennu. Fino dal momento della stipulazione del contratto il rischio della cosa sta a carico del compratore. Si possono anche vendere le cariche o prebende dei templi, trasmetterle per successione e dividerle tra gli eredi. Nell’epoca neobabilonese ricorre frequentemente la clausola che garantisce il compratore dal retratto dei membri di famiglia del venditore.

Il mutuo. – Si mutuano il grano, il sesamo, i datteri, l’olio, la lana, i mattoni e il denaro. Secondo la natura degli oggetti mutuati varia il termine fissato per la restituzione, quando nella scrittura non si sia fissato un termine determinato. Siccome i templi sono i grandi banchieri, si ricorre volentieri agli stessi per i mutui, che si concludono o con gli stessi templi o col dio Samas o con qualche sacerdotessa. I mutui sono gratuiti o a titolo oneroso. Nel primo caso lo si rileva espressamente nel contratto. L’interesse è fissato per legge. Se l’interesse è fissato in grano, può variare secondo il raccolto del campo del debitore. Nel caso che il campo non abbia reso nulla, l’obbligazione riposa (48 CH). Il saggio d’interesse varia per i mutui di frumento dal 20 al 331/2%, per quelli di denaro oscilla tra il 51/2% e il 25%. Per i templi vigono tassi speciali d’interesse. Il mutuatario è obbligato a restituire il debito insieme con l’interesse al tempo stabilito e nel luogo di pagamento fissato nel contratto o dall’uso. Se il debitore non ha il denaro, può estinguere il suo debito versando grano o sesamo al tempo del raccolto. Se il debitore non è affatto in grado di pagare il suo debito, può estinguerlo consegnando al creditore davanti a testimonî tutti i beni che possiede. Il creditore che esige gl’interessi in misura superiore a quella legale, è punito con la perdita del capitale prestato. Il creditore, che senza avervi diritto, prende in pegno il suo presunto debitore o pur avendovi diritto lo fa morire per maltrattamenti, è severamente punito.

La locazione e conduzione. – Anche questo è un contratto di natura reale. Si possono locare terre colte o incolte che si dànno a coltivare o dissodare. Il contratto di coltivazione si suole stipulare per un anno. Nella colonìa parziaria il proprietario del fondo fornisce tutto il capitale necessario alla coltivazione dello stesso, mentre il colono è obbligato a coltivarlo e restituirlo dopo il termine fissato. Il proprietario percepisce 1/2 o 1/3 del prodotto. Un proprietario può concedere un fondo seminativo o incolto per quattro anni a un coltivatore perché lo trasformi in frutteto, attribuendogli in compenso la proprietà di una metà del campo, designata dal concedente stesso in seguito alla divisione del campo effettuata nel quinto anno dalla data della concessione. Le spese sono sostenute dal colono. Il canone che suole esser fisso consiste in una prestazione in natura, in grano o datteri, oppure si calcola al tempo del raccolto secondo la produttività del campo e la sua superficie. Se un uragano ha distrutto il raccolto, il locatore deve pagare un minimo. Per il dissodamento di terre incolte si conclude un contratto di tre anni. Per la piantagione d’un orto il contratto dura quattro anni. Se il conduttore non lo abbia ridotto ad orto, deve consegnarlo alla fine del quarto anno al proprietario, zappato ed erpicato, pagando anche una certa quantità di frumento. Il codice di Hammurabi detta norme speciali anche per il contratto d’imboschimento. Per il contratto di allevamento di bestiame, questo si affida a guardiani, pecorari, pastori, caprai, per i quali la legge fissa la mercede da corrispondere. Essi rispondono delle perdite, fuorchè di quelle avvenute per un colpo di dio. Tutti gli ammanchi avvenuti per colpa del pastore vanno da questo indennizzati capo per capo. Se il pastore agisce con malizia egli deve corrispondere al padrone il decuplo degli animali mancanti. Si possono noleggiare buoi e asini anche per un dato tempo soltanto, per il quale la mercede è fissata dalla legge. Chi per maltrattamenti fa morire il bue preso in affitto, deve risarcirlo al proprietario. Le case si affittano per un anno o per un periodo più lungo. La pigione si paga posticipatamente. Le spese di riparazioni stanno a carico dell’inquilino. La legge stabilisce pure l’importo da pagare per il noleggio dei battelli e dei carri. Si possono anche locare le prestazioni di schiavi, dei figli di famiglia e della propria persona. La mercede consiste in denaro o in grano o in olio ed è pagata di solito posticipatamente. Se l’operaio non si presenta al lavoro o l’abbandona, si procede secondo la legge ed egli ci rimette la mercede. La legge disciplina anche il contratto di conduzione d’opere dei marinai, falegnami e cordai, e detta norme speciali per la locazione d’opera degli architetti, costruttori, medici e veterinarî. Se la casa è crollata e sono stati uccisi il proprietario o suo figlio, si uccideranno l’architetto o suo figlio. Se a causa della cura del medico il paziente muore, si tagliano le mani del medico; se il paziente è uno schiavo, il medico deve rendere schiavo per schiavo.

La società commerciale. – Questa società ha tutte le caratteristiche dell’accommandita. Un negoziante, tamkaru, presta denaro a un agente per le sue imprese o gli affida frumento, lana, olio o altro per la vendita. Il contratto è reale e richiede una scrittura. Il tamkaru non ha ingerenza alcuna nella gestione degli affari, ma ha diritto al conto dei profitti e delle perdite e al conseguimento della metà dei lucri. La proprietà del capitale passa all’agente, shamallū: non esiste dunque capitale comune. Nel contratto di commissione l’agente deve stendere una quietanza della merce ricevuta, la quale resta proprietà del tamkaru. Se l’accommandatario subisce senza sua colpa un danno, deve restituire nullameno il capitale. Se il negoziante contesta falsamente all’agente di aver ricevuto la merce, paga sei volte tanto. Al momento dello scioglimento della società i soci devono presentare i conti al giudice confermandone l’esattezza col giuramento. Poi passano alla liquidazione e ripartiscono i lucri e i crediti “dalla paglia all’oro”. La morte d’un socio scioglie la società.

Le donazioni. – Anche per questi negozî giuridici si chiede un documento redatto alla presenza e confermato da testimonî e corroborato dal giuramento di colui che fa la liberalità. Di solito è il padre che fa qualche donazione ai figli o il marito alla moglie. Se il padre di famiglia fa donazioni a estranei, i figli o eredi vi acconsentono. Le donazioni sono atti reali e trasferiscono la proprietà. Il donatario ha la piena e libera disponibilità della cosa; il donante può però imporre dei limiti indicandogli a chi debba lasciarla in eredità. Il marito fa donazioni alla moglie al momento delle nozze oppure durante il matrimonio. La donna alla sua morte deve lasciare le cose avute in dono ai figli. Altre donazioni si fanno da parte dei genitori ai figli o alle figlie in occasione del loro matrimonio. È ammessa la revoca della donazione, a mo’ d’esempio per il cattivo comportamento del donatario. Si hanno anche donazioni modali. Nel diritto sumero si fanno confermare le donazioni da parte del tribunale. I Babilonesi conoscevano anche le donazioni fedecommissarie, con le quali un capo di famiglia assegna a titolo gratuito a una delle proprie mogli beni mobili o immobili con l’obbligo di conservarli, godendone l’usufrutto durante tutta la vita, e di trasmetterli alla morte a uno dei figli, che deve essere da lei designato e che non può rinunziare alla donazione. Le donazioni fatte ad estranei sono principalmente quelle regie, congiunte nel documento di concessione con severe minacce contro chi abbia mosso questione al donatario insieme con l’invocazione della maledizione degli dei, quelle fatte da alti funzionarî dello stato, come sarebbero governatori di provincie, nonché quelle fatte ai templi e agli dei.

La procedura. – Il processo si è sviluppato dal processo arbitrale privato, non rivestito di pubblica autorità e con una sentenza che non vincola affatto le parti. La procedura del periodo neobabilonese conosce già sentenze con forza vincolatoria per le parti. Siccome nel periodo paleobabilonese la parte soccombente può riaprire la controversia, il tribunale l’obbliga a formare un documento di rinuncia a ogni reclamo contro la decisione del giudice. Questo documento è detto duppu la ragāmim “tavola di non reclamare”. Nella procedura sumera l’attore presenta un’istanza contenente un’ esposizione sommaria e le pezze d’ appoggio al mashgim, che è una specie di giurato o arbitro, il quale cerca di conciliare le parti, affinché la cosa non sia portata davanti ai giudici. Di tutto il processo si fanno note concise, che recano il nome di sa tilla “questione regolata”. Il processo paleobabilonese si divide in tre fasi. Esso è provocato da una parte mediante citazione privata, sabātu “afferrare”, fatta davanti a testimonî. Se il citato non soddisfa alle pretese, tutte e due le parti adiscono i giudici. Il giudice apre il processo, esamina sommariamente le premesse per l’ammissione del perito e concede all’attore l’azione. Esposte dalle parti le loro ragioni, il giudice esamina la causa e valuta le prove addotte dalle parti. Nella seconda fase il giudice emana la sentenza o meglio la proposta di sentenza, la quale può imporre a una delle parti o a tutte e due una prestazione oppure una prova. La terza fase consiste nella formazione d’una tavoletta di non voler sollevare reclamo, di riguardare la cosa come definitivamente decisa e di sottomettersi alla sentenza. Una volta emesso il documento, né il giudice né le parti possono più cambiare il tenore della sentenza. Possono stare in giudizio anche la donna maritata e il plebeo, mushkēnu, mentre non lo possono i figli fintanto che vivono in famiglia. La prova consiste nei documenti, nelle testimonianze, negli ordali e nei giuramenti. Con la sentenza si impongono anche pene pecuniarie e corporali, come il perforamento del naso o il taglio dei capelli. I tribunali sono di solito collegiali e constano di 4, 5, 6 o 8 giudici, ma vi sono anche giudici singoli. I giuramenti si prestan0 nei templi davanti ai sacerdoti, i quali soltanto in tale funzione di assistenti ai giuramenti si inseriscono nella procedura babilonese. I giudici sono obbligati a giudicare secondo la imdat sharri “la legge del re”. Nei casi non previsti dalla legge il tribunale ricorre al diritto consuetudinario del luogo.

Il diritto penale. – Le pene che le leggi babilonesi comminano ai trasgressori sono più miti di quelle in uso presso gli Assiri, in conformità al carattere più guerriero di questi ultimi. Le leggi in Babilonia tengono conto, nella determinazione della punibilità di un fatto o di un’azione, oltre che del fatto in sé, del danno prodotto e delle intenzioni del soggetto. Per esser imputabile, un delitto deve essere commesso scientemente. L’evento casuale e la forza maggiore non sono punibili. Le leggi prendono in considerazione anche la colpa professionale. La vendetta non è ancora del tutto tramontata e le leggi assire ne ammettono la composizione mediante il pagamento d’una somma di denaro. Le pene sono pubbliche. Queste sono: la morte mediante annegamento o bruciamento o impalatura, le mutilazioni di varie membra, la fustigazione con la verga, la berlina e la corvée in servizio del re. La multa e la compositio possono arrivare fino al trentuplo. La legge del taglione informa più o meno tutte le pene: si colpisce quella parte del corpo che ha commesso il delitto. Le pene variano anche secondo la persona contro cui è stato commesso il delitto. In Assiria si sconta l’omicidio col pagamento di una somma di denaro: un pastore va risarcito con due talenti di bronzo, un uomo comune con la moglie o col fratello o il figlio dell’uccisore. Se le parti non riescono a mettersi d’accordo, l’omicida viene ucciso. Per quanto concerne i reati contro la famiglia, il diritto sumero stabilisce che il figlio rinnegatore del padre deve essere segnato, posto in catene e venduto per denaro. L’incesto è punito con la morte. Il marito gode del diritto di grazia rispetto alla moglie colpevole, in Assiria non può punire però il complice con una pena maggiore di quella che ha inflitta alla moglie. Sono contemplati dalla legge i furti qualificati, quelli di oggetti preziosi, d’animali domestici, di barche, attrezzi agricoli, quelli perpetrati in danno del re, dei liberi e plebei. Il codice di Hammurabi dispone pure che la sacerdotessa che non viva nel chiostro e apra una taverna o v’entri sia bruciata.

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Chr.), Lipsia 1911; M. San Nicolò e A. Ungnad, Neubabylonische Rechts- und Verwaltungsurkunden, Lipsia 1928. Sui kudurru, vedi: Fr. X. Steinmetzer, Die babylonischen Kudurru (Grenzsteine) als Urkundenform untersucht, Paderborn 1922. Sul diritto assiro e sui docum. assiri sono da consultare: V. Scheil, Recueil de lois assyriennes, Parigi 1921; Kn. Tallqvist, Old Assyrian Laws, Översikt av Finska Veten. Societ. Förhandlingar, LXIII, B. 3, Helsingfors 1921; H. Ehelolf, Ein altassyrisches Rechtsbuch, Berlino 1922; G. Furlani, Frammenti di leggi assire, in Riv. degli Studi Orientali, X, pp. 110-139; P. Koschaker, Quellenkritische Untersuchungen zu den altassyrischen Gesetzen, Lipsia 1921; G. Furlani, Leggi assire, art. 15, e leggi hittite, articoli 197-198, in Riv. degli Studi Orientali, X, pp. 293-314; G. Furlani, Di una procedura non contenziosa nelle leggi assire, in Riv. di dir. process. civile, II, pp. 157-160; id., Il diritto penale in Assiria, in Archivio giuridico, XCIII, pp. 114-132; C. H. W. Johns, Assyrian deeds and documents, I-IV, Cambridge 1898-1923; J. Kohler, A. Ungnad, Assyrische Rechtsurkunden, Lipsia 1913: E. Ebeling, Keilschrifttexte aus Assur juristischen Inhalts, Lipsia 1927. Sul diritto assiro-cappadocio, vedi G. Furlani, Documenti giuridici assiro-cappadoci, in Atti Acc. Scienze di Torino, LIX, pp. 89-101. Per il diritto di Arrapkha (detto anche di Kerkūk), vedi G. Contenau, Tablettes de Kerkouk et les origines de la civilisation assyrienne, in Babyloniaca, IX; É. Cuq, Les contrats de Kerkouk au Musée Britannique et au Musée de l’Irak, in Journal des Savants, 1927, pp. 337-346; C. J. Gadd, Tablets from Kirkuk, in Revue d’Assyriologie, XXIII, pp. 49-161; P. Koschaker, Neue keilschriftliche Rechtsurkunden aus der el-Amarna-Zeit, Lipsia 1928; E. Chiera, Joint Expedition with the Iraq Museum at Nuzi, I, Inheritance texts, Parigi 1927; E. Chiera e E. A. Speiser, SelectedKirkukdocuments, in Journal of the Amer. Oriental Soc., XLVII, pp. 36-60.

Recentemente ha trattato per esteso del diritto di Babilonia e Assiria G. Furlani nel cap. XI di La civiltà babilonese e assira, Roma 1929, pp. 396-494. Una sua versione italiana di tutte le leggi dell’Asia anteriore antica finora venute alla luce (ad eccezione di quelle ebraiche) è uscita sotto il titolo Leggi dell’Asia anteriore antica, Roma 1929. É. Cuq ha fatto recentemente una nuova edizione dei suoi scritti sul diritto della Mesopotamia antica: Études sur le droit babylonien, les lois assyriennes et les lois hittites, Parigi 1929.

Musica.

Resti monumentali, documenti di storia mesopotamica, testimonianze bibliche, greche e romane, tutto induce a pensare che la musica presso i Babilonesi e gli Assiri avesse un’importanza molto grande.

Del periodo sumero sappiamo, in fatto di musica, ben poco, ma è a credere che fin da quell’epoca i rapporti fra l’arte dei suoni e l’arte magica fossero già strettissimi e stabiliti in modo che gli Assiri non abbiano poi fatto altro che svilupparli ulteriormente. Vi era, allora, uno strumento, considerato rituale per eccellenza, e cioè il balag, specie di timpano con cassa di risonanza, nominato in molti testi. Il balag si dovette usare specialmente nelle cerimonie inerenti al culto dei templi, e in modo particolare in quelle del sacerdote kalū. I musicisti erano dei sacerdoti (detti nar) d’ambo i sessi, e degni talvolta che se ne tramandasse il nome (così conosciamo un Ushumgal-Kalamma e una sacerdotessa, Ni-dagal-ki). Le divinità stesse erano immaginate come amanti della musica. Ea, col nome di Lumkha, era il protettore dei musicisti.

Presso gli Assiri la musica entrava nelle cerimonie regali, nei trionfi guerreschi e nei fastosi conviti, considerata come un pomposo ornamento di quelli: e allora si mettevano insieme schiere di sonatori e di cantori a decine e anche a centinaia. Assumeva, d’altro lato, una funzione prettamente sacra nelle cerimonie religiose, negli atti (sacri) di fondazione di palazzi e città, nel culto dei morti, nelle danze attinenti a tali funzioni e persino nei ritorni dalle cacce reali.

La diversità di valore fra i due generi di musica è comprovata oggi, nella perdita forse totale di ogni documento di vera musica mesopotamica, dal fatto che, mentre sonatori e sonatrici erano spesso assunti fra gli stranieri e persino tra i nemici caduti prigionieri, i veri e propri musici (zamaru) costituivano, secondo quanto ci attestano iscrizioni della biblioteca di Assurbanipal (sec. VII), una classe sacerdotale d’altissimo rango, immediatamente dopo i re e avanti gli scribi; è evidente che la prima categoria doveva essere impiegata come massa nel fastoso cerimoniale delle feste d’esultanza. Alla musica rituale probabilmente si connettevano anche credenze e calcoli, derivazioni dell’astrologia e della religione, ma nulla sappiamo di preciso in proposito, poiché nessun credito va dato agli accenni di Plutarco (De animae procreatione in Timaeo, 31) sulle equivalenze astrologiche fra gl’intervalli della scala e i rapporti fra le stagioni dell’anno.

Gli strumenti crebbero di numero, e riesce oggi arduo di assegnare ciascuno dei tanti nomi tramandatici a una delle forme rappresentate nei bassorilievi Il principale officio restò agli strumenti a percussione, come tamburi e timpani, e a corde pizzicate, fossero arpe (v.) o cetre (v.), spesso riunite in numerosi gruppi. Pare che il nome più corrente dell’arpa assira fosse sabgah. Ma anche al flauto – semplice o doppio – si attribuì un’importante funzione specialmente rituale. Si fa il nome dell’imbūbu, di canna (donde forse il siriaco abūbā, ed anche il latino amtbubaiae, col quale nome Romani designavano le orientali sonatrici di flauto). Altri strumenti a fiato molto in uso presso un popolo dedito alla guerra, alla caccia e alla pastorizia come l’assiro, dovettero essere la tromba (qarnah) e la sumponiah, che non solo nella forma ma nel nome somiglia alla nostra zampogna. Esisteva anche un flauto a più canne, quasi flauto di Pan, chiamato sharaq. Un curioso piccolo strumento, specie di fischietto, rinvenuto a Birs Nimrūd e conservato al museo della Società Asiatica di Londra, fu provato dal Fétis e diede le tre note dell’accordo di Do maggiore.

Tra gli strumenti a percussione si possono menzionare i timpani (khalkhallatu, lilisu, uppu e manzū), tamburi (balaggu) e piccoli piatti di forma speciale conica. Polluce, scrittore del secolo II d. C., attribuisce (Onomasticon, IV, 60) agli Assiri l’invenzione della pandora, strumento a corda di forma non bene accertata, noto in Grecia fin dal sec. V a. C.

Bibl.: Fétis, Hist. de la musique, I, p. 348; C. Engel, The music of the most Ancient Nations, Londra 1909; C. Virolleaud e F. Pélagaud, in Lavignac, Encycl. de la musique, Parigi 1927; B. Meissner, Babylonien und Assyrien, II, Heidelberg 1923, pp. 66-67 e 326-328. Per la musica sacra vedi G. Furlani, Il rito babilonese-assiro della copertura del timpano sacro, in Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, LXII (1927), pp. 286-328. Per una riproduzione neobabilonese del balaggu sopra una tavoletta d’argilla, vedi l’incisione a p. 293 dello stesso articolo. Cfr. inoltre G. Furlani, Gli ideogrammi di sum. balag = acc. balaggu, e sum. liliz = acc. lilissu, tamburo e timpano, in Aegyptus, VIII, pp. 275-286.

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