per quale motivo ottaviano diede impulso alla cultura

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Ottaviano

Ottaviano

 

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Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (in latino Gaius Iulius Caesar
Octavianus Augustus; nelle epigrafi:
C•IVLIVS•C•F•III•V•CAESAR•OCTAVIANVS [2]; Roma antica, 23 settembre
63 a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C.) meglio conosciuto come Ottaviano
o Augusto, fu il primo imperatore romano.

Il Senato gli conferì il titolo di Augustus il 16 gennaio 27
a.C.,[3] e il suo nome ufficiale fu da quel momento Imperator Caesar
Divi filius Augustus (nelle epigrafi
IMPERATOR•CAESAR•DIVI•FILIVS•AVGVSTVS).[4] Nel 23 a.C. gli fu
riconosciuta la tribunicia potestas e l’Imperium proconsulare a
vita,[5] mentre nel 12 a.C. divenne Pontefice Massimo. Restò
al potere sino alla morte, e il suo principato fu il più
lungo della Roma imperiale (44 anni dal 30 a.C., 37 anni dal 23
a.C.).[6][7]

L’età di Augusto rappresentò un momento di svolta
nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo
repubblicano al principato. La rivoluzione dal vecchio al nuovo
sistema politico contrassegnò anche la sfera economica,
militare, amministrativa, giuridica e culturale.

Augusto, negli oltre quarant’anni di principato, introdusse riforme
d’importanza cruciale per i successivi tre secoli:[8]

* riformò il cursus honorum di tutte le principali
magistrature romane, ricostruendo la nuova classe politica e
aristocratica, e formando una nuova classe dinastica;
* riordinò il nuovo sistema amministrativo provinciale anche
grazie alla creazione di numerose colonie e municipi che favorirono
la romanizzazione dell’intero bacino del Mediterraneo;
 * riorganizzò le forze armate di terra (con
l’introduzione di milizie specializzate per la difesa e la sicurezza
dell’Urbe, come le coorti urbane, i vigiles[9] e la guardia
pretoriana) e di mare (con la formazione di nuove flotte in Italia e
nelle provincie);
 * riformò il sistema di difese dei confini imperiali,
acquartierando in modo permanente legioni e auxilia in fortezze e
forti lungo l’intero limes;
 * fece di Roma una città monumentale con la costruzione
di numerosi nuovi edifici, avvalendosi di un collaboratore come
Marco Vipsanio Agrippa;
 * favorì la rinascita economica e il commercio, grazie
alla pacificazione dell’intera area mediterranea, alla costruzione
di porti, strade, ponti e ad un piano di conquiste territoriali
senza precedenti,[10] che portarono all’erario romano immense e
insperate risorse (basti pensare al tesoro tolemaico o al grano
egiziano, alle miniere d’oro dei Cantabri o quelle d’argento
dell’Illirico);
  * promosse una politica sociale più equa verso le
classi meno abbienti, con continuative elargizioni di grano e la
costruzione di nuove opere di pubblica utilità (come terme,
acquedotti e fori);
  * diede nuovo impulso alla cultura, grazie anche all’aiuto di
Mecenate.
  * introdusse una serie di leggi a protezione della famiglia e
del mos maiorum chiamate Leges Iuliae.
  * riordinò il sistema monetario (23-15 a.C.), che
rimase praticamente immutato per due secoli.

Biografia

Origini della sua famiglia

Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio Turino (Gaius Octavius
Thurinus); era figlio di Caio Ottavio, ricco uomo d’affari che, per
primo nella sua famiglia, la gens Octavia (ricca famiglia di
Velletri), aveva ottenuto cariche pubbliche e un posto in Senato
(era quindi un homo novus).[11] La madre, di nome Azia, proveniva,
invece, da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio
e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare che
con Gneo Pompeo Magno.[12] Azia era più precisamente la
figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio
Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare.
Giovinezza (63-44 a.C.)

Nel 44 a.C. fu adottato per testamento come figlio ed erede dal
prozio e, secondo la consuetudine, assunse il nomen gentilizio
(Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, aggiungendovi la
denominazione della gens di provenienza aggettivata in -anus,
divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano (Gaius Iulius
Caesar Octavianus). Si narra che poco prima di venire assassinato,
Cesare lo avesse nominato magister equitum in seconda, accanto a
Lepido, in vista della grande spedizione d’Oriente che stava
preparando contro i Parti, inviandolo appena diciottenne a
sorvegliare i preparativi per la futura guerra ad Apollonia.
È qui che Ottaviano fu informato dell’uccisione del prozio
(15 marzo 44 a.C.), e decise di tornare a Roma per reclamare i suoi
diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare.[13]

Ascesa al potere (44-23 a.C.)

Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di
Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in
Oriente, Ottaviano si impossessò dei circa 700 milioni di
sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti,
che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e
tra i veterani di Cesare stanziati in Campania.

Ottaviano giunse a Roma il 21 maggio, dopo che i Cesaricidi avevano
già da più di un mese lasciato la città, grazie
ad un’amnistia concessa dal console superstite, Marco Antonio. Il
giovane si affrettò a rivendicare il nome adottivo di Gaio
Giulio Cesare, dichiarando pubblicamente di accettare
l’eredità del padre e chiedendo pertanto di entrare in
possesso dei beni familiari. Antonio, che in qualità di
console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il
controllo del patrimonio, procrastinò però il
versamento adducendo la necessità di attendere che una lex
curiata del Senato ratificasse il testamento del defunto. Ottaviano
decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare al popolo le
somme che Cesare aveva lasciato nel suo testamento e di eseguire i
giochi per la vittoria di Farsalo. Ottenne così che molti dei
cesariani si schierassero dalla sua parte contro Antonio, suo
diretto avversario nella successione politica a Cesare.

Il Senato, e in particolare Marco Tullio Cicerone, che lo vedeva in
quel momento come un principiante inesperto data la sua giovane
età, pronto ad essere manovrato dall’aristocrazia senatoria,
e che apprezzava l’indebolimento della posizione di Antonio,
approvò la ratifica del testamento, riconoscendo ad Ottaviano
lo status di erede legittimo di Giulio Cesare. Con il patrimonio di
Cesare ora a sua disposizione, Ottaviano poté quindi
reclutare in giugno un esercito privato di circa 3000 veterani,
garantendo a ciascuno di loro un salario di 500 denarii, mentre
Marco Antonio, ottenuta con legge speciale l’assegnazione – al
termine del suo anno consolare – della Gallia Cisalpina già
affidata al propretore Decimo Bruto, si accingeva a portare guerra
ai Cesaricidi per recuperare il favore della fazione cesariana.

Primo conflitto con Antonio (43 a.C.)

Quando nel mese di ottobre, l’appoggio del Senato ad Ottaviano si
fece più pressante, con Cicerone che tuonava con le sue
Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo
della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in
Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano richiamò
allora i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche
la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IV e la
Martia, appena sbarcate. Fallito, per l’opposizione del Senato, il
tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver
reclutato un esercito senza averne l’autorità, il console
decise allora di accelerare i tempi dell’occupazione della
Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l’anno
successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto alla
cessione della Cisalpina, Antonio marciò su Modena, dove
strinse d’assedio il propretore.

Il 1º gennaio del 43 a.C., giorno dell’insediamento dei nuovi
consoli Pansa e Irzio, il Senato decretò l’abrogazione della
legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordinò a
questi di cessare immediatamente le violenze. Ottenuto un rifiuto, i
consoli vennero incaricati di marciare contro Antonio assieme ad
Ottaviano, cui venne conferito eccezionalmente l’imperium di pretore
sì da legalizzare la condizione del suo esercito privato. Il
21 aprile Antonio venne sconfitto nella battaglia di Modena, nella
quale, però, rimasero uccisi i consoli, lasciando così
Ottaviano unico vincitore. Tornato a Roma con l’esercito, questi,
malgrado la giovane età, si fece eleggere console suffectus
assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e
facendo approvare dal Senato la lex Pedia contro i Cesaricidi. In
tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso
a Decimo Bruto, che, in fuga, venne infine ucciso nella Cisalpina da
un capo Gallo fedele ad Antonio.

Il secondo triumvirato (43 a.C. – 33 a.C.)

Dalla sua nuova posizione di forza, divenuto legalmente a capo dello
Stato romano, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore
di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già
magister equitum di Cesare, con l’intenzione di ricomporre i dissidi
interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne
dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei
pressi di Bononia. Da quel colloquio privato nacque un accordo a
tre, tra lui, Antonio e Lepido della durata di cinque anni. Si
trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato
il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia, in cui veniva
creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae
constituendae consulari potestate, ovvero “triumviri per la
costituzione dello stato con potere consolare”.

Il patto prevedeva la divisione dei territori romani: ad Ottaviano
toccarono Siria, Sardegna e Africa proconsolaris. Furono
contestualmente redatte delle liste di proscrizione contro gli
oppositori di Cesare, che portarono alla confisca dei beni e
all’uccisione di un gran numero di senatori e cavalieri, tra cui lo
stesso Cicerone che pagò le Filippiche rivolte contro
Antonio. Si preparò nel contempo la guerra contro Bruto e
Cassio e i cesaricidi.

La battaglia di Filippi (42 a.C.)

Nell’ottobre del 42 a.C. Antonio e Ottaviano, lasciato Lepido al
governo della capitale, si scontrarono con i cesaricidi Marco Giunio
Bruto e Gaio Cassio Longino e li sconfissero in due scontri a
Filippi, nella Macedonia orientale. I due anticesariani trovarono la
morte suicidandosi.[14] La battaglia fu vinta soprattutto per merito
di Antonio e la parte di Ottaviano non fu certo gloriosa visto che
Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, afferma che “alla
battaglia di Filippi [Ottaviano] cadde malato, fuggì e si
nascose per tre giorni in una palude”. La versione ufficiale fu che
Ottaviano era stato esortato a fuggire in un sogno avuto dal suo
medico.[15]

Ottaviano, Antonio e Lepido trovandosi padroni, ora, dei territori
orientali procedettero ad una nuova spartizione delle province: a
Lepido furono lasciate la Numidia e l’Africa proconsolaris, ad
Antonio, la Gallia, la Transpadania e l’Oriente romano, ad Ottaviano
spettarono l’Italia, la Sicilia, l’Iberia, e la Sardegna e Corsica.

Primi contrasti (41-39 a.C.)

Successivamente nacquero i primi contrasti: Lucio Antonio, fratello
di Antonio, nel 41 a.C. si ribellò ad Ottaviano poiché
pretendeva che anche ai veterani del fratello fossero distribuite
terre in Italia (oltre ai 170.000 veterani di Ottaviano), ma fu
sconfitto a Perugia nel 40 a.C. Non si può provare che
Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello ma, dopo la
sconfitta di quest’ultimo, entrambi decisero di non dare troppo peso
all’accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in
Spagna come governatore).[12] Contemporaneamente a questi fatti, il
legato di Antonio in Gallia, un certo Fufio Caleno, morì e le
sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté
appropriarsi di nuove province del rivale.

Ottaviano a questo punto cercò un’intesa con Sesto Pompeo e,
per sancire l’alleanza, sposò Scribonia, parente dello stesso
Sesto: da questa donna, Ottaviano ebbe la sua unica figlia,
Giulia.[12] In realtà, però, né l’intesa,
né il matrimonio durarono a lungo. Nell’estate del 40 a.C.
Ottaviano e Antonio vennero ad aperte ostilità: Antonio
cercò di sbarcare a Brindisi con l’aiuto di Sesto Pompeo, ma
la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni
si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, misero da
parte le discordie. Con il trattato di Brindisi (settembre del 40
a.C.) si venne ad una nuova divisione delle province: ad Antonio
restò l’Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e
l’Acaia; ad Ottaviano l’Occidente compreso l’Illirico; a Lepido,
ormai fuori dai giochi di potere, l’Africa e la Numidia; a Sesto
Pompeo fu confermata la Sicilia per metterlo a tacere,
affinché non arrecasse problemi in Occidente.[12] Il patto fu
sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulva era morta
da poco, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo il trattato
di Brindisi, Ottaviano ruppe inoltre l’alleanza con Sesto Pompeo,
ripudiò Scribonia, e sposò Livia Drusilla, madre di
Tiberio e in attesa di un secondo figlio.

Nel 39 a.C., a Miseno, Ottaviano attribuì a Sesto Pompeo le
province di Sardegna e Corsica, fondando dunque la Città di
Turris Libisonis Porto Granario di Roma e promettendogli l’Acaia,
ottenendo in cambio la ripresa dei rifornimenti a Roma (Pompeo con
la sua flotta bloccava le navi provenienti dal Mediterraneo). Sesto
Pompeo, però, stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano
decise di disfarsene di lì a poco. Si arrivò
così ad una prima serie di scontri non particolarmente felici
per Ottaviano: la flotta preparata per invadere la Sicilia fu
infatti distrutta sia da Sesto sia da un violento fortunale.[12]

Rinnovo e fine del triumvirato (38-33 a.C.)

Nel 38 a.C. Ottaviano si risolse ad incontrarsi a Brindisi con
Antonio e Lepido per rinnovare il patto di alleanza per altri cinque
anni. Nel 36 a.C., però, grazie all’amico e generale Marco
Vipsanio Agrippa, Ottaviano riuscì a porre fine alla guerra
con Sesto Pompeo. Sesto, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da
Antonio, fu infatti sconfitto definitivamente presso Mileto. La
Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo
fu assassinato dai sicari di Antonio.[12]

A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle
ambizioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse
toccare a lui e, rompendo il patto di alleanza, mosse per
impossessarsene. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi
soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido
fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di
pontifex maximus. A quel punto, dopo l’eliminazione graduale di
tutti i contendenti nell’arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a
Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di
Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un
inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno
troppo ingombrante per l’altro, tanto più che i successi
ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33
a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in
Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote
dell’Armenia.

Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato
e, cosa ben più grave, Antonio ripudiò la sorella di
Ottaviano con un affronto per quest’ultimo intollerabile.

Guerra con Antonio e la vittoria di Azio (33-31 a.C.)

Il conflitto era ora inevitabile. Mancava solo il casus belli, che
Ottaviano trovò nel testamento di Antonio, in cui risultavano
le sue decisioni di lasciare i territori orientali di Roma a
Cleopatra VII d’Egitto e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio
di Gaio Giulio Cesare.

Il Senato di Roma dichiarò guerra a Cleopatra, ultima regina
tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C. Antonio e Cleopatra
furono sconfitti nella battaglia di Azio, del 2 settembre 31 a.C. e
si suicidarono entrambi, l’anno successivo in Egitto.[16]

Da Ottaviano ad Augusto (30-23 a.C.)

Dopo Azio, Ottaviano non solo ordinò di uccidere il figlio di
Cleopatra, Cesarione (la cui paternità veniva attribuita
dalla regina a Cesare), ma decise di annettere l’Egitto (30 a.C.),
compiendo l’unificazione dell’intero bacino del Mediterraneo sotto
Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia
imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto
d’Egitto. L’imperium di Ottaviano su questa provincia venne
probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C.,
due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale.

Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di
governo provinciale riservata all’Egitto ebbe origine dal tentativo
di compensare gli Egiziani della perdita del loro monarca-dio (il
faraone), con la nuova figura del Princeps;[17] in realtà, la
scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un
prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal
prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto
praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al
neo-governatore collegato alla soppressione della Bulè di
Alessandria, fu dettata dal contesto in cui avvenne la conquista del
paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella
lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-occidente o
pro-oriente, l’importanza del grano egiziano per l’annona di Roma e,
non da ultimo, il tesoro tolemaico. L’aver, infatti, potuto mettere
le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì ad
Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di
migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano
servito, disponendone l’insediamento in numerose colonie, sparse in
tutto il mondo romano.[18]

Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello stato
romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e
Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere
ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata
più rinnovata: nelle Res Gestae riconosce di aver governato
in questi anni in virtù del “potitus rerum omnium per
consensum universorum” (“consenso generale”), avendo per questo
motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas
(certamente un fatto extra-costituzionale).[19]

Finché questo consenso continuò a comprendere
l’appoggio leale degli eserciti, Ottaviano poté governare al
sicuro, e la sua vittoria costituì, di fatto, la vittoria
dell’Italia sul vicino Oriente; la garanzia che mai l’impero romano
avrebbe potuto trovare altrove il suo equilibrio e il suo centro al
di fuori di Roma.

Il senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma
il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella
trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando
intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero
individuati nell’imperium e nella tribunicia potestas: il primo,
proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere
esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei
tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle
decisioni del senato, controllandone la politica grazie al diritti
di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di
alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a
vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione
cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a
vita Dittatore).

Nel 27 a.C., Ottaviano restituì formalmente nelle mani del
senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la
guerra contro Marco Antonio, ricevendo in cambio: il titolo di
console da rinnovare annualmente, una potestas con maggiore
auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli),
poiché aveva diritto di veto in tutto l’Impero, a sua volta
non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro
magistrato[20]; l’imperium proconsolare decennale, rinnovatogli poi
nel 19 a.C., sulle cosiddette province “imperiali” (compreso il
controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove
fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo
dell’esercito;[21] il titolo di Augusto, cioè “degno di
venerazione e di onore”, che sancì la sua posizione sacra che
si fondava sul consensus universorum di senato e popolo romano;
l’utilizzo del titolo di Princeps (“primo cittadino”); il diritto di
condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di
dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo
straniero.[22]

Questi poteri decretarono che le province fossero divise in
senatorie, rette da magistrati eletti dal senato, e imperiali, rette
da magistrati sottoposti al diretto controllo di Augusto; faceva
eccezione l’Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito
di un imperium delegato da Augusto ad similitudinem proconsulis.
L’imperium gli consentì di assumere direttamente il comando
delle legioni stanziate nelle province “non pacatae” e di avere
così costantemente a disposizione una forza militare a
garanzia del suo potere, nel nesso inscindibile tra esercito e
proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario,
ormai vecchia più di un secolo. L’imperium gli garantiva,
inoltre, la gestione diretta dell’amministrazione e la
facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere
giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo.

Sotto il controllo del senato restarono le truppe di stanza nelle
province senatoriali, le quali furono rette da un proconsole o
propretore. Il senato stesso avrebbe potuto in qualunque momento
emanare un senatus consultum limitando o revocando i poteri
conferiti.

Nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto, la tribunicia potestas a vita
(che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28
a.C.), la quale divenne la vera base costituzionale del potere
imperiale: comportava infatti l’inviolabilità della persona e
il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica
amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della
collegialità della carica e della sua durata annuale.
Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che
garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque
iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria
autorità. Nello stesso anno l’imperium di cui già
godeva divenne imperium proconsolare maius et infinitum, in modo da
comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello
stato romano dipendevano ora da lui.[23]

E ancora gli furono conferite nuove onorificenze negli anni a
venire. Nel 12 a.C., quando il pontefice massimo Lepido morì,
Ottaviano ne prese il titolo divenendo il capo religioso di
Roma.[24] Nell’8 a.C. fu emanata la Lex Iulia maiestatis in cui per
la prima volta venne punita l’offesa alla “maestà”
dell’imperatore, foriero poi di conseguenze negative per tutto il
periodo successivo. E per finire, nel 2 a.C., anno
dell’inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto,
gli fu conferito il titolo onorifico di “Padre della patria” (Pater
Patriae).

Il principato (23 a.C. – 14 d.C.)

L’ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus
status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e
nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il
mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si
inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps
(primo fra pari), permise di risolvere i conflitti per il potere
vissuti nell’ultimo secolo della Repubblica. Egli non
schiacciò affatto l’antica aristocrazia, ma le
affiancò in una più vasta cerchia del privilegio, il
ceto degli uomini d’affari e dei funzionari, organizzati nell’ordine
equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall’imperatore per
controllare l’attività degli organi repubblicani e per il
governo delle province imperiali.[25]

Ottaviano, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato
e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare
all’Italia e alle Province il sospirato benessere dopo oltre un
decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle
magistrature repubblicane e promosse leggi che frenavano il
diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità,
emanando la lex Julia de maritandis ordinibus del 18 a.C. e la lex
Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge).

Amministrazione dell’Italia

Divise l’Italia in undici regioni arricchendola di nuovi centri [26]
e migliorò la situazione di Roma, capitale dell’impero.

Fece di Roma una monumentale città di marmo e istituì
due curatores aedium sacrarum et operum locorumque publicorum per
preservare i templi e gli edifici pubblici; aumentò
l’approvvigionamento idrico con la costruzione di due nuovi
acquedotti e creando un corpo di tre curatores aquarum per
l’approvvigionamento idrico; la divise in 14 regiones per meglio
amministrarla oltre ad istituire cinque curatores riparum et alvei
Tiberis, per proteggere Roma da eventuali inondazioni; curò
personalmente gli approvvigionamenti di cibo necessari alla
popolazione della capitale, con la creazione del praefectus annonae
(di rango equestre) e di due praefecti frumenti dandi (di rango
senatorio) per somministrare i sussidi; incrementò, infine,
il livello di sicurezza cittadina ponendo a salvaguardia dell’Urbe
tre nuove prefetture: la praefectura vigilum, affidata ad un
prefetto (di rango equestre), a capo di sette coorti di vigili (di
ex-schiavi, affrancati) per far fronte agli incendi di Roma,[9] la
praefectura Urbi, affidata ad un prefetto di estrazione senatoria o
consolare, ai cui ordini erano poste tre cohortes urbanae (di circa
1.000 uomini ciascuna) al fine di mantenere l’ordine pubblico, la
Guardia pretoriana (praefectura Praetorii), affidata ad un prefetto
di rango equestre a capo di nove coorti, quale guardia personale del
Princeps.[27]

Amministrazione provinciale

Nel 27 a.C., riorganizzò le province da un punto di vista
fiscale e amministrativo, delegando l’amministrazione delle province
nel seguente modo:

    Per sé stesso, tenne le cosiddette
province non pacificate, ovvero quelle limitanee, in cui erano
stanziate le legioni, con il fine, mal celato, di giustificare il
potere sull’esercito. Tali province, poi dette imperiali, o
provinciae Caesaris, furono affidate ai legati Augusti pro praetore
di rango senatorio, scelti tra ex-consoli ed ex-pretori, con legati
legionari, prefetti e tribuni come subalterni. Faceva eccezione
l’Egitto, in cui venne riconfermato il praefectus Alexandreae et
Aegypti, un membro del ceto equestre munito di imperium. Per
l’aspetto tributario, tali province erano affidate ad agenti del
principe, cavalieri, ma anche liberti, col titolo di procuratores
Augusti; le entrate andavano a confluire sulla neonata cassa del
principe, il fiscus.
    Le rimanenti province, quelle di più
antica costituzione (pacate) e prive di stanziamenti legionari
(tranne che per la provincia d’Africa), vennero lasciate al governo
delle promagistrature tradizionali, affidandole a proconsules,
estratti a sorte secondo il costume repubblicano, tra ex-consoli o
ex-pretori a seconda dell’importanza della provincia. Tali province
presero poi il nome di provinciae Populi Romani. I tributi venivano
raccolti dai quaestores e confluivano nell’aerarium, l’antica cassa
dello stato romano.
    Altri distretti, di minori dimensioni e
importanza, non elevati al rango di provincia e nei quali erano
stanziate solo truppe ausiliare, furono affidati a ufficiali, col
titolo di prefetti civitatum o, semplicemente, prefetti. Questi
distretti dipendevano dal legato della provincia (o dell’esercito)
più vicino: così la prefettura di Giudea dipendeva dal
legato di Siria e le prefetture alpine dal legato dell’esercito
germanico.

Creò, inoltre, nuovi e numerosi municipi e colonie, al fine
di portare avanti l’opera di romanizzazione nelle province.[28]
Amministrazione finanziaria ed economica

Augusto riorganizzò l’amministrazione finanziaria dello Stato
romano. Attribuì infatti un salario e una gratifica di
congedo a tutti i soldati dell’esercito imperiale (sia ai legionari
che agli ausiliari); assegnò un salario (salaria) per il
servizio pubblico per tutti i rappresentanti del senato, per poi
estenderlo gradualmente anche alle magistrature ordinarie. La
magistratura di tipo repubblicano fu retribuita con indennizzi e
cibaria, piuttosto che con salaria. Costituì inoltre il
fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell’imperatore), accanto al
vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (affidata dal 23
a.C. a due pretori, non più a due questori), ma Augusto fu
autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le
funzioni amministrative e militari. L’imperatore, di fatto, poteva
dirigere la politica economica di tutto l’impero e assicurarsi che
le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni
sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione,
non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i
compensi da dare ai veterani.

Promosse, quindi, la rinascita economica, del commercio e
dell’industria attraverso l’unificazione dell’area mediterranea,
debellando completamente la pirateria e migliorando la sicurezza
lungo le frontiere e internamente alle Province. Creò una
fitta rete stradale con un ottimo livello di manutenzione,
istituendo numerosi curatores viarum per la manutenzione delle
strade in Italia e nelle Province; nuovi porti commerciali e nuove
attrezzature portuali come moli, banchine, fari; finanziò
l’escavazione di canali e nuove esplorazioni (a volte anche militari
oltreché commerciali) in terre lontane come l’Etiopia, la
penisola arabica (fino all’attuale Yemen), le terre dei Garamanti,
dei Germani del fiume Elba e l’India. In questa maniera
restaurò la pax romana in tutto l’impero.[29]

Inoltre, nel 23-15 a.C., riordinò il sistema monetario,
fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a
25 denari d’argento e a 100 sesterzi di rame, che restò
praticamente immutato per due secoli.[30]
Caratteristiche demografiche, economiche e sociali dell’Impero
romano sotto Augusto

Al tempo di Augusto l’Impero romano dominava su una popolazione di
circa 55 milioni di persone (di cui 8-10 in Italia) su una
superficie di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati. Rispetto ai
tempi moderni, la densità era piuttosto bassa: 17 abitanti
per chilometro quadrato, i tassi di mortalità e
natalità molto elevati e la vita media non superava i 20
anni. Solo un decimo della sua popolazione viveva nelle sue 3 000
città, più in particolare: 3 milioni circa abitavano
nelle quattro città più grandi (Roma, Cartagine,
Antiochia e Alessandria), di questi almeno un milione abitava
nell’Urbe. Secondo calcoli approssimativi il prodotto interno lordo
di quell’Impero era a quell’epoca attorno ai 20 miliardi di sesterzi
e caratterizzato da vertiginose concentrazioni di ricchezze. Il
reddito annuale dell’imperatore era attorno ai 15 milioni di
sesterzi, quello dei 500 senatori ammontava a circa 100 milioni (0,5
per cento del Pil), il 3 per cento dei percettori di redditi godeva
del 25 per cento delle ricchezze prodotte. L’Italia, centro
dell’Impero augusteo, godeva di una posizione privilegiata: grazie
alle nuove conquiste di Augusto poteva disporre di nuovi grandi
mercati di approvvigionamento (grano, in primo luogo, proveniente
dalla Sicilia, dall’Africa, dall’Egitto) e di nuovi mercati di
sbocco per le proprie esportazioni di vino ed olio; le terre
confiscate alle popolazioni sottomesse erano immense e dalle
province arrivavano tributi in moneta e in natura (bottini di
guerra, milioni di schiavi, tonnellate d’oro).[31]

Riorganizzazione dell’esercito

Augusto riorganizzò l’esercito legionario e ausiliario.
Introdusse un esercito permanente di volontari, disposti a servire
inizialmente per sedici anni, e poi per vent’anni dal 6, unicamente
dipendente da lui; istituì un cursus honorum anche per coloro
che aspiravano a ricoprire i più alti incarichi nella
gerarchia dell’esercito, con l’introduzione di generali
professionisti, non più comandanti inesperti mandati allo
sbaraglio nelle province di confine; creò l’aerarium
militare.

Delle legioni sopravvissute alla guerra civile, 28 rimasero dopo
Azio, e 25 dopo la disfatta di Teutoburgo; vennero istituite le ali
di cavalleria e le coorti di fanteria (o misti) di auxilia
provinciali, traendoli da volontari non-cittadini, desiderosi di
diventare cittadini romani al termine della ferma militare (della
durata di 20-25 anni). In totale erano circa 340 000 uomini, di cui
140 000 servivano nelle legioni. Furono formate anche le coorti
pretoriane e urbane (di Roma, Cartagine, Lione e d’Italia) e dei
Vigili di Roma; la flotta imperiale divisa in squadre a Ravenna,
Miseno e Forum Iulii, e quelle provinciali di Siria e Egitto, e le
flottiglie fluviali su Reno, Danubio e Sava.[32]

Politica estera

Quasi a dispetto dell’indole apparentemente pacifica di Augusto, il
suo principato fu più travagliato da guerre di quanto non lo
siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori. Solo
Traiano e Marco Aurelio si trovarono a lottare contemporaneamente su
più fronti, al pari di Augusto. Sotto Augusto, infatti,
furono coinvolte quasi tutte le frontiere, dall’oceano
settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della
Cantabria fino al deserto dell’Etiopia, in un piano strategico
preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo
l’intero bacino del Mediterraneo e in Europa, con lo spostamento dei
confini più a nord lungo il Danubio e più ad est lungo
l’Elba (in sostituzione del Reno).[33]

Le campagne di Augusto furono effettuate con il fine di consolidare
le conquiste disorganiche dell’età repubblicana, le quali
rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori.
Mentre l’Oriente poté rimanere più o meno come Antonio
e Pompeo lo avevano lasciato, in Europa fra il Reno e il Mar Nero fu
necessaria una nuova riorganizzazione territoriale in modo da
garantire una stabilità interna e, contemporaneamente,
frontiere più difendibili.

Gli storici contemporanei si sono spesso trovati d’accordo nel
negare le qualità militari di Augusto, insistendo sul fatto
che raramente egli andò personalmente sui campi di
battaglia.[34] Ma Aurelio Vittore,[35] ricordando una tradizione
antica, diede di questo principe un ritratto più lusinghiero.
Egli si dimostrò, invece un abilissimo uomo politico e
geniale stratega, forse l’esatto contrario di ciò che fu
Annibale: validissimo generale e tattico, ma con una dubbia visione
politico-strategica del suo tempo, accecata dall’odio per i Romani.
Sottomissione delle “aree interne”

Prima di tutto, Augusto in persona si dedicò, con l’aiuto di
Agrippa, a portare a compimento una volta per tutte la sottomissione
di quelle “aree interne” all’impero non ancora conquistate
completamente.

La parte nord-ovest della penisola iberica, che ormai creava
problemi da decenni, fu condotta sotto il dominio romano, dopo una
serie di pesanti campagne militari in Cantabria durate 10 anni (dal
29 al 19 a.C.), l’impiego di numerose legioni (ben sette) insieme ad
un numero altrettanto elevato di ausiliari, oltre alla presenza
dello stesso Ottaviano sul teatro delle operazioni (nel 26 e 25
a.C.). La vicina Aquitania fu, intanto, percorsa dalle truppe di
Marco Valerio Messalla Corvino che vi riportava l’ordine turbato
dagli indigeni nel 28 a.C.

La conquista dell’arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai
valichi e alle relazioni fra Gallia e Italia: nel 26-25 a.C. furono
sottomessi i Salassi con la fondazione di Augusta Praetoria (Aosta);
nel 23 Tridentium (Trento) fu fortificata; nel 16 furono vinti i
Camuni della Val Camonica e le tribù della Val Venosta; nel
14 i Liguri Comati delle Alpi sudoccidentali erano in parte
sottoposti ai praefecti civitatum, in parte aggiunti al vicino regno
di Cozio, divenuto egli stesso prefetto, anche se solo formalmente.
Questi successi furono commemorati con l’erezione del celebre trofeo
di La Turbie nella Francia mediterranea.

Ma fu la frontiera dell’Europa continentale che preoccupò
Augusto più di ogni altro settore strategico. Essa
comprendeva due settori principali: quello danubiano e quello
renano.

Frontiera danubiana

Al termine della rivolta dalmato-pannonica del 6-9, tutti i
territori dell’area illirica a sud del fiume Drava furono sotto il
definitivo controllo romano.

Publio Silio Nerva, governatore dell’Illirico, tra il 17 e il 16
a.C., riuscì a portare a termine la conquista dell’fronte
alpino orientale, oltre al Norico meridionale, ottenendo una forma
di vassallaggio da parte del regno del Norico settentrionale
(popolazione dei Taurisci). I figliastri di Augusto, Druso e
Tiberio, nel 15 a.C., sottomisero la Rezia, Vindelicia e Vallis
Poenina, con un’operazione “a tenaglia”, il primo proveniente dal
Brennero e il secondo dalla Gallia.

Dal 29 al 19 a.C. si procedette ad azioni combinate insieme ai re
“clienti” traci, contro le popolazioni pannoniche, mesie,
sarmatiche, getiche e bastarne fino ai confini macedoni. Il primo ad
intraprendere campagne nell’area balcanica fu il proconsole di
Macedonia, Marco Licinio Crasso, in quale batté ripetutamente
le popolazioni di Mesi, Triballi, Geti e Daci (nel 29 e 28 a.C.).
Attorno al 16-15 a.C. i Bessi vennero ricacciati dalla frontiera
macedone, mentre le colonie greche tra le bocche del Danubio e del
Tyras chiesero la protezione di Roma; dal 14 al 9 a.C. i legati di
Dalmazia e Macedonia, sotto l’alto comando prima di Agrippa e poi di
Tiberio, domarono Scordisci (sottomessi da Tiberio nel 12 a.C.[36]),
Dalmati e Pannoni e respinsero le scorrerie di Bastarni, Sarmati e
Daci d’oltre Danubio, mentre Pannonia e Dalmazia furono finalmente
condotte sotto il dominio romano. I Traci, da poco ribellatisi,
furono pesantemente sconfitti dal proconsole di Galazia e Panfilia,
il consolare Lucio Calpurnio Pisone, in tre feroci campagne (12-10
a.C.), al termine delle quali era loro imposto un protettorato, da
parte di Roma, sia sul regno di Tracia, sia su quello di Crimea e
del Ponto. Dopo un quindicennio di relativa tranquillità, nel
6, il settore danubiano tornò ad essere agitato. I Dalmati si
ribellarono, e con loro anche i Breuci di Pannonia, mentre Daci e
Sarmati compirono scorrerie in Mesia. Fu necessario sospendere ogni
nuovo tentativo di conquista a nord del Danubio, per sopprimere
questa rivolta durata per ben tre anni, dal 6 al 9. Tiberio, in
questo modo, fissò definitivamente il confine dell’area
illirica al fiume Drava.

Frontiera renana

Le popolazioni germaniche avevano più volte tentato di
passare il Reno: nel 38 a.C. (anno in cui gli alleati germani, Ubi,
furono trasferiti in territorio romano)[37] e nel 29 a.C. i Suebi,
mentre nel 17 a.C. i Sigambri, insieme a Usipeti e Tencteri (clades
lolliana).[38] Augusto ritenne fosse giunto il momento di annettere
la Germania, come aveva fatto suo padre Gaio Giulio Cesare con la
Gallia. Desiderava portare i confini dell’Impero romano più
ad est, dal fiume Reno al fiume Elba. Il motivo era di ordine
prettamente strategico, più che di natura
economico-commerciale. Si trattava infatti di territori acquitrinosi
e ricoperti da interminabili foreste ma il fiume Elba avrebbe
ridotto notevolmente i confini esterni dell’impero.
Contemporaneamente si dovette operare anche sul fronte danubiano
nell’area illirica per completare questo progetto. Dopo la morte di
Agrippa, il comando delle operazioni fu diviso tra i due figliastri
dell’imperatore, Tiberio e Druso maggiore. Toccò a
quest’ultimo il gravoso compito di operare in Germania. Le campagne
che si susseguirono furono numerose, discontinue, e durarono per
circa un ventennio dal 12 a.C. al 6 portando alla costituzione della
nuova provincia di Germania con l’insediamento di numerose fortezze
legionarie (ad Haltern, l’antica Aliso sede amministrativa
provinciale, Oberaden e Anreppen lungo il fiume Lippe; oltre a
Marktbreit sul Meno). Tutti i territori conquistati in questo
ventennio furono definitivamente compromessi quando nel 7 Augusto
inviò in Germania Publio Quintilio Varo, sprovvisto di doti
diplomatiche e militari, oltreché ignaro delle genti e dei
luoghi. Nel 9 un esercito di 20.000 uomini composto da tre legioni
venne massacrato nella selva di Teutoburgo, portando alla definitiva
perdita di tutta la zona tra il Reno e l’Elba.[39]

Frontiera orientale

La presenza di Augusto in Oriente subito dopo la battaglia di Azio,
nel 30-29 a.C. e dal 22 al 19 a.C., oltre a quella di Agrippa fra il
23-21 a.C. e ancora tra il 16-13 a.C., dimostrava l’importanza di
questo settore strategico. Fu necessario raggiungere un modus
vivendi con la Partia, l’unica potenza in grado di creare problemi a
Roma in Asia Minore. Per questi motivi la politica di Augusto si
differenziò in base a due aree strategiche dell’Oriente
antico.

Ad occidente dell’Eufrate, dove Augusto provò ad inglobare
alcuni stati vassalli, trasformandoli in province, come la Galizia
di Aminta nel 25 a.C., o la Giudea di Erode Archelao nel 6;
rafforzò vecchie alleanze con re locali, divenuti “re clienti
di Roma”, come accadde ad Archelao, re di Cappadocia, ad Asandro re
del Bosforo Cimmerio, e a Polemone I re del Ponto,[40] o ai sovrani
di Emesa e Iturea.[41]

Ad oriente dell’Eufrate, in Armenia, Partia e Media, Augusto ebbe
come obbiettivo quello di ottenere la maggiore ingerenza politica
senza intervenire con dispendiose azioni militari. Ottaviano
mirò infatti a risolvere il conflitto con i Parti in modo
diplomatico, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto
Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre
del 53 a.C. Augusto avrebbe potuto rivolgersi contro la Partia per
vendicare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio, al contrario
ritenne invece possibile una coesistenza pacifica dei due imperi,
con l’Eufrate come confine per le reciproche aree di influenza. Di
fatto entrambi gli imperi avevano più da perdere da una
sconfitta, di quanto potessero realisticamente sperare di guadagnare
da una vittoria. Infatti, durante tutto il suo lungo principato,
Augusto concentrò i suoi principali sforzi militari in
Europa. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito
dal regno d’Armenia che, a causa della sua posizione geografica, era
da un cinquantennio oggetto di contesa fra Roma e la Partia. Egli
mirò a fare dell’Armenia uno stato-cuscinetto romano, con
l’insediamento di un re gradito a Roma, e se necessario imposto con
la forza delle armi, come avvenne nel 2 d.C. quando, di fronte ad
una possibile invasione romana dell’Armenia, Fraate V riconobbe la
preminenza romana davanti a Gaio Cesare, mandato in missione da
Augusto.[42]

Frontiera africana

La frontiera meridionale africana, per finire, poneva problemi
diversi nei suoi settori orientale e occidentale.

Ad oriente, dopo la conquista nel 30 a.C., l’Egitto divenne la prima
provincia imperiale, retta da un prefetto di rango equestre, il
prefetto d’Egitto, a cui Ottaviano aveva delegato il proprio
imperium sul paese, con ben tre legioni di stanza (III Cyrenaica, VI
Ferrata e XXII Deiotariana). L’Egitto costituì negli anni
seguenti una base di partenza strategica per spedizioni lontane; il
primo prefetto, Cornelio Gallo, dovette reprimere un’insurrezione
nel sud dell’Egitto, Elio Gallo esplorò l’Arabia Felix, Gaio
Petronio si spinse in direzione dell’Etiopia (25-22 a.C.) fino alla
sua capitale.

Ad occidente la provincia d’Africa e la Cirenaica conobbero due
guerre: fra il 32 e il 20 a.C. contro i Garamanti dell’attuale
Libia, mentre fra il 14 a.C. e il 6 d.C. fu la volta dei Nasamoni
della Tripolitania, dei Musulami della regione di Theveste, dei
Getuli e dei Marmaridi delle coste mediterranee centrali.

Nuovo sistema clientelare

I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un
gran numero di genti contemporaneamente era pressoché
impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di
annessione graduale, lasciando l’organizzazione provvisoria affidata
a principi nati e cresciuti nel paese d’origine. Nacque quindi la
figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo
sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la
civilizzazione e l’economia. Così, quando i regni
raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano
essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le
condizioni di stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura
transitoria.

Tale disegno politico fu applicato all’Armenia, alla Giudea (fino al
6 d.C.), alla Tracia, alla Mauretania e alla Cappadocia. A questi re
clienti fu lasciata piena libertà nell’amministrazione
interna, e probabilmente non furono tenuti a pagare tributi
regolari, ma dovevano provvedere a fornire truppe alleate al bisogno
oltre a concordare preventivamente la loro politica estera con
l’imperatore.
Nuovi impulsi culturali del circolo letterario di Mecenate
Il sommo poeta latino Publio Virgilio Marone.

A questo sforzo politico si affiancò l’elaborazione in tutti
i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che
fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi.
In campo letterario la rielaborazione del mito delle origini di Roma
e la prefigurazione di una nuova età dell’oro trovarono voce
in Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio e Properzio, all’interno del
circolo dei letterati raccolto attorno a Mecenate.

L’età di Augusto è considerata uno fra i più
importanti e fiorenti periodi della storia della letteratura
mondiale per numero di ingegni letterari, dove i principi
programmatici e politici di Augusto erano appoggiati dalle stesse
aspirazioni degli uomini di cultura del tempo. Del resto la politica
a favore del primato dell’Italia sulle province, la rivalutazione
delle antiche tradizioni, accanto a temi come la santità
della famiglia, dei costumi, il ritorno alla terra e la missione
pacificatrice e aggregante di Roma nei confronti degli altri popoli
conquistati, furono temi cari anche ai letterati di quell’epoca[43].

Lo stesso Augusto fu un letterato dalle molteplici capacità:
scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi[44] fino
alle opere storiche. Di lui ci rimane il resoconto della sua ascesa
al potere (Res Gestae Divi Augusti), dove viene messo in evidenza il
suo rifiuto di contrastare le regole tradizionali dello stato
repubblicano e di assumere poteri arbitrari in modo illegittimo.
Politica sociale e opere pubbliche

Sotto il suo governo vennero spese ingenti somme di denaro per
fornire Roma di riserve di grano, acqua e di corpi di polizia,[9] e
per l’erezione o il restauro di pubblici edifici. Venne inoltre
incrementato il numero dei patrizi e fu ordinato un censimento della
popolazione, da cui risultò che gli abitanti di Roma
sfioravano 1.000.000. Narrando dei propri donativi, si asserisce che
le elargizioni erano sempre dirette a più di 250.000 persone
e come in quattro occasioni avesse aiutato la tesoreria pubblica.

Augusto ritenne necessario assumere precisi provvedimenti per
frenare il diffondersi del celibato e incoraggiare la
natalità, emanando la lex Julia de maritandis ordinibus del
18 a.C. e la lex Papia Poppea del 9 d.C. (quest’ultima a
completamento della prima) che in sintesi prevedevano la rimozione
di tutte quelle restrizioni non necessarie che potessero limitare i
matrimoni, l’uso del diritto di successione per favorire il
matrimonio e la paternità, l’impulso dato alla
natalità rivolto alle classi più abbienti, offrendo ai
padri di famiglie numerose, privilegi nella vita pubblica.[45].

Numerosi furono infine gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti
celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato:

    la ristrutturazione della Curia (sede del senato)
e del Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio;
    la costruzione di un nuovo foro accanto a quello
di Gaio Giulio Cesare (il Foro di Augusto), numerosi nuovi templi
(come quelli dedicati ad Apollo e al padre adottivo, il Divo Giulio,
oltre al Pantheon costruito tra il 27-25 a.C.), al Teatro di
Marcello (terminato nell’11 a.C.), alle Terme di Agrippa agli
acquedotti Aqua Julia (costruito da Marco Vipsanio Agrippa nel 33
a.C.), Aqua Virgo (del 19 a.C.) e Aqua Alsietina (del 2 a.C.), ad un
nuovo ponte sul Tevere fatto costruire da Agrippa;
    la ricostruzione della Basilica Giulia nel 12
d.C., ora ampliata dopo un incendio;
    il permesso di costruire il primo anfiteatro in
pietra a Statilio Tauro oltre al Teatro di Balbo;
    i monumenti celebrativi come l’Ara Pacis (a
fianco dell’immensa meridiana del campo Marzio), un Arco trionfale
nel Foro romano, i rostri apposti nel Foro romano dopo la vittoria
su Marco Antonio nella battaglia di Azio, un Mausoleo, due enormi
obelischi egiziani;
    il tempio di Giove Tonante sul Campidoglio;
    altri numerosissimi monumenti in tutte le
province imperiali a partire dal vicino porto di Roma, Ostia.[46]

Oltre a ciò, onde evitare i danni dei frequenti incendi,
Augusto intervenne riducendo l’altezza delle nuove costruzioni,
proibendo di edificare lungo le vie pubbliche ad un’altezza
superiore ai 70 piedi.[9]
Il problema della successione

La successione, che toccò a Tiberio alla fine del suo
principato, fu una delle più grandi preoccupazioni della vita
di Augusto. Ottaviano, che aveva sposato nel 42 a.C. Clodia Pulcra
(figliastra di Antonio), ripudiata l’anno successivo (41 a.C.),
sposò prima Scribonia e, poco dopo, si innamorò di
Livia Drusilla (appartenente ad una delle più illustri
famiglie patrizie romane), moglie di un certo Tiberio Claudio
Nerone. Dopo la vittoria di Perugia (40 a.C.), Ottaviano
riuscì ad imporre loro il divorzio, mentre Livia era ancora
gravida del secondogenito, Druso, e la sposò (fine del 39
a.C.), portando nella sua nuova casa sia la figlia, Giulia, avuta da
Scribonia, sia il primogenito di Livia, Tiberio.

Per alcuni anni Augusto sperò di avere come erede il nipote
Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale, nel
25 a.C., diede in moglie la figlia, Giulia,[47] suscitando,
però, il malumore di Agrippa, che per questo motivo fu
allontanato da Roma. Due anni più tardi Marcello moriva (23
a.C.) e Ottaviano fu costretto a richiamare Agrippa, costringendolo
a divorziare da Claudia Marcella maggiore (figlia anch’ella della
sorella Ottavia), per dargli in moglie la giovanissima Giulia, ormai
vedova di Marcello da 2 anni.[48]

Agrippa apparì, così, suo successore designato in caso
di morte prematura, facendo ormai parte della famiglia Giulia. Nel
18 a.C., infatti, ad Agrippa fu conferito l’imperium proconsulare
maius (come quello di Augusto) per cinque anni, e la tribunicia
potestas, per quanto egli non avesse gli stessi poteri di Augusto
né la sua auctoritas.

Nel 20 a.C. Giulia diede al marito un primo figlio, Gaio,[49] e un
secondo nel 17 a.C., Lucio, entrambi adottati da Augusto.[50]

In quegli anni, intanto, andavano distinguendosi i due figli di
Livia, Tiberio, e Druso[51], quest’ultimo si dice fosse preferito da
Augusto perché figlio naturale del princeps come suggerisce
Svetonio:
« …vi fu anche chi sospettò che Druso fosse figlio
adulterino del patrigno, Augusto. Poco dopo venne infatti divulgato
un verso: “La gente fortunata riesce ad avere dei figli in tre
mesi”. […] Augusto amò immensamente Druso da vivo, tanto da
nominarlo sempre coerede insieme ai suoi figli… e da morto lo
lodò in pubblico… al punto di pregare gli Dei
affinché i due Cesari fossero simili a lui.. »
(Svetonio, De vita Caesarum, Claudius, 1.)

Con la morte di Agrippa, nel 12 a.C., e poi quella prematura di
Druso in Germania nel 9 a.C., la successione sarebbe ricaduta sui
due figli di Giulia e di Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, mentre
Tiberio, fu costretto da Augusto a separarsi dalla moglie Vipsania,
per sposare la figlia dell’imperatore, Giulia, vedova di Agrippa. In
caso di morte prematura del princeps, Tiberio doveva prenderne il
posto fino a quando i giovani Gaio e Lucio non fossero cresciuti.

Questo matrimonio si rivelò infelice e costituì la
causa non ultima del volontario esilio di Tiberio a Rodi (dal 6 a.C.
al 2 d.C.), tanto più che Augusto vedeva nei due figli
adottivi i futuri eredi. Ma la sorte fu favorevole a Tiberio.
Giulia, la cui condotta formava argomento di pubblico scandalo, fu
allontanata dal padre da Roma (2 a.C.)[52], e pochi anni dopo i due
Cesari morivano: Lucio nel 2 d.C. a Marsiglia, mentre si apprestava
a raggiungere la Spagna, e Gaio nel 4, per i postumi di una ferita
mai guarita, mentre si apprestava a tornare a Roma dall’Oriente.[53]
Ad Augusto non restava che Tiberio.

Il 26 giugno del 4 Augusto annunciò la sua decisione:
adottava Agrippa Postumo, l’ultimo figlio ancora in vita di Agrippa
e Giulia, e Tiberio. Benché quest’ultimo avesse già un
figlio, Druso minore, Augusto lo costrinse ad adottare il nipote
prediletto, Germanico Giulio Cesare (figlio del fratello di Tiberio,
Druso, morto in Germania nel 9 a.C., e di Antonia minore, figlia di
Ottavia minore e Marco Antonio).[54] Germanico era di un solo anno
più vecchio rispetto al figlio di Tiberio, perciò
aveva precedenza nella successione.[55] Tiberio diventò
così il nuovo imperatore di Roma alla morte di Augusto nel
14, dando origine alla dinastia giulio-claudia.

Augusto ricevette onori divini e le sue ceneri furono deposte nel
mausoleo a lui dedicato, che ricevette anche quelle dei suoi
successori della dinastia giulio-claudia. Secondo l’opera di
Svetonio (in Le vite dei Cesari, II, 97-99), le sue ultime parole
furono «Acta est fabula. Plaudite!» («La commedia
è finita. Applaudite!»), un finale proprio delle
commedie di teatro di Roma antica.

Res Gestae Divi Augusti

Il testo dell’opera ci è giunto trascritto in un’iscrizione
sia in latino che nella traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era
incisa sulle pareti del tempio, dedicato a Roma e ad Augusto,
situato ad Ancyra (l’odierna Ankara, la capitale della Turchia) e
pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Secondo il
volere di Augusto, il testo era stato inciso originariamente su
tavole di bronzo, collocate all’ingresso del suo Mausoleo. Altre
copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere
incise sulle pareti dei templi a lui dedicati.

In uno stile volutamente stringato e senza concessioni
all’abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli
erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i
servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo
patrimonio personale allo stato, ai veterani di guerra e alla plebe;
i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da
lui compiuti in pace e in guerra.

Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di
qualche membro della sua famiglia, ad eccezione dei successori
designati: Agrippa, Gaio e Lucio Cesari e Tiberio.

Note

    1 Svetonio, De vita Caesarum (Vite dei Cesari),
Augustus, 5.
    2 Tale epigrafe fa parte del periodo del secondo
triumvirato. Testo per esteso dell’epigrafe: Caius Iulius Caesar
Octavianus, Gaii filius, triumvir; in italiano Caio Giulio Cesare
Ottaviano, figlio di Gaio, triumviro.
    3 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIII,
16, 8.
    4 In italiano Imperatore Cesare, figlio del Divo
(Giulio), Augusto.
    5 Cassio Dione Cocceiano Storia romana, LIII, 32,
5-6.
    6 Svetonio (Vite dei Cesari, Augustus, 8)
riferisce che Ottaviano rimarrà padrone assoluto di Roma per
44 anni, dalla morte di Marco Antonio avvenuta in Egitto nel 30 a.C.
    7 Santo Mazzarino, L’impero romano, Roma-Bari
1976, p. 73 segg.; Chris Scarre (Chronicle of the roman emperors,
Londra 1995, p. 17) riporta il numero degli anni in cui gli fu
conferita la tribunicia potestas (dal 23 a.C.), data ufficiale in
cui ottenne il potere tribunizio a vita dal Senato, con auctoritas
superiore a qualsiasi altra magistratura e base costituzionale del
potere imperiale.
    8 Simpatico il giudizio che ne dà Giorgio
Ruffolo: «Di solito, dopo Augusto, gli imperatori hanno
compiuto la loro metamorfosi nel senso più ovvio della
patologia del potere: dalla normale virtù alla follia
criminale. Lui la percorse a ritroso: da gangster a padre della
patria. Da questa canaglia sbocciò infatti il fondatore di
uno dei più gloriosi regimi della storia» (Giorgio
Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p.
73).
    9 a b c d Strabone, Geografia, V, 3,7.
    10 Augusto fu infatti capace di circondarsi di
validi generali come: l’amico e genero Marco Vipsanio Agrippa, i
figliastri Tiberio e Druso, e un alto numero di altri aristocratici
come Gaio Senzio Saturnino, Marco Vinicio, Lucio Domizio Enobarbo,
Lucio Calpurnio Pisone, Marco Valerio Messalla Messallino Marco
Plauzio Silvano, Aulo Cecina Severo, Gaio Vibio Postumo, Marco
Emilio Lepido, Tito Publio Carisio, Sesto Appuleio, Publio Silio
Nerva, Antistio Vetere, Gneo Cornelio Lentulo l’Augure, Sesto Elio
Catone, ecc..
    11 Svetonio, Augustus 3; C. 98
    12 a b c d e f Colin M. Wells, L’impero romano.
Bologna, Il Mulino, 1995.
    13 Svetonio, Vite dei Cesari, Augustus, 8
    14 Mario Attilio Levi, Augusto e il suo tempo,
Milano 1994, p. 143 e s.
    15 Velleio, Historiae romanae ad M. Vinicium libri
duo, 11, 70
    16 Francois Chamoux, ‘Marco Antonio, Milano 1988,
p. 254 e s.
    17 Santo Mazzarino, L’impero romano, vol. I,
Roma-Bari 1976, p. 66-67.
    18 G. Geraci, Genesi della provincia romana
d’Egitto, Bologna 1982; T. Cornell e J. Matthews, Atlante del Mondo
Romano, Novara 1984, pp. 72-73; H. H. Scullard, Storia del mondo
romano, vol. II, Milano 1992, XI, p. 257 (nella sola Italia furono
fondate 28 nuove colonie).
    19 Santo Mazzarino, L’impero romano, Bari 1976,
vol. I, p. 68 e s.; R. Syme, The Roman Revolution, Oxford 2002, pp.
313-458.
    20 Cornelio Tacito, Annales, III, 56.
    21 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV, 10,
5; Cornelio Tacito, Annales, XII, 41, 1.
    22 “L’impero romano da Augusto agli Antonini”,
vol. VIII della Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 50 e s.
    23 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIII,
32, 5-6; R. Syme, L’aristocrazia augustea, Milano 1993, p. 107 e s.
    24 Santo Mazzarino, L’impero romano, Bari 1976, p.
78; H.H. Scullard, Storia del mondo romano, II, Milano 1992, p. 264;
“L’impero romano da Augusto agli Antonini”, vol. VIII della
Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 30
    25 Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una
superpotenza, Einaudi, 2004, p.75.
    26 Rispetto alle altre Province fu soprattutto
l’Italia ad essere privilegiata da Augusto, che vi costruì
una fitta rete stradale ed abbellì le città dotandole
di numerose strutture pubbliche (fori, templi, anfiteatri, teatri,
terme…). L’economia italica era florida: agricoltura, artigianato
e industria ebbero una notevole crescita, che permise l’esportazione
dei beni verso le province. L’incremento demografico fu rilevato da
Augusto tramite tre censimenti: i cittadini maschi furono 4.063.000
nel 28 a.C., 4.233.000 nel 8 a.C. e 4.937.000 nel 14 d.C. Se si
considerano anche le donne e i bambini la popolazione totale
nell’italia del I secolo d.C. può essere stimata sui 10
milioni di abitanti circa.
    27 “L’impero romano da Augusto agli Antonini”,
vol. VIII della Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 77 e s.;
Yann Le Bohec, L’esercito romano, Roma, 1992, p. 28.
    28 “L’impero romano da Augusto agli Antonini”,
vol. VIII della Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 74 e s.
    29 Santo Mazzarino, L’Impero romano, Bari 1976, p.
91 e s.; “L’impero romano da Augusto agli Antonini”, vol. VIII della
Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 66 e s.
    30 Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una
superpotenza, Einaudi, 2004, p. 74.
    31 Giorgio Ruffolo,Quando l’Italia era una
superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 24-25.
    32 Yann Le Bohec, L’esercito romano, Roma 1992, p.
33 e s.
    33 R. Syme, L’Aristocrazia Augustea, Milano 1993,
p. 104-105; A. Liberati – E. Silverio, Organizzazione militare:
esercito, Museo della civiltà romana, vol. 5; R. Syme, “Some
notes on the legions under Augustus”, XXIII (1933), in Journal of
Roman Studies, pp. 21-25.
    34 A. Piganiol, Histoire de Rome, 1962, p.225; P.
Petit, Histoire générale de l’Empire romain, 1974,
p.32.
    35 Aurelio Vittore, De Caesaribus, I, 1.
    36 Velleio Patercolo, Storia di Roma, II, 39, 3.
Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV, 31, 3. Andràs
Mocsy, Pannonia and Upper Moesia, p. 25. R. Syme, in Danubian
Papers, Augustus and the south slav lands, 1971, p. 21; Lentulus and
the origin of Moesia, p. 44.
    37 Strabone, Geografia IV, 3, 4 (Gallia).
    38 Con riferimento all’episodio del 17 a.C.
confronta: Floro, Epitome di storia romana, II, 30, 23-25. Dione,
Storia romana, LIV, 20. Velleio Patercolo, Storia di Roma, II, 97.
Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 23. Tacito, Annales, I, 10.
    39 C. M. Wells, The german policy of Augustus,
Oxford 1972, ISBN 978-0-19-813162-5.
    40 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIII,
25; LIV, 24.
    41 Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XV,
10.
    42 D. Kennedy, Il mondo di Roma imperiale: la
formazione, a cura di J. Wacher, Parte IV: Le frontiere, L’Oriente,
Bari 1989.
    43 Luciano Perelli, Storia della letteratura
latina, Torino 1979, pp. 175-177.
    44 Marziale ne attesta uno in Epigrammaton libri,
XI, 20, vv. 3-8.
   45″L’impero romano da Augusto agli Antonini”,
vol. VIII della Cambridge Ancient History, Milano 1975, p. 66 e s.
    46 Leonardo B.Dal Maso, Roma dei Cesari, Roma
1977.
    47 Cassio Dione, Storia romana, LIII,27,5;
Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 63,1; R. Syme, L’Aristocrazia
Augustea, Milano 1993, p. 64. Per gli onori concessi a Marcello
vedi: Cassio Dione, Storia romana, LIII, 28,3-4; R. Syme, La
rivoluzione romana, Torino, 1962, pp. 342-343.
    48 Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 63,1.
    49 Cassio Dione, Storia romana, LIV,8,5.
    50 Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 63,1;
Cassio Dione, Storia romana, LIV,18,1; R. Syme, L’Aristocrazia
Augustea, Milano 1993, p. 129-130.
    51 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana,
LIV,33,5; 34,3.
    52 Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 65; Cassio
Dione, Storia romana, LV, 10,12-16.
    53 Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 65,1;
Tiberio, 15,2; Cassio Dione, Storia romana, LV,10a,6-10; Velleio
Patercolo, Storia di Roma,II, 102,3-4; R. Syme, L’Aristocrazia
Augustea, Milano 1993, pp.145-146. Tiberio tornò dall’esilio
poco prima della morte di Lucio, nel 2; vedi Svetonio, Vite dei
Cesari, Tiberio,14,1; 15,1; 70,2; Cassio Dione, Storia romana,
LV,10a,10; Velleio Patercolo, Storia di Roma,II, 103,1-3.
    54 Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 65,1;
Tiberio, 15,2; Velleio Patercolo, Storia di Roma,II, 102,3-103,2; R.
Syme, L’Aristocrazia Augustea, Milano 1993, p. 146.
    55 R. Syme, L’Aristocrazia Augustea, Milano 1993,
p. 146.
    56 a b c Res Gestae Divi Augusti, 4.
    57 AE 2001, 1012; CIL XI, 367; CIL II, 4712 (p
XLVIII, 992); CIL III, 10768 (p 2328,26).
    58 a b c d e f Fasti triumphales.
    59 Ottaviano trionfò su Sesto Pompeo a
battaglia di Nauloco nel 36 a.C..
    60 Ottaviano si meritò la 3° salutatio
imperatoria per i successi conseguiti in Illirico: Svetonio,
Augusto, 22.
    61 Ottaviano ottenne una nuova salutatio
imperatoria per la vittoria di Azio: Svetonio, Augusto, 22.
    62 Ottaviano nel 29 a.C. celebrò un
triplice trionfo: per la Dalmazia, Azio e la conquista dell’Egitto
(Svetonio, Augusto, 22).
    63 CIL VI, 40306 databile a dopo il 23 a.C..
    64 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV, 8,
1. Velleio Patercolo Storia di Roma, II, 91. Tito Livio, Ab Urbe
condita, Epitome, 141. Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 21;
Tiberius, 9. RIC Augustus, I, 510; Sutherland Group VIIa; RSC 298;
RPC I 2218; BMCRE 703 = BMCRR East 310; BN 982-3 and 985; CNR 809/2.
    65 RIC Augustus I 367 (databile al 16 a.C.); RSC
348; BMCRE 99 = BMCRR Rome 4490; BN 368-71.
    66 CIL III, 3117 databile al 10 a.C. per imperator
XII.
    67 CIL V, 3325. AE 1954, 88. AE 1981, 547 = AE
1984, 584. AE 1984, 583; Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LIV,
31.4; R.Syme, L’Aristocrazia augustea, p.106.
    68 AE 1951, 205; CIL II, 4917; CIL II, 4923; AE
1959, 28; AE 1967, 185; AE 1973, 323 databile al 6 a.C.; AE 1980,
610; AE 1987, 735; Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LV, 6.4-5.
    69 AE 1997, 1495. AE 1997, 1496. CIL II, 4776. CIL
II, 4868. CIL II, 6215.
    70 Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LV,
10a.5-7.
    71 a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI,
17.
    72 Svetonio, Vite dei Cesari, Tiberio, 17.
    73 CIL XI, 367. Miliari Hispanico 1.
    74 AE 2001, 1012; Velleio Patercolo, Historiae
Romanae ad M. Vinicium libri duo, II, 122, 2.

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