perché manzoni fa morire don rodrigo

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Al termine de I Promessi Sposi può essere pienamente decodificato il significato della metafora, così domestica e “bassa”, de “il sugo di tutta la storia”.

 

La conclusione del romanzo si presenta come una “immersione” nell’ombra del quotidiano e nella sua polifonia, attraverso la quale avviene il tentativo di far emergere il vero quotidiano e umile per quello che è, senza idealizzazione e senza scadere nell’idillio di una fiaba con il lieto del matrimonio, la sconfitta dei malvagi, il superamento delle difficoltà. Al contrario viene messa in scena la normale “cattiveria” quotidiana, come quella di un curato che, ad esempio, non esista a mostrare soddisfazione per la peste vista come segno della Provvidenza, solo perché lo ha liberato di don Rodrigo; un curato che, travolto da questa gioia egoistica per la “pulizia” fatta dalla peste, non esprime un moto di pietà o di dolore quando evoca la morte di Perpetua, oggetto anzi di un motto di spirito di pessimo gusto là dove dice: “Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei”. In modo analogo, come guastato da un’ombra di “male” pur essendo, nel complesso “un bravo signore davvero”, si presenta l’erede di don Rodrigo, quel marchese che non si siede a tavola con gli sposi ma si ritira a pranzare altrove con don Abbondio, perché:

 

v’ho detto ch’era umile, non già che fosse un portento di umiltà. N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari.

Nella stessa prospettiva si collocano i “disgusti” che Renzo trova nella nuova residenza, determinati dalla delusione che l’aspettativa generale aveva provato una volta che si era trovata davanti la donna per la quale Renzo aveva tanto patito: “Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s’aspettava qualcosa di meglio. Cos’è poi? Una contadina come tant’altre”.

 

Ed è degno di nota il fatto che tutto questo sia assente nel Fermo e Lucia. Eppure all’egoismo di don Abbondio si contrappone il cristiano perdono di Renzo che dice di aver perdonato di cuore don Rodrigo e di pregare per lui, per quanto subito apostrofato da don Abbondio che gli oppone un ipocrita “e fai il tuo dovere”; il marchese d’altro canto, attraverso la pur sincera e partecipe mediazione di don Abbondio, aiuta gli sposi con l’acquisto munifico delle loro poche proprietà. Renzo poi, dal canto suo, con la sua nuova famiglia ritrova una serena convivenza con i suoi nuovi compaesani dopo il secondo trasferimento, da parte dei quali Lucia, non essendo soggetta ad alcuna aspettativa, “non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque”. La quotidianità più normale rivela così il suo volto complesso, polifonico, misto di piccoli e grandi beni come di piccoli e grandi mali. Sino al punto che la voce dell’egoismo mediocre di don Abbondio arriva quasi a intrecciarsi con quella del narratore, e i due sembrano, per alcuni aspetti, adottare una prospettiva che ha più di un elemento in comune. Osserva infatti il primo fra sé e sé una volta tornato a casa dopo la conclusione della compravendita fra il marchese e gli sposi promessi:

 

se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d’averla; ma guarire ve’…

Il secondo invece, quando si presenta l’occasione per Renzo di lasciare il paese dove si era reso spiacevole a molti a seguito dei disgusti sopra citati, riflette in questi termini:

 

Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui.

In una realtà dunque così quotidianamente variegata, in un “guazzabuglio” di tale simultanea e difforme articolazione e molteplicità fatta appunto di luci e ombre che si confondono, in cui si sente, misteriosamente, il riflesso di una verità più grande ma presente per allusione nei difformi barlumi che essa dissemina nelle cose, l’unico modo per tentare una qualche interpretazione e conoscenza che non siano presunzione intellettualistica e separazione di parole e cose, è quello di ricorrere alla dissimulazione, spesso ironica, è quello di individuare una traccia di verità, per quanto incerta e problematica, espressa nei termini fortemente demistificatori, umili e incerti del linguaggio quotidiano e semplice.

 

È quello insomma additato da un “sugo” che prende il posto di un “costrutto morale” e per questa via dà voce alle parole di una semplice contadina, pur se in mezzo ad altre parole e ad un brulichio incoercibile di vita che riprende dopo la catastrofe e che, forse, è la verità più profonda che il romanzo rivela: poiché, come esclama gioioso don Abbondio, “il mondo non vuol finire”.



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