quale parte del fiore si trasforma in frutto


frutto

A difesa dei semi per continuare la riproduzione

Il fiore, una volta fecondato, si trasforma in frutto entro il quale sono protetti i semi. Ogni pianta svilupperà un frutto caratteristico che dipende dalla struttura del fiore e in particolare dal modo in cui si ingrossano le pareti dell’ovario. Drupe o bacche, per esempio ciliegie o pomodori, sono frutti carnosi dalla polpa molle e succosa. I frutti secchi, al contrario, hanno un rivestimento duro: quelli deiscenti si aprono a maturità, come nel caso dei legumi dei fagioli, delle silique del carrubo o delle capsule dei papaveri, quelli indeiscenti, che non si aprono a maturità, sono invece ghiande, nocciole, castagne, chicchi di riso o di frumento. Mele e pere sono invece considerati ‘falsi frutti’

Dal fiore al frutto

Quali piante producono il frutto? Tutti sicuramente risponderebbero il ciliegio, il pesco, il susino, il melo, il pero, l’arancio, tutte quelle il cui frutto è particolarmente noto perché molto comune sulle nostre tavole. Ma sarebbe molto più corretto rispondere che tutte le piante provviste di un fiore producono anche un frutto: tutte le Angiosperme, perciò, producono un frutto. Tuttavia, è probabile che sarà difficile riconoscere quello di alcune piante come la menta, la salvia o il rosmarino perché è piuttosto piccolo e poco appariscente a differenza di quello delle piante prima elencate; queste ultime, infatti, sviluppano un frutto particolarmente vistoso, profumato, colorato e commestibile.

Una volta avvenuta la fecondazione, cioè la fusione dei granuli di polline con altrettante cellule uovo, il fiore comincia a perdere il suo splendore: petali e stami progressivamente si afflosciano e diventano meno vistosi perché ormai hanno svolto il loro compito. I sepali, invece, spesso rimangono ancora attaccati al ricettacolo su cui si era sviluppato il fiore proteggendo il pistillo, cioè la parte femminile che è rimasta ancorata.

È il pistillo a trasformarsi in frutto o più precisamente l’ovario e cioè la sua base in cui erano protette le cellule uovo; questa si ingrossa sempre più e protegge i semi ancora troppo piccoli e delicati per poter sopravvivere se liberati all’esterno.

I frutti derivano dall’ovario

Spesso, dopo alcune settimane dalla fecondazione del fiore, ovario e semi raggiungono la maturazione; ciò significa che le loro pareti si ingrossano sempre più per proteggere le parti interne più delicate. È possibile prevedere quale tipo di frutto si formerà? Ogni pianta svilupperà un frutto caratteristico strettamente legato alla struttura del fiore, tipico della sua specie e della famiglia alla quale appartiene: un singolo fiore svilupperà un frutto semplice mentre fiori riuniti in infiorescenze svilupperanno infruttescenze o frutti multipli più complessi.

Raccogliendo e osservando frutti diversi, ci si accorgerà che alcuni possiedono una polpa molle e per questo sono detti carnosi; altri al contrario sono chiamati frutti secchi sia perché provvisti di un rivestimento duro sia perché contengono una quantità di acqua molto ridotta. Il tipo di frutto che si svilupperà dipenderà da quale si ingrosserà delle tre pareti che nell’insieme costituiscono, sotto forma di sottili pellicole, l’ovario: quella interna, detta endocarpo, quella intermedia, detta mesocarpo, o quella esterna, detta esocarpo (o epicarpo). Tutti i frutti a loro volta si dividono in due gruppi: quelli deiscenti, così chiamati perché si aprono a maturità, e quelli indeiscenti, che al contrario non si aprono anche quando raggiungono la maturazione.

Tipi diversi di frutti carnosi

I frutti carnosi sono forniti di una parte molle e succosa. Sono per lo più frutti indeiscenti perché a maturità non si aprono ma lasciano marcire sul terreno le loro parti molli nel caso in cui queste non siano state ingerite dagli animali. Se si osservano con molta attenzione le singole parti di questi frutti, ci si accorgerà che strati diversi sono disposti in successione dall’esterno verso l’interno. In questo modo è possibile distinguere i frutti carnosi detti drupe, come ciliegie, prugne e albicocche, da quelli che invece sono detti bacche, come il frutto del dattero, gli acini di uva, il pomodoro o la melanzana.

Tutte le drupe sono frutti provvisti del nocciolo: un guscio duro e legnoso che corrisponde alla parete interna dell’ovario (endocarpo) e che avvolge il seme. La buccia esterna delle drupe corrisponde alla parete più esterna dell’ovario (esocarpo), mentre la polpa succosa a quella intermedia (mesocarpo).

Tutte le bacche al contrario, seppure esternamente simili alle drupe, sono prive dell’endocarpo legnoso che avvolge il seme: la parete esterna dell’ovario (pericarpo) si è ingrossata in una polpa carnosa entro cui sono immersi uno o più semi rivestiti da una pellicola detta tegumento.

I frutti carnosi maturi, nutrimento per gli animali

Ciliegie, uva, pesche, prugne, albicocche e la maggior parte dei frutti carnosi rappresentano il cibo per mammiferi e uccelli. Dopo aver ingerito questi frutti tali animali espellono i semi con gli escrementi lontano dalla pianta che li ha generati, perché non digeribili. Tuttavia, il passaggio dei semi attraverso l’apparato digerente di questi animali spesso ne favorisce la successiva germinazione perché l’azione di alcuni enzimi o di sostanze acide fa sì che si ammorbidiscano i tegumenti di protezione che li rivestono. Gli animali che si nutrono di tali frutti, inoltre, ingeriscono solo quelli maturi perché i frutti immaturi, di colore verde, si confondono tra il fogliame. Mammiferi e uccelli, inoltre, sanno che i frutti verdi immaturi hanno un sapore sgradevole perché particolarmente acidi. Quando tali frutti raggiungono la maturazione cambiano colore segnalando agli animali il momento opportuno per nutrirsene. Nel corso della maturazione, infatti, si arricchiscono progressivamente di zuccheri, acquistano un sapore dolce, diventano più morbidi e assumono colori rossi, gialli o violacei caratteristici. È a questo punto che gli animali soddisfano anche la necessità della pianta: quella di diffondere (disseminazione) i semi ormai maturi che avranno una maggiore probabilità di germinare lontano dalla pianta madre.

Alcune bacche particolari: gli esperidi e i peponidi

Se si osservano i frutti, detti anche esperidi, degli agrumi come l’arancio, il limone o il mandarino, si possono riconoscere, dove possibile, quali sono le parti modificate delle tre pareti che delimitavano l’ovario.

Ciò che abitualmente è chiamato buccia o scorza di questi frutti di colore giallo o arancio corrisponde all’epicarpo, la parete più esterna dell’ovario, piuttosto sottile e ricca di ghiandole che racchiudono oli da cui deriva il loro profumo caratteristico. La parte bianca, spugnosa e amara, strettamente associata alla prima corrisponde al mesocarpo, la parete intermedia dell’ovario. L’endocarpo che avvolge i semi è diviso in setti e tappezzato da tante piccole cellule allungate o peli ricchi di succhi che nell’insieme formano la polpa suddivisa in spicchi.

Anche il peponide è una bacca particolare: il caratteristico frutto di tutte le piante che appartengono alla famiglia delle Cucurbitacee come la zucca, il cetriolo, il cocomero o il melone.

La parete esterna dell’ovario diventa più o meno dura, mentre quelle intermedia e interna, che corrispondono al mesocarpo e all’endocarpo, sono molli, carnose e contengono i semi al loro interno.

Ghiande, castagne, nocciole o samare: frutti secchi

Provare ad aprire solo con le mani una ghianda, una castagna o una nocciola senza l’aiuto di un sasso, di uno schiaccianoci o di un coltello è praticamente impossibile perché tali frutti, che i botanici chiamano noci, sono avvolti da uno strato esterno legnoso che protegge il seme al suo interno. Tale strato, a sua volta, è rivestito da un ulteriore involucro, provvisto di un peduncolo che lo ancora ai rami, e che avvolge completamente o parzialmente il frutto. Tale è la cupola delle ghiande, per esempio, o il riccio delle castagne, provvisto di spine, che racchiude completamente al suo interno due o tre frutti. Anche la nocciola è avvolta quasi completamente da due foglioline saldate insieme, sfrangiate e rivestite di peli che, una volta secche, lasciano scoperto il frutto legnoso.

Acero, olmo e frassino producono le samare, frutti secchi indeiscenti provvisti di un rivestimento sottile che avvolge completamente il seme di piccole dimensioni. L’involucro membranoso che protegge il seme si estende per formare una o due ali che favoriscono il volo di questi frutti grazie all’azione del vento.

Acheni e cariossidi

Ancora diversi sono i frutti del ranuncolo, del soffione, del girasole o quelli dei platani che i botanici chiamano acheni. Diverse volte si vedono volare frutti piccolissimi che vengono scambiati probabilmente per semi: sono gli acheni, frutti secchi e indeiscenti, avvolti da una membrana dura su cui sono ancorate piccole appendici indispensabili per la disseminazione, come le piume, grazie alle quali il vento li solleva e li porta lontano, o gli uncini che, una volta ancorati alla pelliccia degli animali, ne garantiscono la diffusione lontano dalla pianta che li ha generati.

Simili sono i chicchi del riso, del farro, del frumento, del mais e di tutte le Graminacee che i botanici, invece, chiamano cariossidi, particolari frutti rivestiti da una parete esterna secca strettamente saldata al seme. Si tratta di frutti protetti da particolari foglioline modificate, dette glumette, che ne favoriscono la diffusione e l’ancoraggio.

I frutti secchi deiscenti

Si possono ottenere utili informazioni da un frutto osservandone la forma e verificando se si apre facilmente lasciando cadere i suoi semi. Per esempio, in un orto, è facile accorgersi che tutte le piante di fagiolo, quelle di lenticchie, di piselli, di fave o di ceci e altre Leguminose, producono, a partire dal fiore, un frutto caratteristico perché particolarmente allungato, prima verde e poi secco: il baccello. Questo, quanto più è secco tanto più si apre facilmente lungo due fessure laterali lasciando cadere, se non raccolti, i semi a tutti noti perché comuni sulle nostre tavole.

Più raramente si ha l’opportunità di osservare un altro frutto secco deiscente: la siliqua, tipica della pianta di senape o del carrubo. Anche se a volte piuttosto simile al legume, la siliqua è formata da due foglioline modificate, o valve, saldate insieme per racchiudere i semi. Quando la siliqua è matura, le due valve si aprono ai lati e si sollevano per scoprire i semi che rimangono sospesi, appesi a una piccola lamina centrale.

I papaveri e molte altre piante invece, producono capsule, piccoli frutti secchi dalle forme varie, più o meno tondeggianti: alcune si aprono tramite un piccolo coperchio situato alla sommità, altre si aprono a spicchi e altre ancora schizzano i semi all’esterno attraverso piccoli fori.

I pomi non sono veri e propri frutti

Osservando l’esterno di una mela o di una pera si può notare un peduncolo che salda tali frutti ai rami fino a quando, una volta maturi, non cadono dall’albero: è quello lo stesso peduncolo che prima del frutto sorreggeva il fiore. All’estremità opposta, invece, si notano alcuni filamenti e foglioline secchi di piccole dimensioni: sono ciò che rimane dei sepali, degli stami e dello stimma, gli elementi del fiore ormai appassiti e secchi. Come già detto, i botanici considerano frutto tutto ciò che deriva dalla trasformazione dell’ovario entro cui erano protette le cellule uovo. In questo caso particolare, tuttavia, buccia e polpa carnosa della mela o della pera si formano solo dopo che il ricettacolo, cioè l’estremità superiore del peduncolo che sorregge il fiore, si è ingrossato. Ecco perché i botanici considerano che la mela e la pera siano in realtà falsi frutti in quanto al loro sviluppo partecipa anche una porzione esterna all’ovario. Tagliando a metà una mela o una pera si vede l’interno della polpa. Il vero frutto è ciò che abitualmente è chiamato torsolo: la porzione più interna e dura che per questo motivo abitualmente non si mangia e che racchiude al suo interno i semi.

I frutti e l’uomo

Quanti tipi di ciliegie ci sono? Quanti di mele, di zucchine o di melanzane? Basta una piccola passeggiata al mercato per scoprire che è possibile riconoscere diverse varietà di frutti che variano tra loro soprattutto per il colore, per il sapore e talvolta anche per il numero di semi. Mele rosse, gialle o verdi, piccole o grandi, dal sapore dolce o leggermente aspro. Le diverse varietà si formano spontaneamente in natura attraverso incroci tra piante diverse.

Non accontentandosi della varietà offerta dalla natura l’uomo ha selezionato alcune piante che producevano frutti più grandi e appetibili incrociandole tra loro in modo da creare altre varietà, analogamente a quanto ha fatto per ottenere fiori più vistosi e appariscenti.

Per mantenere una varietà pregiata di frutti, inoltre, l’uomo si avvale della tecnica dell’innesto. Trasferisce perciò una gemma che preleva da una pianta pregiata su un’altra pianta, anche selvatica, che produce frutti non pregiati, ma molto resistente, su cui pratica una piccola incisione. In questo modo ottiene due vantaggi: fa in modo che la pianta selvatica produca frutti migliori e rende quella pregiata più resistente alle eventuali malattie.

Alcuni frutti non sono appetibili, altri sono velenosi

Non tutti i frutti sono appetibili per l’uomo; alcuni, anche se maturi, hanno un sapore sgradevole o sono particolarmente duri, altri contengono sostanze tossiche tanto che, una volta ingeriti, anche in quantità molto piccole, possono provocare nausea, vomito, vertigini o addirittura, in casi estremi, la morte. Molti frutti che contengono sostanze tossiche per l’uomo sono invece appetibili per gli animali. Da altri ancora, particolarmente velenosi (per esempio, la belladonna), vengono estratte alcune sostanze che, in piccolissime quantità, hanno effetti curativi, tanto da essere utilizzate come principi attivi nei medicinali.

Frutti in stagioni ben precise

È possibile mangiare fagiolini, pomodori, melanzane e peperoni durante la stagione invernale? E nella stessa stagione mangiare frutta fresca come pesche, albicocche, prugne, ciliegie, fragole, meloni e cocomeri? Il primo caso è possibile: perché è frequente trovare questi frutti (che abitualmente chiamiamo verdure) sui banchi del mercato o dei supermercati in tutte le stagioni. Ma ciò accade perché queste piante sono coltivate in serra, in condizioni climatiche artificiali che ne permettono lo sviluppo in tutte le stagioni. Tuttavia sono piante che in natura producono i frutti durante la stagione estiva: di conseguenza sarebbe più indicato mangiarli freschi durante la stagione adatta.

Al contrario è piuttosto raro trovare la frutta tipicamente estiva durante l’inverno. In ogni caso è sempre meglio consumare i frutti nella stagione in cui ciascuna pianta li produce spontaneamente nei luoghi dove si abita. Infatti la disponibilità di prodotti freschi fuori stagione dipende sempre da una forzatura operata dall’uomo: su tali prodotti provenienti da altri paesi, o cresciuti in serra, devono essere sempre aggiunte sostanze conservanti che possono rivelarsi nocive per la salute.

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