quale ulivo produce più olio

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Con qualche contraddizione e alcuni dubbi, l’olivicoltura italiana si sta indirizzando verso una evoluzione interessante. Si registra un fermento che dà speranza. Ormai da un paio di anni si stanno costituendo nuovi impianti olivicoli, moderni, ad alta intensità produttiva, ma soprattutto con una sempre maggiore attenzione per la produzione di olio di qualità. Che, è ormai consolidato, necessita alla base di cultivar italiane che la ricerca ha indivuato rispondenti a quelle caratteristiche organolettiche e salutistiche che in frantoio e in bottiglia fanno la differenza.

Le difficoltà incontrate dalla produzione pugliese ad arginare il batterio della Xylella hanno messo ancor più in evidenza quanto sia importante partire bene proprio dalla scelta della varietà. Fra le varietà italiane più diffuse, il Leccino è risultato ancora una volta ai primi posti nella scala dei valori di tolleranza. Fra qualche anno avremo risposte più articolate e più definite, ma intanto gli olivicoltori pugliesi, leccesi in particolare, che intendono rispondere alla sfida, si orientano soprattutto verso quella pregiata varietà.
Altri dati, frutto del successo dei pionieri della produzione di extravergine di qualità, che si affermano nei contest più prestigiosi, incoraggiano a impiantare nuovi oliveti con cultivar storicamente importanti, ma anche – pur note – di nuova scoperta per le preziose caratteristiche confermate dagli assaggiatori e dai consumatori.

Se il successo degli extravergini italiani di qualità – e sono ovviamente la maggioranza a livello mondiale, con evidente supremazia della ricca componente toscana – è sancito dal mercato, l’evoluzione della produzione futura la possiamo individuare in anteprima, andando a scoprire cosa succede nei vivai.

Pescia è da sempre la terra dove sono nati e continuano a nascere gli olivi che popolano gran parte del mondo. Il CORIPRO, il consorzio di vivaisti dell’olivo che da molti decenni si impegna per la certificazione varietale, è un po’ il termometro che misura la temperatura dell’olivicoltura italiana. “Fortunatamente – dicono al CORIPRO – dopo anni di stasi, si nota un nuovo fermento: non passa giorno che non ci siano richieste dalla provenienza inaspettata. A volte è complicato darvi una risposta immediata. L’olivo non si inventa, occorre programmare. Inoltre, per le commesse consistenti, è sempre più indispensabile fare squadra, come da tempo hanno capito i soci del Consorzio.”

Ma quali sono gli orientamenti? Qual è il trend? Quali sono le varietà che vanno per la maggiore?

Anche qui, non si può prescindere dalla realtà consolidata; ogni vivaio ha la sua affezionata clientela e la sua selezione di cultivar, con le varietà principali che occupano gra parte dei vivai e le altre che ne fanno da contorno. Complessivamente il CORIPRO vanta oltre cento delle più importanti varietà toscane, italiane, mediterranee, con più di duemilacinquecento piante madri (le principali toscane anche “virus esente”), grazie a una selezione pluridecennale. Buona parte di esse vengono ancora prodotte con innesto “alla pesciatina”, altrettante, in espansione, radicate in proprio, crescono in serre che solo per il CORIPRO garantiscono un potenziale di radicazione a pieno regime di oltre quattro milioni di piante ogni anno. Ma è già stato deciso che nel 2018 verranno costituiti nuovi impianti per rispondere alle sollecitazioni del mercato.

Nell’insieme, insomma, per la prossima stagione la produzione avrà un incremento medio del 15-20%, con punte più consistenti, ovviamente, per quelle varietà che segnano un maggiore interesse. Il Leccino vince su tutta la linea. In tutti i vivai costituisce almeno il 30% della produzione, con punte anche del 50% nell’azienda Vasco Nannini, “a cui si associa, dice Fabrizio Nannini, un altro 30% di Leccio del Corno, una varietà che in questi ultimi anni è sempre più richiesta”.

Segue comunque il classico Frantoio, con almeno un 20% della produzione totale. Lo confermano Sergio Giacomelli (Azienda Agricola Giacomelli Sergio), Massimo Pacini (Vivai Sergio Pacini) e i Vivai Luciano Pacini, che oltre alle varietà tipiche toscane si caratterizzano anche per le costante produzione di varietà marchigiane.

“Se devo fare una mia classifica – afferma con soddisfazione Fabrizio Giovacchini dei Vivai Alviano Bonelli – direi Leccino, ovviamente, poi Leccio del Corno, Frantoio, Pendolino, Maurino, Moraiolo, Piantone di Mogliano”. Anche nei vivai già di Rolando e oggi di Luca Molendi, i valori sono analoghi, con punte in aumento per il Leccio del Corno e il Maurino (a scapito del Pendolino).

Un aumento davvero consistente (più del 40% sulla singola varietà) per il Leccio del Corno lo segnala Pietro Barachini (SPO), che rileva un molto interessante e rinnovato interesse per il Maurino “del quale sono state riscoperte le qualità organolettiche insieme a una buona resistenza alla mosca olearia”, e una maggiore richiesta per Itrana e Taggiasca.

Sul Leccio del Corno e sul Maurino hanno scommesso anche i Vivai Pietro Pacini, che di quest’ultima varietà hanno registrato un clone particolare, “che, sta dando ottimi risultati – dice Mario Pacini – in nuovi impianti ad alta densità da anni in produzione”.

Una prospettiva, insomma, che ha ridato fiducia a molti vivaisti pesciatini, che sicuramente contribuirà a riproporre Pescia fra i leader di mercato per la nuova olivicoltura italiana e internazionale. L’impegno in ricerca e innovazione del CORIPRO, che dal 2014 ha registrato un marchio di qualita, OLIVI DI PESCIA (a cui è collegato un adeguato regolamento di produzione), ne sono la migliore garanzia. In un mercato sempre più globalizzato, puntare sulla qualità e fare squadra sono una scelta irrinunciabile.

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