per quale motivo il pericolo della germania di hitler venne sottovalutato

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BERLINO – «Hitler non era inevitabile, ma la caduta della Repubblica di Weimar sì. Il nazionalsocialismo non tornerà. Con le crisi attuali però le democrazie europee appaiono esposte al rischio populismo». E’ la diagnosi del professor Michael Sturmer, ex consigliere del cancelliere Helmut Kohl e tra i massimi storici tedeschi. Con lui facciamo il punto, mentre stanno per cadere i 75 anni dell’ avvento di Hitler. Professor Sturmer, al contrario del terrore bolscevico, il nazionalsocialismo vinse in un paese civile ed evoluto. Era davvero impossibile evitarlo? «Guardiamo all’ orizzonte storico di allora. Negli anni di crisi dal 1929 Hitler era evitabile, la caduta della repubblica di Weimar no. Infatti mutò in un sistema di dittatura presidenziale. Che avrebbe potuto sopravvivere». Perché non fu così? «Tra il 1932 e il ’33 tutti i giornali borghesi, centristi, commentavano con ottimismo: Hitler e il suo movimento sono finiti. Hitler era a un passo dal suicidio, nei suoi diari Gobbels narrò della disperazione del capo. Poi venne la svolta. Vinsero le elezioni, e valse da quel momento la parola di Gobbels stesso: “da qui nessuno ci farà più uscire vivi”». Ma dove furono, nella civile Germania, le radici del nazionalsocialismo? «Molti fattori furono necessari ma non sufficienti. Primo, il trauma della modernizzazione e quindi industrializzazione, urbanizzazione accelerata. Un processo con molti vincitori ma anche molti perdenti. Si smarrirono le cognizioni di limiti, confini e radici. La Germania del 1914 era ben diversa dalla Germania di Bismarck. Fu creativa in ogni campo, anche poi sotto Weimar: dall’ arte, all’ architettura, dal nuovo mondo dell’ anima con Freud alle scienze sociali con Max Weber alle scienze con Einstein e Max Planck, alla tecnica. Ma fu innovativa anche nella Kriegsfuehrung, l’ arte di fare la guerra». In che senso? «Cominciò a pensare la guerra a livello industriale, una dimensione inimmaginabile prima. Una condotta della guerra senza regole. Cadde un’ altra frontiera. In un momento storico in cui i Lenin, gli Hitler, i Mussolini erano già presenti, ma ancora incatenati dalle strutture del passato, la prima guerra mondiale fu una rivoluzione. Lo Stato divenne un tiranno collettivo, espropriò, eliminò élites intere, distrusse ceto medio e piccole aziende, si comportò con un cinismo mai visto. Quello che oggi gli americani chiamano “post-battle trauma” per i reduci dal Vietnam o dall’ Iraq allora colpì l’ intera nazione». Una rivoluzione non identificata come tale? «Sì. Poi venne il trattato di pace, che fu una brutale messa in ginocchio e una spoliazione dell’ economia tedesca, con la premessa che la Germania fosse l’ unica colpevole della guerra. Le riparazioni di guerra fecero volare l’ inflazione, mandarono in rovina milioni di persone. L’ inflazione galoppante distrusse non solo i risparmi ma anche ogni idea di giustizia, responsabilità, rigore finanziario. E l’ immagine della democrazia». Poi la crisi del ’29. La dittatura divenne allora inevitabile? «Nel ’29 la Germania, dovendo ancora riparazioni di guerra, non ebbe la forza di sganciarsi dall’ oro e svalutare, a differenza di quanto fecero Usa e Regno Unito. Allora crebbe un piccolo partito marginale. Nessuno capì quanto fosse profonda la disperazione nella gente. La paura del crollo sociale univa borghesia e lavoratori, c’ era la paura del bolscevismo, anche nella Spd, e arrivò Hitler: promise tutto e il contrario di tutto, era l’ ambivalenza in persona. La disoccupazione era a 6 milioni, senza il welfare di oggi, più i figli dei contadini: quasi un terzo della forza lavoro. La borghesia e le sue espressioni politiche – rileggiamo Fest – erano sempre più deboli, lui non aveva antagonisti. Hindenburg era un vecchio scemo, non aveva capito il pericolo». Solo lui non lo aveva capito? «Il segreto del successo di Hitler fu la sua sottovalutazione da parte di tutti o quasi. I socialdemocratici dissero “vincemmo contro Bismarck, vinceremo anche contro questo guitto austriaco”. Lo sottovalutarono l’ esercito, la Chiesa, i governi britannico, francese, americano. Gli stessi ebrei! Un anno dopo le leggi razziali di Norimberga, vennero tutti alle Olimpiadi di Berlino come maschere di carnevale! Non avevano letto Mein Kampf, in cui i programmi erano chiari». Perché lo sottovalutarono tutti? «Parlava come un proletario, non sembrava un politico di successo. Non capirono che proprio l’ uomo che viene dal nulla è svincolato da tutto, e può rivoluzionare il mondo. Il totale nichilismo della sua volontà di potere non fu preso sul serio. Non ci si chiese allora se il Male esiste. E poi, quanto era ancora civilizzata la Germania di allora dopo quell’ erosione dei valori cominciata al Fronte nel ’14? Lui sedusse i giovani. A 44 anni, fu e resta il più giovane tedesco eletto cancelliere. La maggioranza dei giovani era per lui; come l’ architetto Albert Speer, e nelle Ss, Heydrich. I giovani subalterni passati con lui facevano paura ai loro superiori anziani: nelle forze armate – lo narra Enzensberger nella sua biografia di von Hammerstein – e in ogni campo». Perché le voci contro di lui furono così deboli e rare? «Ben presto divenne molto pericoloso parlarne male. La Gestapo fu creata in fretta. Il terrore era anche personale. I campi di concentramento furono aperti e pubblicizzati. Le leggi successive all’ incendio del Reichstag abrogarono lo Stato borghese di diritto. E fu un misto di terrore e seduzione: la paura della polizia, e poi della polizia segreta, era reale nel quotidiano. E il regime seduceva con l’ immagine di ordine, creando posti di lavoro, specie per il riarmo. Fu un totalitarismo ma non integrale. Convissero, narrò anche Sebastian Haffner, due vite, due Stati: la vita normale, il cinema, il jazz, divorzi e diritto civile in mano a magistrati ordinari. E lo Stato in mano alle Ss: arbitrio, tortura, minaccia di morte. Tutto ciò senza libera stampa, con le informazioni diffuse solo da Gobbels». Troppo consenso, poca opposizione? «L’ opposizione era troppo debole e soprattutto divisa. I giovani non erano con lei. Il 1933 fu una rivoluzione giovanile, i vecchi difesero male una repubblica già caduta. Tutto ciò, insisto, in un paese in cui nei primi anni il Terrore coesisteva con cinema, cabaret, feste. Vita normale, diverso dalla Mosca di Stalin. Sembrava che il Terrore colpisse solo gli altri. Seduzione e violenza insieme, un totalitarismo che concedeva illusioni, furono la sua ricetta. Fino alla guerra». La guerra sarebbe stata evitabile? «Hitler era un astuto giocatore d’ azzardo. Pensava a un’ espansione, all’ inizio, non al dominio d’ Europa intera. Non a caso armò la Luftwaffe ma senza pensare a bombardieri a lungo raggio. Poi sottovalutò i russi e l’ impatto delle forniture militari americane e britanniche a un’ Urss enorme, dal gelido inverno e decisa a combattere. Fu il suo errore fatale». Oggi il pericolo di demagoghi e populisti è di nuovo minaccioso? «Il nazismo non tornerà. Però il potenziale di crisi, seduzione, prontezza alla violenza, mobilitazione esiste. Troppo a lungo abbiamo comprato il benessere e la pace sociale con un forte indebitamento pubblico. Una crisi è pensabile. Come negli Usa oggi, o con un altro volto. Un petrolio a 200 dollari al barile in futuro non è impensabile. S’ intravvedono scenari di dure lotte sociali. Ci vogliono persone qualificate, e le nostre università ne sfornano troppo poche. Ogni anno 150mila giovani qualificati emigrano dalla Germania. Gli scenari peggiori sono una recessione e una guerra in Medio Oriente. Per non parlare della sfida della globalizzazione. I rischi esistono. Ma l’ ho sentito dire solo da un politico, Helmut Kohl. Disse che bisognava rendere l’ Europa unita irreversibile. Che cioè la Ue era reversibile! I populisti lo sanno. Ma riguardiamo indietro: Hitler era un giovane senza arte né parte, Himmler un allevatore di polli, Goering un ex pilota da caccia cocainomane. chi poteva temerli? Il Male è nel genere umano, solo che di solito non è scatenato».

ANDREA TARQUINI

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